filosofia pubblica

Ai lavori forzati! Buttate via la chiave! Teorie della pena e luoghi comuni 1/2

Dopo un fatto di cronaca nera particolarmente efferato o un crimine che colpisce la sensibilità pubblica, si levano voci di protesta, che a volte trovano espressione in frasi fatte, luoghi comuni che servono a dare sfogo alla rabbia e al bisogno di vendetta del momento, più che ad esprimere una ragionata teoria della giustizia. Proviamo però a prenderle sul serio e a capire che concezione della pena nascondono; vediamo in che misura possono trovare spazio nel nostro ordinamento giuridico e le ragioni per le quali  eventualmente non lo trovano.

Lo faremo in più post.

“Ai lavori forzati!” Pena e punizione

Quando qualcuno augura ad un criminale i lavori forzati probabilmente lo fa pensando al lavoro come ad una punizione, faticosa e duratura, un modo per espiare con dolore le proprie colpe. Un qualcosa di simile all’immagine del galeotto con la tuta a strisce e la palla al piede, costretto a mansioni estenuanti – questa del resto era la realtà prevista dal legislatore del codice sabaudo del 1859: «I condannati ai lavori forzati sono sottoposti alle opere più faticose, a profitto dello Stato, con le catene ai piedi» (art. 16).

Ma quale idea di pena, e di giustizia, sta dietro l’idea dei lavori forzati?

La pena, in questi casi, è concepita essenzialmente come restituzione del danno: tu hai creato un danno a me (società), e io ti punisco arrecandoti un danno proporzionato. In teoria della pena si chiama concezione “retributiva”, nota anche come legge del taglione, quella del “occhio per occhio, dente per dente”. È fra le concezioni di pena più antiche, la si trova nel codice di Hammurabi (1792 -1750 a.C.), nella Bibbia, e nel diritto romano.

Tra le critiche a questa concezione della pena vi sono ragioni di ordine etico e ragioni di ordine pratico o di utilità sociale. Nel primo caso, si obbietta che la pena come retribuzione non sia altro che una forma di vendetta, seppur legale, ma non è affatto scontato che debba essere questa la funzione della giustizia. Nel secondo caso, si fa notare che ricambiare un criminale con la sua stessa moneta, per quanto possa appagare il desiderio di vendetta di qualcuno, non è di alcuna utilità per la società; rischia anzi di essere controproducente se i cittadini sentono di subire pene ingiuste. Anche l’argomento che pene severe servono da deterrente alla criminalità è stato confutato dai dati (ma su questo torneremo nel prossimo post).

Per queste e altre ragioni, la concezione della pena come retribuzione non è quella assunta dalla nostra Costituzione.

lavori forzati

La pena come rieducazione del reo

La legge italiana sposa una concezione della pena come rieducazione del detenuto: il vero fine della pena non è punire il reo, né vendicare le vittime, ma rieducare chi ha commesso reati al fine di poterlo reinserire in società.

I riferimenti giuridici principali sono l’articolo 27 della Costituzione, «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»,  e l’articolo 1 dell’Ordinamento penitenziario, «nei confronti dei condannati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda (…) al reinserimento sociale degli stessi» (corsivo mio).

È proprio in ragione della funzione rieducativa della pena che il lavoro in carcere può giocare un ruolo fondamentale, non più come strumento afflittivo – il lavoro “forzato” è soppresso in Italia dal 1866 – ma come mezzo di formazione morale e professionale in vista del reinserimento in società.

Il lavoro in carcere: un’opportunità per tutti

Il tasso di recidiva (la percentuale di detenuti che una volta in libertà commettono nuovamente reati) in Italia è altissimo, intorno al 70 per cento – con buona pace della funzione rieducativa della pena, del tutto disattesa, e con un enorme costo per la società.

Ebbene, proprio il lavoro è il migliore strumento per combattere la recidiva.

Secondo i dati emersi in un’inchiesta di Andrea Malagutti per La Stampa, laddove il lavoro dietro le sbarre è presente, e lo è in maniera qualificante, formando competenze e professionalità poi spendibili nella società, il tasso di recidiva si abbatte notevolmente, sino a scendere attorno al 2-3%.

Purtroppo, nonostante i buoni propositi, sono pochissimi i detenuti che possono fare esperienze lavorative alle dipendenze di cooperative o soggetti privati: il rapporto Antigone di metà anno 2019 uscito i giorni scorsi registra appena l’1.8% del totale. La percentuale si alza al 24,4% dei detenuti che lavora per l’Amministrazione Penitenziaria facendo funzionare biblioteche, mense, cucine, laboratori, e tanto altro.

La situazione è desolante, e non è solo una questione di diritti mancati, ma una perdita per tutti. Ogni punto di recidiva abbattuto significa diminuzione dei reati e un risparmio per lo Stato di diversi milioni di euro (tra i 30 e i 50 a seconda delle stime).

Lavorare è una risorsa morale, dà dignità e significato alla vita dei detenuti, offrendo anche una prospettiva praticabile e concreta per il dopo pena: una “punizione”, insomma, se così ci ostiniamo a volerla vedere, che molti carcerati si infliggerebbero volentieri.

 

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