filosofia pubblica

Lavori forzati! Buttate via la chiave! Teorie della pena e luoghi comuni 2/2

Buttate via la chiave! 

Nel post precedente di questo thread sulla teoria della pena e luoghi comuni abbiamo preso le mosse dal grido “Ai lavori forzati!” per affrontare la questione del lavoro in carcere. Ora analizziamo un altro mantra del linguaggio giustizialista: “Buttate via la chiave!”.

Anche questa formula sottende una chiara concezione della pena come afflizione, come severa punizione del reo per quello che ha commesso. Il carcere a vita viene principalmente inteso come strumento per “restituire” al criminale il danno che ha arrecato alla società. Abbiamo visto nel post precedente gli aspetti problematici di questa concezione retributiva della pena, qui ci soffermeremo sulle criticità poste dall’istituto dell’ergastolo in quanto tale.

L’ergastolo è in contraddizione con la nostra Costituzione?

L’ergastolo è previsto dall’ordinamento giuridico italiano sin dalla fine dell’Ottocento, era presente prima nella forma dei lavori forzati a vita, ma dal 1889 (ad eccezione del ventennio fascista) è la pena più grave, in sostituzione della pena capitale allora abolita.

Con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana l’ergastolo diviene un istituto problematico, per il suo significato, le sue finalità e la sua funzione sociale. Ci si chiede, anzitutto, come sia possibile legittimare la detenzione a vita se la Costituzione stabilisce che la pena debba essere intesa come processo rieducativo del reo volto al suo reinserimento in società (art. 27)? È il carattere di perpetuità a contraddire la funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Carta.

Proprio per superare questa contraddizione e togliere il carattere di perpetuità della pena, il legislatore nel corso degli anni ha previsto tutta una serie di benefici per gli ergastolani, dai permessi premio, al lavoro all’esterno del carcere, sino alla liberazione condizionale. Resta tuttavia una particolare forma di ergastolo, quello ostativo, prevista per i reati più gravi, per il quale non sono messi benefici. Per questa tipologia di ergastolo permangono dubbi di costituzionalità.

ergastolo

Carcere a vita e diritti umani

Oltre a contraddire il principio rieducativo della pena, il carcere a vita rappresenta una forma di detenzione particolarmente lesiva dell’essere umano. Cesare Beccaria lo descriveva come «pena di schiavitù perpetua più dolorosa e crudele della pena di morte in quanto non concentrata in un momento ma estesa per tutta la vita». Lo stesso tragico pensiero è espresso in una lettera che 310 ergastolani mandarono nel 2007 all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

«Signor presidente della Repubblica, siamo stanchi di morire un pochino tutti i giorni. Abbiamo deciso di morire una volta sola, le chiediamo che la nostra pena dell’ergastolo sia tramutata in pena di morte».

Nel 2013 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha definito l’istituto dell’ergastolo un trattamento degradante e lesivo della dignità di uomo, e per questo una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani (divieto di trattamenti degradanti e inumani). È inoltre notizia di pochi giorni fa [13 giugno 2019 ndr] che per le stesse ragioni la Corte ha condannato l’istituto dell’ergastolo ostativo, sentenza che obbligherà l’Italia a rivedere le proprie leggi sul carcere a vita*.

L’ergastolo è utile a qualcuno?

Resta un ultimo argomento da affrontare, è forse la ragione principale per la quale l’ergastolo viene introdotto negli ordinamenti e difeso da una parte dell’opinione pubblica: l’assunto che la minaccia di pene severe possa servire da deterrente dal compiere reati. Questa è la motivazione spesso invocata anche in difesa della pena capitale. Una concezione della pena di questo tipo viene definita “preventiva”: scopo principale della pena è dissuadere i cittadini dal trasgredire la legge.

La validità di questo assunto è però tutta da dimostrare. Già nel XVIII sec. autori come Montesquieu e Beccaria avevano sostenuto che la funzione preventiva della pena non trovasse conferma nella realtà:

«l’esperienza ha fatto osservare che nei paesi in cui le pene sono miti, lo spirito del cittadino ne è impressionato come altrove lo è delle pene gravi» (Montesquieu, Lo spirito delle leggi, 1748).

Gli studi sulla deterrenza della pena compiuti negli ultimi cinquant’anni confermano le intuizioni di Montesquieu e di Beccaria: è la certezza della pena, e non la sua severità, a funzionare da deterrente. Daniel S. Naginautore di molti lavori in materia, rileva  addirittura che «l’effetto deterrente dell’aumento di una condanna già lunga sembra essere piccolo, forse zero». Se il nostro fine, quindi, è dissuadere i cittadini dal commettere reati, il carcere a vita, come la pena di morte, non serve.

“Buttare via le chiavi!” dunque? A quanto pare, è lesivo dei diritti della persona, incostituzionale e pure inutile.

* Il 7 ottobre 2019 la Corte ha respinto il ricorso del Governo Italiano contro la sentenza di giugno, ribadendo di fatto l’invito al Governo italiano a rivedere l’istituto del carcere ostativo perché contrario alla Convenzione europea dei diritti umani.

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