Evento, filosofia pubblica

Fake news e Post-verità

Sono aperte le iscrizioni al laboratorio filosofico su Fake news e Post-verità.

Non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse: sarà un momento di discussione guidata a partire dall’esame di alcune questioni del nostro tempo.

Ascolta qui una breve presentazione del corso:

consigli di lettura

La luna e il bambino, breve riflessione filosofica con la mia bambina

Leggendo La luna e il bambino di Jimmy Liao (Edizioni Gruppo Abele) con la mia bambina (6 anni).

Le cose visibili non si riescono più a vedere.

La brezza estiva soffiava leggera, ma è scomparsa all’improvviso.

I ricordi sono svaniti. Restano solo le ombre indistinte degli alberi, che oscillano lievemente.

Le cose che non si riescono più a vedere, allora, non esistono?

Leggo questa frase all’inizio della storia e subito mi interrompo, chiedo alla mia bambina cosa ne pensa, e in un attimo, così per caso, ne nasce un vero e proprio dialogo filosofico:

-“Tu cosa pensi? Possono esistere cose che non si riescono a vedere?”

– “Certo!”

– “ah sì?”

– “sì mamma, ad esempio la lampadina dentro la mia lampada non si vede ma esiste”

– “è vero, non ci avevo pensato! E cos’altro esiste senza che si possa vedere?”

– “mmm… beh, ad esempio questa coperta, è fatta di fili piccolissimi cuciti insieme, io lo so, ma non si vedono i fili, vedi solo la coperta”

– “eh sì, hai ragione. E altre cose? Ad esempio Santa Lucia?”

– “sì, brava! Santa Lucia esiste ma non si può mica vedere!”

– “e i ricordi?”

– “sì, certo anche i ricordi”

– “anche i sogni allora”

– “No mamma… – ridendo con sufficienza – i sogni si vedono benissimo nella nostra mente, ma non esistono!

Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Squid Game: l’etica in gioco

Serie televisiva sudcoreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. Uscita il 17 settembre 2021 su Netflix, la serie è subito diventata un successo globale, probilmente la serie ad oggi più vista al mondo.

Squid game letteralmente significa “il gioco del calamaro”, un gioco per bambini popolare in Corea, che nella serie diviene un gioco per la sopravvivenza: 456 giocatori, accettano di giocare le loro vite per denaro. Portati su un’isola a loro ignota e vestiti di verde, saranno sorvegliati per tutto il tempo da guardie mascherate e armate (vestite di rosso) e dal loro capo, il frontman, un’inquietante figura mascherata di nero. I giocatori non avranno alcun accesso al mondo esterno o via di fuga. Potranno abbandonare il gioco solo se la maggioranza di loro è d’accordo nel farlo; in quel caso, tuttavia, non sarà dato loro alcun premio in denaro.

Tre sono le semplici regole che definiscono i giochi:

  1. Il giocatore non può lasciare il gioco
  2. Se rifiuta di giocare il giocatore è eliminato
  3. I giochi possono finire se la maggioranza è d’accordo.

Le sei sfide che dovranno affrontare richiamano tutte giochi popolari per bambini – da un due tre stella, al tiro alla fune, al gioco alle biglie – ma in versione macabra: chi perde viene brutalmente eliminato. Solo chi arriverà al termine delle sei gare da vincitore potrà andarsene con il ricchissimo bottino: un montepremi di 45,6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro).

Squid Game ci propone, tra le altre cose, un laboratorio di etica, lo fa rappresentando con un linguaggio truce, a tratti estremo, dilemmi tragici della scelta morale, che tutti noi – si auspica in forme molto diverse – ci troviamo prima o poi ad affrontare nel nostro agire.

Tra le moltissime questioni etiche che solleva, emerge sin dall’inizio quella della libertà.

È un tema che ritorna spesso in Squid Game e che gioca un ruolo chiave nel giudizio che noi spettatori ci formiamo dei vari protagonisti della storia. La serie insiste molto nel farci notare che tutti i giocatori accettano liberamente di unirsi al gioco: addirittura torneranno a giocare anche quando hanno pienamente capito che la posta in gioco è la loro stessa vita. Sul finale, la mente ideatrice dei giochi, userà proprio questo argomento per difendere il proprio operato:

Non ho mai costretto nessuno a giocare a quel gioco. Sei persino tornato di tua spontanea volontà (ep. 9: Un giorno fortunato)

Sembrerebbe un argomento solido e incontrovertibile: i giocatori, tutti adulti, hanno scelto di aderire, dando per iscritto il loro consenso ai giochi. Significa pertanto che solo loro i veri responsabili di quanto accaduto e non l’artefice dei giochi?

Per rispondere a questa domanda dovremmo però porcene prima un’altra: sono queste persone veramente libere di scegliere?

I partecipanti al gioco, pur avendo storie e vite molto diverse fra loro, hanno tutti una cosa in comune: sono persone fortemente indebitate e, per questa ragione, vivono ai margini della società o sono sul punto di cadervi. Il gioco offre loro quella che pare essere l’ultima occasione di rifarsi una vita, di rimediare al passato e costruire un futuro migliore, per loro stessi o per i loro cari. Non tutti sono finiti in questa situazione per loro colpa, molti sono vittime di altri o della sventura, tutti, però, hanno perso le speranze di potercela fare da soli, con le proprie forze.

Quando sono tornato qui, ho capito che quello che dicevano era vero. La vita qui è un inferno persino peggiore (ep. 2: L’inferno)

Fino a che punto riteniamo una persona che si sente schiacciata dagli eventi, senza via di uscita (indipendentemente dal fatto che lo sia veramente), libera di scegliere come agire? È davvero ‘libero’ di scegliere l’alcolista in astinenza al quale venga offerto un alcolico o chi soffre di ludopatia di fronte ad una slot machine? E quanto è corresponsabile chi, sapendo della debolezza di chi ha di fronte, la sfrutta a proprio vantaggio?

Il problema etico che si pone è quello dell’autonomia morale dell’agente razionale. Entro quali condizioni è l’agente libero di scegliere? Possiamo ritenere disperazione, istinto di sopravvivenza e necessità di proteggere chi amiamo attenuanti alla nostra responsabilità morale? O nessuna situazione, per quanto eccezionale o drammatica, può giustificare comportamenti che riteniamo ‘immorali’?

Vi è un celebre caso storico, The Mignonette Case, che enuncia emblematicamente questo dilemma morale:

Qui per un approfondimento filosofico del caso: Justice Harvard.

La questione assume inevitabilmente anche un risvolto politico e sociale: se riteniamo, infatti, che fame e disperazione possano indurre le persone a compiere azioni illecite, al punto da ritenerle possibili attenuanti del loro agire, possiamo mostrarci indifferenti a povertà e disuguaglianze sociali? Combatterle e tentare di ridurle non diventa un dovere di tutti, anche di chi, per meriti o fortuna, si trova dall’altro lato della scala sociale?

Il tema dell’autonomia morale e della libertà di scelta cresce di complessità nel proseguo della serie. Via via che si avanza nel gioco, i giocatori verranno sempre più coinvolti nel determinare la morte dei propri compagni di gioco, diventando così sempre più corresponsabili degli omicidi.

[spoiler alert da qui in avanti]

Le prime sfide non implicano per il singolo una partecipazione morale alla morte dei compagni: nei primi due giochi, ‘un due tre stella’ e il gioco del biscotto, ognuno gioca per sé, non vince a discapito di altri. La situazione cambia drasticamente con la terza sfida, il tiro alla fune. Da lì in poi il dilemma morale dei giocatori si fa tragico: la vittoria, e sopravvivenza al gioco, è ottenuta attraverso l’eliminazione della squadra avversaria, il singolo giocatore è personalmente e attivamente coinvolto nell’azione criminale, ne diventa palesemente co-responsabile.

Ed è a questo punto che le coscienze dei vari protagonisti si dividono: tra chi accetta questa corresponsabilità e decide di farsene padrone, giocando in attacco e muovendo guerra agli altri giocatori, e chi la rifugge, sperando (e forse illudendosi) di non rendersi complice del gioco. Un’illusione che si assottiglia sempre più, lasciando intravedere tutta la tragicità della situazione.

Ne è un esempio il conflitto che viene ad un certo punto a crearsi tra due dei protagonisti della serie. A dividere e contrapporre Seong Gi-hun, il giocatore numero 456, dal suo vecchio amico di infanzia, Cho Sang-woo il numero 218, è l’agire di quest’ultimo che non esita a sacrificare i propri compagni di gioco, con la forza o con l’inganno, per guadagnare la vittoria ai giochi. Cho Sang-woo non sembra far altro che accettare fin in fondo le conseguenze della scelta iniziale di partecipare al gioco: vinco se altri perdono.

Vale anche in questo caso la considerazione iniziale circa le attenuanti alla responsabilità dei singoli? In fin dei conti, si potrebbe dire, i giocatori sono costretti ad agire in quel modo, pena la perdita della loro stessa vita. Questo l’argomento che il razionale Cho Sang-woo fa valere di fronte alle recriminazioni dell’amico di infanzia, che invece non accetta – pur non senza dubbi e sensi di colpa per la propria ipocrisia – di contribuire attivamente alla morte dei compagni al di fuori delle partite giocate.

C’è un’alternativa possibile al “mors tua vita mea”?  

Socrate ci ha mostrato di sì: meglio subire il male che agirlo, anche se a discapito della propria vita. Il Socrate che accetta da innocente la condanna a morte rifuggendo la fuga ci insegna che l’integrità morale di una persona, la sua dignità di essere razionale e morale vale di più della propria vita.

Essere dei nuovi Socrate è difficile, e il protagonista lo sa bene, ha scelto anche lui di salvarsi mentendo al proprio rivale. Lo ha fatto con un anziano solo, già condannato a morte imminente da un tumore; è tuttavia questa un’azione meno grave di quella dell’amico che ha ingannato un giovane padre di famiglia?

La serie ci offre molti esempi di come l’essere umano possa reagire di fronte a scelte moralmente difficili: ciascuno dei diversi personaggi è moralmente ben caratterizzato, non semplicisticamente, in bianco e nero, ma in tutta la complessità e nelle molteplici sfumature che la coscienza morale può assumere e mutare via via che si modificano le situazioni esterne e il contesto che ci provoca.

consigli di lettura, didattica della filosofia, Esercizi filosofici

The If Machine: 30 Lesson Plans for Teaching Philosophy

Di Peter Worley, Bloomsbury 2011.

Un bestseller per fare filosofia con piccole e grandi menti, provocazioni filosofiche adatte a tutte le età.

30 lezioni, 30 rompicapi ed esperimenti mentali, alcuni tratti da testi classici della filosofia, riscritti e adattati anche per essere proposti sin dalla scuola primaria.

Il testo è una risorsa preziosa per gli insegnanti che vogliono introdurre la pratica filosofica nelle loro classi, o anche per chi volesse semplicemente qualche spunto per stimolare i propri studenti al ragionamento ipotetico e creativo, condurre discussioni di dialogo ed esplorare le potenzialità di un pensare comune.

L’autore fornisce anche strategie metodologiche e operative su come condurre un dialogo filosofico secondo la pratica della Comunità di ricerca (Philosophical Enquiry) e indicazioni per approfondire le varie questioni nella letteratura filosofica.

Accompagna il testo un sito con ulteriori materiali per i docenti.

Uno strumento importante, che andrebbe tradotto in italiano.

Fil(m)osofia

The Great Debaters [Il potere della parola]

Regia di Denzel Washington, 2007.

La pellicola è ispirata alla storia di Melvin B. Tolson, professore negli anni ’30 del Novecento al Wiley College Texas, un collegio per studenti afroamericani. Tolson, poeta e politico impegnato nella rivendicazione dei diritti, istituì a Wiley il primo gruppo di dibattito o Debate.

Il Debate è una pratica oratoria dalle origini antiche, sviluppata poi nel Medioevo, che vede due oratori o, nella forma più recente, due squadre di oratori opporsi argomentando pro o contro una mozione data. Il Debate è anche un potente strumento didattico, particolarmente utilizzato in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove sin dalla fine del’800 vengono costituiti veri e propri tornei di dibattito in cui gli studenti si sfidano a suon di parole, come raccontato dal film. È oggi una pratica sempre più diffusa anche in Italia [vedi il nostro corso di formazione docenti].

Tornando al film, Tolson forma la prima squadra di Debate del Wiley College, formata da 4 studenti afroamericani (fra cui una ragazza, Samantha Booke, e un giovanissimo studente precoce di soli 14 anni, James Farmer Jr., figlio di un docente del college). Sarà il gioco del debate a portarli a sfidare, e battere, squadre di prestigiosi College americani nei primi tornei interraziali, sino a giungere a competere contro Harvard (licenza del film).

Le vicende dei quattro, i loro sogni di giovani studenti, le loro insicurezze e i primi amori, si intrecciano inevitabilmente con la lotta per i diritti e l’uguaglianza nell’America del sud degli anni ’30: diritti degli afroamericani, diritti delle donne e diritti dei lavoratori, rivendicazioni che in un modo o nell’altro i protagonisti della storia vivono tutti quotidianamente sulla loro pelle.

Il mio avversario sostiene che non è ancora arrivato il giorno perché bianchi e neri vadano nello stesso college; dividano la stessa università; entrino nella stessa classe. Be’, mi potreste cortesemente dire quando arriverà quel giorno? … Arriverà domani?… Arriverà la prossima settimana?… Tra un centinaio d’anni?.. Mai? No! Il tempo per la giustizia, il tempo per la libertà e il tempo per l’uguaglianza è ogni giorno, ogni giorno, è adesso! ”.

Gara dopo gara, vittoria dopo vittoria, i giovani studenti imparano l’arte della parola e a gestirne tutto il suo potere. Il torneo di Debate diventa così il loro modo di scendere nell’agorà, denunciare le ingiustizie di cui sono testimoni e rivendicare la possibilità e il diritto a un futuro diverso.

Per un approfondimento sulla vera figura di Tolson e il suo team di dibattito si veda qui.

consigli di lettura

R.M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

Questo romanzo è una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente, è una visione variegata dell’America on the road, dal Minnesota al Pacifico, e un lucido, tortuoso viaggio iniziatico.
Una mattina d’estate, il protagonista sale sulla sua vecchia, amata motocicletta, con il figlio undicenne sul sellino e accanto a lui un’altra moto con due amici. Parte per una vacanza con «più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito». Ma fin dall’inizio tutto si mescola: il paesaggio, che muta di continuo dagli acquitrini alle praterie, ai boschi, ai canyons, i ricordi che dilagano nella mente, la rete tenace dei pensieri che si infittisce intorno al narratore. Per lui, viaggiare è un’occasione per sgombrare i canali della coscienza, «ormai ostruiti dalle macerie di pensieri divenuti stantii». E altri pensieri crescono come erbe dalla cronaca del viaggio: l’amico si ferma, ha un guasto, impreca, non sa cosa fare. E il narratore si chiede: qual è la differenza fra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta? (Dalla pagina dell’editore Adelphi).

Pubblicato nel 1974 negli Stati Uniti, prima opera di un autore sconosciuto, questo libro ha avuto subito un successo immenso (cinque ristampe nello stesso mese, quando apparve l’edizione tascabile), paragonabile soltanto a quello di Castaneda e di Tolkien. In breve è diventato un libro-simbolo, il romanzo di un «itinerario della mente» in cui molti si sono riconosciuti.

Ne parleremo insieme martedì sera 12 ottobre, a Cremona, presso il gruppo di lettura Filòs organizzato in collaborazione con Auser e Unipop Cremona.

Iscrizioni aperte a tutti!

Per informazioni:

Auser Unipop Cremona
Via Brescia 207, Cremona
0372/448678
unipop.cremona@auser.lombardia.it

consigli di lettura

Filosofia in fumetti: In viaggio con Aristotele

In viaggio con Aristotele. Memorie di un padre alla ricerca della Grecia più autentica, scritto da Emanuele Apostolidis e disegnato da Elisa Tadiello, BeccoGiallo Edizioni, 2020.

In viaggio con Aristotele è una storia raccontata a fumetti attraverso i bellissimi disegni di Elisa Tadiello, è una storia di ri-scoperta, di sé, delle proprie radici e di una cultura vicina ma per certi versi lontana, quella greca. È il racconto di Emanuele (l’autore e protagonista), di origini greche per via di padre, ma nato e cresciuto in Italia.

Emanuele la Grecia l’ha sempre sentita raccontare dai genitori e visitata in vacanza, ma si trova a fare i conti davvero con le sue radici quando sta per diventare padre: i dubbi, le ansie di un uomo di fronte all’imminente genitorialità danno origine ad un percorso di ricerca di senso, di analisi di sé e della propria identità. La domanda su che tipo di padre potrà essere nel prossimo futuro cerca risposte attraverso altre mille domande sul proprio passato e presente: da dove vengo? Che figlio sono stato? Cosa mi hanno trasmetto i miei genitori e cosa di questo mi porto appresso?

È così che il tema della paternità si intreccia a quello del passaggio generazionale della testimonianza tra genitore-figlio, maestro-studente. Emanuele, oggi insegnante di scuola superiore, si rivede adolescente distratto e disinteressato ai tentativi dei suoi genitori di farlo appassionare alla storia e cultura greca. Se non interessava me, che comunque ne ero parte, come potrò ora io coinvolgere un gruppo di studenti adolescenti in gita scolastica ad Atene? – Si chiede Emanuele trentenne. – Ma, soprattutto, quale Grecia voglio raccontare ai miei studenti? Quella antica, degli eroi della mitologia, della scienza e della filosofia che mi raccontava mia madre, o quella moderna, meno conosciuta, delle rivoluzioni di indipendenza e delle lotte per i diritti, che premeva a mio padre?

In questo viaggio onirico Emanuele si farà guidare alla scoperta della “grecità” da due grandi maestri, Aristotele, sommo filosofo e scienziato greco, apice della cultura classica antica, e il poeta moderno Nikos Kazantzakis (1883-1957). Ma, come per ogni percorso di formazione che sia realmente riuscito, alla fine è lo studente che trova la propria strada e una personale chiave di lettura attraverso la quale comprendere gli eventi. Così sarà per Emanuele, che troverà il proprio modo di essere greco, insegnante e padre.

Una bellissima storia, consigliata per diverse ragioni:

  • perché parla di paternità, dei timori e delle ansie di un padre – tema presente anche nei miti antichi ma meno noto e tutt’ora poco condiviso;
  • perché parla della scoperta di sé e dell’incontro-comprensione dell’altro, due temi solo apparentemente distinti, ma che in realtà, come la storia mostra bene, si intrecciano profondamente;
  • ed, infine, perché parla di educazione, di didattica con la ‘d’ maiuscola, invitando a riflettere su cosa si vuole insegnare ai più giovani e sul come farlo al meglio.
filosofia pubblica, metafilosofia

Vi è un “diritto alla filosofia”?

Come è noto la filosofia in Italia viene insegnata solo all’ultimo triennio dei licei, non è presente nelle altre scuole superiori di primo e secondo grado e manca del tutto nella scuola Primaria. Le ragioni di ciò affondano in una precisa concezione di scuola e di società, che risale agli inizi del ‘900 a Gentile, e oggi può e deve essere messa in discussione.

Gli appelli a portare la filosofia anche al di fuori dei licei si ripetono da anni, se a livello centrale di politica scolastica sono per lo più rimasti inascoltati, non è così nella pratica. Numerosissime e di grande efficacia formativa didattica sono le iniziative che hanno introdotto la filosofia negli istituti tecnici – cito il lavoro di Enrico Liverani ad esempio[1] – o ai bambini della scuola dell’Infanzia e Primaria – si guardi al mondo in continua evoluzione della Philosophy for Children.

A muovere queste proposte vi è l’idea che la pratica della filosofia – fatta in un certo modo, che andrebbe naturalmente esplicitato e definito – sia formativa di tutta una serie di abilità e competenze trasversali imprescindibili per lo studente di qualsiasi disciplina e per il cittadino di domani. Il fare filosofia implica, tra le altre cose, la capacità di problematizzazione e critica del dato, di analisi di una questione complessa, di fare inferenze logiche corrette, la pratica di una buona argomentazione, l’ascolto attivo dell’altro, la consapevolezza di sé e dei propri limiti o condizionamenti e il sapere riconoscere quelli altrui. Tutte competenze dall’indubbio valore cognitivo, ma anche etico-politico[2].

Interessante sarebbe allora sviluppare l’idea di un “diritto alla filosofia” degli adulti come dei bambini.

Se guardiamo, ad esempio, alla Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia (1989) troviamo negli articoli 12, 13 e 14 il richiamo ai seguenti diritti:

  • “il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa” (Art. 12),
  • “il diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo” (art. 13)
  • “il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione” (Art. 14).

Eppure non basta una libertà negativa, cioè l’assenza di impedimenti esterni, per poter garantire questi diritti ai bambini, serve una libertà positiva: serve dotare i bambini degli strumenti necessari per esercitare questi diritti.

Ecco, allora, che la filosofia, intesa come pratica volta a formare ed esercitare le competenze necessarie ad un pensiero autonomo e consistente e un’argomentazione efficacie, diviene a tutti gli effetti un diritto esigibile.

#dirittoallafilosofia #didattica #formazione #publicphilosophy #metafilosofia


[1] https://www.corriere.it/scuola/secondaria/21_maggio_26/insegnare-filosofia-istituti-tecnici-professionali-si-puo-ecco-come-7509bf1e-be0c-11eb-a5e7-170774e96424.shtml

[2] Si aprirebbe qui la questione di quale didattica della filosofia per quale tipo di formazione, discorso che non possiamo affrontare nel breve spazio di questo post e che rinviamo ad altri interventi. La letteratura sulla didattica della filosofia e sui suoi esiti formativi è vastissima. Come primo possibile riferimento si veda “Comunicazione filosofica” rivista di didattica della filosofia a cura della SFI, Società Filosofica Italiana.

didattica della filosofia

Il venditore di felicità

Di Davide Calì, illustrazioni di Marco Somà, Kite Edizioni, 2018.

Ma come, la felicità si vende?
Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia

Inizia così il viaggio del piccione venditore di felicità: chi ne vuole molta per sè, chi la compra in confezioni piccole da dividere con amici e parenti, chi la vuole regalare per le occasioni speciali, chi la vuole donare ai nipotini (“perché, poverini, hanno già tutto”). C’è anche chi la felicità non la desidera, perchè un vero artista non ne ha bisogno, e chi finge di non interessarsene, ma poi la cerca altrove.

Infine, vi è chi è felicissimo di scoprire che il barattolo della felicità è VUOTO, perchè un barattolo vuoto era proprio ciò che gli serviva!

Un bellissimo libro, per bambini (giovani e meno giovani), una vera e propria provocazione a riflettere su di noi e su cosa sia per noi la felicità.

Qui un’anteprima del libro dal sito dell’editore:

https://www.kiteedizioni.it/images/products/books/estratti/111_venditorefelicita_est.pdf

consigli di lettura, Fil(m)osofia

Death Note: il manga laboratorio di etica per problemi

Manga di Tsugumi Oba e Takeshi Obata. Uscito nel 2003, è ormai considerato un classico dell’animazione giapponese, fra i manga più famosi e amati. Per gli esperti del settore, ha rivoluzionato il mondo dei fumetti giapponesi. Da esso sono stati tratti diversi anime, di cui l’ultimo trasmesso su Netflix è diventato, seppur con qualche critica da parte dei fan, un successo mondiale.

La storia: tutto prende avvio quando Light Yagami, figlio modello del capo della polizia, uno studente di licei dalle doti eccezionali, con ottimi voti e dal comportamento ineccepibile, trova per caso un Death Note, un quaderno della morte lasciato cadere sul mondo terrestre per noia da Ryuk, uno shinighami o spirito della morte. Il quaderno ha il potere di determinare la morte di chiunque il cui nome venga scritto sulle sue pagine, lasciando così impunito colui che ne ha decretato la fine.

Light, mosso da ideali di giustizia, inizia ad usare il quaderno con l’intento di liberare il mondo dal male e condanna a morte ogni criminale di cui venga a conoscenza del nome e del volto (queste due regole del Death Note). I problemi per lui iniziano quando la polizia giapponese, insospettitasi per l’elevato numero di morti, chiama a investigare il giovane e geniale Elle, coetaneo di Light e, come lui, desideroso di combattere il male. Elle e Light (che la polizia chiama con il nome Kira) iniziano così una sfida di intelligenza, animata dal doppiogioco reciproco e dal desiderio di prevalsa sul rivale. Una vera e propria partita mentale fatta di mosse e contromosse, attacco e difesa, come nel gioco del tennis – in cui si sfidano realmente in uno dei loro primi incontri – sino al match point finale.

Death Note è un vero e proprio laboratorio di etica per problemi.

Light viene presentato come un bravo ragazzo, inizialmente mosso dal desiderio di rendere il mondo in cui abita un posto migliore. Il suo fine, dichiarato più volte, è quello di creare una società di pace, finalmente libera dal male e dalla violenza, anche al costo di prendere le veci di Dio: un Dio castigatore che non perdona né concede un secondo appello alla condanna di morte. Ma, e qui il primo enorme interrogativo etico posto dal manga, è lecito fare del male seppur a fin di bene? Ed eventualmente, fino a che punto?

Light e Elle, così simili e allo stesso tempo rivali contrapposti in questa partita, rappresentano l’uno il bene e l’altro il male. Eppure, anche Elle, l’investigatore determinato a interrompere la serie di omicidi perpetuati da Light, non esita a imprigionare e immobilizzare per giorni Misa e Light con la speranza di ottenere prove dei suoi sospetti.

Bene e male si intrecciano in continuazione, sino a con-fondersi l’uno nell’altro: non siamo tutti disposti a compiere il male se mossi dalla convinzione che ciò sia giusto e utile a un fine? Questo uno dei grandi interrogativi etici posti dal manga.

Vi è poi, non meno complesso e altrettanto urgente, il tema della giustizia.

È forse questo il punto più delicato, il crinale sul quale si schierano i vari protagonisti: tutti desiderosi di migliorare la società e tutti disposti, chi più chi meno, ad usare mezzi illeciti per farlo; a porli, però, gli uni da un lato e gli altri dall’altro della partita vi è l’idea di giustizia: personale, rapida, lapidaria, l’una, istituzionale, rieducativa e (più o meno) attenta alle procedure, l’altra.

Si pensi alla dolce Misa che, innamorata di Kira dal momento in cui lui ha ucciso l’assassino del padre, si unisce a lui nel gioco del giustiziere, e da vittima diventa a sua volta carnefice. Lo farà senza quella brama di onnipotenza che muove Light-Kira, ma spinta dal desiderio di essere amata da colui che ha vendicato il padre e riportato un senso ‘giustizia’ nella sua vita.

Entrambi, Light, figlio del capo della polizia, e Misa non si riconoscono nella giustizia istituzionale, preferendo ad essa quella privata, forse sbrigativa, ma risolutiva che il Death Note offre loro. All’idea di pena come rieducazione del reo, prediligono la logica del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Non importa se crimini minori vengono ripagati con la punizione più alta, la pena di morte: il singolo, la sua prospettiva, i suoi stessi diritti si perdono nel perverso piano di assicurare una società priva di male.

Ma è una tale società poi possibile? La risposta degli autori ci pare evidente.