Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Introduzione alla filosofia I

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. A partire da un testo, si viene condotti nell’esame di alcune questioni filosofiche attraverso la discussione in gruppo. Si lavora sull’argomentazione, provando a riconoscere buoni da cattivi argomenti, smascherando assunzioni e pregiudizi impliciti nelle opinioni di ciascuno, ed esercitando la capacità di analisi di questioni complesse.

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone), non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Il testo scelto è la celebre introduzione alla filosofia di Thomas Nagel. L’opera è ormai un classico della divulgazione filosofica, Nagel riesce con un linguaggio semplice ma preciso a presentare alcune delle più grandi domande filosofiche: come conosciamo qualcosa, il problema delle altre menti, il problema mente-corpo, la natura del linguaggio, il libero arbitrio, il fondamento della moralità, l’idea di giustizia sociale, la natura della morte, il significato della vita.

«Questo libro è una breve introduzione alla filosofia per persone che del soggetto ignorano i rudimenti. […] Questa è una introduzione diretta a nove problemi filosofici, ciascuno dei quali può essere compreso in se stesso, senza riferimento alla storia del pensiero. Non discuterò i grandi scritti filosofici del passato o lo sfondo culturale di quegli scritti. Il nucleo della filosofia sta in certe questioni che lo spirito riflessivo umano trova naturalmente sconcertanti, e il modo migliore per cominciare lo studio della filosofia è pensarci sopra direttamente. Una volta fatto ciò, si è nella posizione migliore per apprezzare il lavoro di altri che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi.»

Nagel, una brevissima introduzione_

Come funziona:

Useremo Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Una selezione di brani verrà inviata via mail agli iscritti.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Tematica Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Come conosciamo qualcosa Venerdì 10 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 9 luglio

Ore 20.30-22

Il problema delle altre menti Venerdì 17 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 16 luglio

Ore 20.30-22

Il problema mente-corpo Venerdì 24 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 23 luglio

Ore 20.30-22

La natura del linguaggio Venerdì 31 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 30 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

 

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Esercizi di dialogo filosofico: per fare filosofia con i bambini

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. Lo scopo specifico di questa proposta è avvicinare insegnanti ed educatori alla pratica del far filosofia con i bambini, e consentire a chi già la conosce di affinare tecniche e strategie operative facendo esperienza di momenti di dialogo filosofico con adulti e colleghi. Può essere anche un lavoro preparatorio per sessioni da portare in classe.

Lavoreremo su un bellissimo racconto illustrato, appositamente pensato per fare filosofia con i bambini: A. Sátiro, La coccinella Isabella, edizioni Junior 2004. Leggeremo insieme il testo, e a partire da questo si discuteranno le questioni emerse in un momento di dialogo guidato. Alla fine, ragioneremo insieme su quanto fatto (metacognizione), provando a ricostruire il percorso che ha preso il nostro ragionare collettivo, le eventuali risposte individuate e le molte domande aperte.

La coccinella isabella

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone),

non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Come funziona:

Ci troviamo a cadenza settimanale, a distanza, usando Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Non è necessario l’acquisto del libro.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Martedì 7 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 8 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 14 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 15 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 21 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 22 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 28 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 29 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

didattica della filosofia

Resoconto di un’esperienza di formazione a distanza

Si è concluso oggi il corso di formazione Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria fatto in queste settimane con docenti ed educatrici delle scuole di Cremona.

Il corso era strutturato in due parti, da tre incontri ciascuna, per un totale di 12 ore di formazione. Nella prima parte del corso si sono ricostruiti i fondamenti meta filosofici, pedagogici, ma anche etico-politici per fare filosofia con i bambini. Nella seconda parte del corso, si sono analizzate le metodologie e le strategie operative del portare la filosofia in classe, si è ragionato sugli obbiettivi formativi che ci si può porre, e sulla questione della valutazione di tali interventi.

Si è fatta esperienza di alcuni momenti di dialogo filosofico a partire da pretesti e provocazioni, e si è ragionato alla bozza di possibile percorso didattico di filosofia nella scuola, a partire dalle esigenze formative dei gruppi docenti e calibrato nello specifico contesto scolastico di ciascuno.

Locandina filosofiamo

Si chiude così un percorso, che avrebbe dovuto essere in presenza, e si è svolto invece tutto a distanza. Non mi resta che ringraziare i tanti colleghi che hanno partecipato per il loro contributo ad un’esperienza di ricerca collettiva, le stimolanti discussioni e la attiva partecipazione nonostante la distanza.

Grazie a tutti e arrivederci alla prossima!

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Gran parte del favore che incontra il principio del merito è dovuto al fatto che dovrebbe essere un principio contrario ai privilegi e a status sociali ereditari, consentendo in teoria a tutti di poter accedere a beni e posizioni sulla base unicamente di alcune sue capacità o competenze dimostrate. È davvero così? Il merito è davvero in grado di superare le disuguaglianze promuovendo l’equità tra cittadini? Ne abbiamo discusso nel terzo modulo tematico del nostro percorso didattico sul merito.

Siamo partiti dalla questione di come definire il merito e quali criteri adottare per valutarlo (primo modulo), per poi passare all’esame di alcune critiche al principio del merito che, contrariamente al sentire comune, sarebbe per gran parte determinato da fattori contingenti o indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra fatica (secondo modulo). Ora si tratta di vedere quanto l’applicazione di questo principio riesca effettivamente a neutralizzare privilegi e discriminazioni, ponendosi come valido strumento di mobilità sociale.

La letteratura sul tema è infinita. Numerosi studi mostrano come gli studenti provenienti da strati sociali benestanti ottengano mediamente risultati migliori. Si veda ad esempio questo grafico, riportato in un recente articolo nel New York Times, in cui si mostra la distribuzione per reddito degli studenti delle scuole americane: i più ricchi riescono ad accedere per la grande maggioranza nelle scuole di élite, mentre i più poveri finiscono per la maggior parte nelle scuole senza selezione.

Reddito e merito

 

Statistiche come queste ci mettono di fronte all’evidenza che il merito è in gran parte determinato del contesto sociale di appartenenza. Giovani appartenenti ad una classe sociale alta avranno accesso alle risorse educative migliori, potranno facilmente ottenere sostegno in caso di necessità, e difficilmente dovranno sacrificare il tempo per lo studio e la loro formazione ad altre esigenze. Al contrario, chi nasce in un ambiente povero e culturalmente svantaggiato dovrà faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati.

merito e società

Non solo la disuguaglianza economica e sociale, ma anche discriminazione e pregiudizi costituiscono un ostacolo importante all’applicazione neutrale del principio del merito. A partire dai celebri studi di Daniel Kahneman sui bias cognitivi (ne abbiamo parlato qui), molti studi hanno confermato che la nostra valutazione su cosa o chi sia meritevole o meno sia influenzata da pregiudizi e stereotipi che impediscono di fatto la piena neutralità e razionalità di giudizio.

Drammatici i risultati di uno studio del 2016 (K. DeCelles, S. Kang, Whitened Resumes: Race and Self-Presentation in the Labor Market, in “Administrative Science Quarterly”, 2016), che mostra come studenti asiatici abbiano il doppio di possibilità di venir chiamati per un colloquio di lavoro se nascondono la loro identità asiatica nel CV, percentuale che arriva al triplo di possibilità in più per gli studenti afroamericani che hanno “sbiancato” (whitened) il loro curriculum.

merito e discriminazione

 

A parità di titoli e di merito, pregiudizi e stereotipi razzisti fanno a tutt’oggi la differenza.

La questione è discussa da tempo, nel 1958 nel saggio “Crisi in Education” Hannah Arendt sosteneva che la meritocrazia contraddice il principio di equità, tanto quanto ogni altra oligarchia. La gara è giusta (fair), come ci piace immaginare che sia, solo se si parte tutti dallo stesso punto di via, altrimenti il principio del merito non fa altro che perpetuare la forbice della disuguaglianza sociale, tradendo di fatto chi crede di poter giocarsela ad armi pari.

merito e equità

Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

American_History_X_poster

Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

American History X 2

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

[Segue: 3/ Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?]

Senza categoria

Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico

Il principio del merito come criterio di distribuzione dei beni o di opportunità è oggi saldamente fissato nel nostro sentire comune: lo si ritiene un legittimo ascensore sociale e lo si difende come garanzia di equità di trattamento contro privilegi e discriminazioni. Ma siamo sicuri che funzioni davvero? Soprattutto, siamo certi di sapere di cosa stiamo parlando quando usiamo il termine ‘merito’ o quando difendiamo la ‘meritocrazia’?

Ne ho discusso con i miei studenti in queste ultime lezioni di didattica a distanza in un percorso tematico appositamente dedicato al concetto di merito.

Diversi gli aspetti affrontati (che rimando a più post). Siamo partiti chiedendoci:  

Cosa definisce il concetto di “merito”? Quando riteniamo una persona meritevole di qualcosa?

Nella storia del pensiero è probabilmente Aristotele il filosofo che fra i primi ne ha difeso il valore: tra più persone che vorrebbero lo stesso bene, questo deve andare a chi se lo merita di più, sostiene lo stagirita.

Cosa significa, però, meritarsi qualcosa? Lo stesso Aristotele sapeva che non era affatto semplice rispondere a queste domande:

«tutti infatti concordano che nelle ripartizioni vi debba essere il giusto secondo il merito, ma non tutti riconoscono lo stesso merito, bensì i democratici lo vedono nella libertà, gli oligarchici nella ricchezza o nella nobiltà di nascita, gli aristocratici nella virtù» (Aristotele, Etica Nicomachea, V, 1131a, 25 ss.).

Il concetto di merito, suggerisce Aristotele, non è universalmente definito, ma rimanda a preferenze soggettive, storicamente e culturalmente determinate. Basta riflettere sul fatto che ciò che è considerato meritorio qui e oggi non necessariamente lo è in altre parti del mondo o lo era nell’Antica Grecia.

Con gli studenti ci siamo quindi chiesti che cosa fosse il merito per noi: quali elementi riteniamo debbano rientrare nella considerazione del merito? Ci abbiamo ragionato e discusso insieme, e queste alcune considerazioni emerse:

  • Le competenze acquisite: il primo elemento individuato è quello della competenza, per cui si premia chi sa far meglio una certa cosa (sia un esercizio di matematica, la corsa dei 100m, o un lavoro a progetto). Questo criterio ha inizialmente trovato tutti concordi e non ha sollevato nessuna critica o obiezione tra gli studenti. [Non abbiamo problematizzato qui il rapporto tra competenze e opportunità, e quindi disuguaglianza sociale, lo si è fatto in un momento successivo].
  • L’impegno profuso: anche questo è un fattore che assume grande importanza per gli studenti e che incontra il favore di quasi tutti. Ma in questo caso se si approfondisce un attimo la questione emergono distinguo e precisazioni interessanti. Ad esempio, tutti ritengono che l’impegno mostrato da un candidato debba venir considerato quando in suo favore, per cui un certo risultato acquisisce più peso se ottenuto con grande impegno. Più problematico risulta invece diminuire il credito di un buon risultato se raggiunto con poco sforzo, eventualità che appare ai più come un’ingiustizia: “non è colpa del candidato se è bravo a fare una certa cosa e non ha bisogno di grande impegno per ottenere i risultati”, oppure, “se riesce anche con poco sforzo in una certa attività può significare che si è impegnato in passato ed ora è competente; non sarebbe giusto svantaggiarlo per questo“.  Inoltre, anche se ritenuto un elemento importante, pochi arriverebbero a sostenere che l’impegno possa essere l’esclusivo criterio di merito, indipendentemente dai risultati ottenuti. Infine, si è ammesso che non è banale riconoscere e tanto meno misurare l’impegno profuso.
  • I talenti naturali: la proposta di valorizzare i talenti naturali è risultata da subito molto problematica. Vi è la questione di che cosa sia un ‘talento’ e se vi siano talenti del tutto ‘naturali’. Per amore di discussione l’abbiamo definito una qualunque capacità che l’individuo possiede senza particolari sforzi. I più ritengono il talento naturale frutto di fortuna e come tale non andrebbe premiato. È molto problematico, tuttavia, capire come si possa neutralizzare la disparità di talenti naturali nella valutazione. Un’alunna ha proposto di farlo guardando al miglioramento relativo delle performance in un tempo dato, ma qualcuno ha obbiettato che così si avvantaggerebbe chi parte da livelli bassi e ha ampi margini di miglioramento, rispetto a chi parte da livelli più alti. Altri hanno sostenuto che neutralizzare il talento non avrebbe senso per il ruolo da esso giocato nel determinare la performance finale.
  • Le qualità morali: anche questo elemento non ha trovato tutti d’accordo. Anzitutto, non è scontato determinare quali siano le qualità morali da apprezzare. Di nuovo semplificando, abbiamo provato a ragionare assumendo come qualità morali ampiamente riconosciute l’onestà e il rispetto altrui. Per alcuni queste qualità rivestono grande importanza nella valutazione del merito di una persona, e possono diventare un elemento decisivo o addirittura prioritario rispetto ad altri; per altri, l’ambito morale non è sempre pertinente nella valutazione e premiazione dei meriti (uno studente ha rilevato che la correttezza morale ci interessa molto se dobbiamo selezionare un amministratore pubblico o un insegnante, ma può interessarci meno se dobbiamo selezionare un bravo musicista o tecnico). Per altri ancora, le qualità morali sono sempre importanti, ma la loro valutazione sarebbe troppo sfuggente e potrebbe aprire a discriminazioni sulla base di pregiudizi o stereotipi.  
  • I risultati ottenuti (le performance) anche se frutto di fortuna: un ultimo elemento che si è voluto considerare nel nostro esame è stata la prestazione. Questa si distingue dalle competenze acquisite poiché potrebbe essere determinata da fattori contingenti. Su questo aspetto la discussione si è accesa tra chi propendeva per tentare di neutralizzare il fattore ‘fortuna’, inserendo considerazione sul lungo periodo (si pensi ad esempio alla selezione di alcuni atenei prestigiosi a numero chiuso, dove il risultato del test d’ingresso viene calmierato da altri parametri che guardano alla storia del candidato), e chi invece – ritenendo tutti gli altri fattori altrettanto arbitrari – preferiva per valutare una prestazione una tantum, nel tentativo di semplificare la questione.

Non siamo giunti a una definizione concorde del concetto di merito, ma il lavoro svolto ha fatto emergere tutta la complessità di una questione apparentemente chiara o banale, consentendo così ad alcuni di noi di “vedere per la prima volta” un problema in ciò che veniva dato per scontato. Per chi scrive, è proprio questo uno dei compiti della filosofia: rilevare la complessità, i distinguo, le eccezioni, le contraddizioni laddove altrimenti non le noteremmo.   

La sollecitazione di Aristotele ci è quindi servita per una riflessione e un esame di alcune nostre assunzioni e convinzioni irriflesse: “che vinca il migliore” ci trova generalmente tutti concordi… fino a che non ci si chiede che cosa significhi essere il migliore.

[Segue: 2/ Non è tutto merito ciò che luccica. Per una critica al concetto di merito]

consigli di lettura, didattica della filosofia

Il re della foresta di Stefania Nardone

Materiali per fare filosofia nell’Infanzia.

“La storia di Lucio, un bambino di 4 anni impegnato insieme ai compagni e all’insegnante nella realizzazione di uno spettacolo teatrale e affascinato dalla figura del “capo”, stimola spunti interessanti per riflettere insieme ai bambini su diversi temi: la sottile dialettica tra libertà e necessità, la possibilità di valutare cosa sia da ritenere giusto e di prendere decisioni in comune” (dalla pagina dell’editore Liguori).

Nardone il re della foresta1

Noi abbiamo usato il primo paragrafo per una simulazione di una sessione in classe durante il corso di formazione docenti Filosofiamo:

“Graauuurr! Io sono il re della foresta. Sono il più bello e il più forte di tutti gli animali.

Indovina che animale sono? Quando faccio un grande ruggito tutti scappano.

Graauuurr! Se ancora non hai indovinato, ti aiuto. Sono giallo, ho i denti appuntiti, la coda lunga con un ciuffo alla fine e una bella criniera marroncina.

Ora che hai indovinato, forse stai pensando: «Ma come è possibile che un leone parli?».

In realtà non sono proprio leone vero. Sono un bambino come te. Mi chiamo Lucio. A scuola stiamo preparando la recita di Carnevale. Io sono stato scelto per fare il leone. Sono contento. Il leone mi piace proprio tanto. Qual è l’animale che ti piace di più?”

Nella analisi del breve testo fatta insieme ai docenti, sono emerse molte possibili tematiche e questioni da affrontare con i bambini per un momento di dialogo-ricerca filosofica. Eccone alcune:

  • il tema della bellezza: chi/cosa è bello secondo te? che caratteristiche deve avere qualcosa per essere ‘bello’? tutti definiscono bello la stessa cosa? ecc.;
  • della forza: chi è il più forte secondo te? vincere significa essere il più forte? Il più forte è anche colui o colei che deve comandare? ecc.;
  • della paura: quando avete paura? cosa hanno in comune le varie situazioni che ci avete elencato? la paura può essere utile a qualcosa? Cosa fai per avere meno paura di qualcosa? ecc.;
  • della verità: quand’è che qualcosa è vero o finto? Travestirsi è come mentire? Ci possono essere bugie buone? ecc.;
  • della comunicazione: gli animali parlano? Come comunicano tra loro? Possiamo comunicare anche in modi diversi dalle parole? Se non trovi le parole, come puoi dire una certa cosa? ecc.;
  • della felicità: quando ti capita di essere contento per qualcosa? Le persone sono tutte felici per gli stessi motivi? ecc.

Per ognuna di queste macro tematiche, le insegnanti e le educatrici possono immaginare, o farsi guidare dalle proposte del manuale didattico in appendice al racconto, tutta una serie di attività ludiche o creative da proporre ai bambini. Un modo per continuare a ragionare sul tema giocando, elaborando, e creando.

Buona lettura e buona ricerca filosofica con i bambini!

filosofia pubblica

Alla ricerca della felicità. Fare filosofia a distanza: l’esperienza di un gruppo di lettura online

Si è conclusa ieri sera l’iniziativa ‘Pillole di felicità’, un gruppo di lettura a distanza. L’idea, nata come esperimento in tempo di quarantena, era quella di mettere la filosofia e il dialogo filosofico a disposizione come pungolo, sostegno, o anche solo distrazione di chi volesse in questi tempi difficili.

“Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.”

Ci siamo incontrati ogni venerdì, per sei settimane, e insieme abbiamo letto e commentato la Lettera sulla felicità (o a Meneceo) di Epicuro.

Locandina gdl2_felicità

La ricetta di Epicuro, vecchia più di 2000 anni, offre soluzioni potenti, solo apparentemente semplici. È difficile godere del proprio tempo senza farsi prendere dall’ansia per un futuro che è solo parzialmente in nostro controllo; difficile discernere un piacere salutare e utile al nostro benessere da uno nocivo; difficile, soprattutto, conoscere – come Epicuro ci invita a fare – le cause delle nostre scelte e dei nostri piaceri.

Tuttavia, Epicuro è stato un ottimo pretesto, una perfetta pietra di paragone o di inciampo, che ci ha permesso di prendere le misure – almeno un po’ – di quella che è la nostra idea di felicità. Molti gli assunti impliciti, le convinzioni irriflesse che il dialogo e la ricerca insieme hanno fatto emergere.

Abbiamo trovato la felicità?

Forse no, o forse in parte. Sicuramente ci abbiamo riflettuto su, acquisendo ognuno di noi maggiore consapevolezza di ciò che più ci muove. Ma se Epicuro ha ragione quando ci ammonisce che «non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto», allora il nostro lavoro ci dovrebbe aver messo almeno sulla buona strada.

Fil(m)osofia

Questione di tempo. Tra fantascienza e ricerca della felicità

Questione tempo [About time], (2013), scritto e diretto da Richard Curtis.

La storia si apre con Tim, giovane inglese di 21 anni, che viene informato dal padre di possedere, assieme a tutti i membri maschi della loro famiglia, il dono di viaggiare nel tempo. Possono viaggiare solo a ritroso, però, nel tempo da loro effettivamente già vissuto: niente visite a Elena di Troia o possibilità di boicottare un giovane Hitler, per intenderci, ma solo la possibilità di rivivere – e modificare – eventi del proprio passato.

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Parliamo di questa pellicola in questa rubrica di ‘Fil(m)osofia’ non per indagare i paradossi metafisici di un eventuale viaggio nel tempo, ma per riflettere su un suo possibile effetto epistemico (di prospettiva, se vogliamo).

La fantasia di viaggiare nel tempo è stata molto battuta dalla cinematografia, che l’ha affrontata in alcune celebri pellicole, ma che questo film sembrerebbe lasciare inesplorata nelle sue potenzialità a prima vista più eclatanti: il protagonista non usa il suo potere per diventare più ricco, o famoso, o per modificare drasticamente il corso della propria vita.

Tim, guidato dal saggio padre, ne scopre un risvolto ben più importante, un risvolto che forse inizialmente non farà venire i brividi agli appassionati di fantascienza, ma che – a ben guardare – ci si rivela in tutta la sua straordinarietà. Tim impara ad apprezzare il proprio tempo.

Tim prova a rivivere due volte la stessa, normalissima, giornata. Mentre la prima volta si fa travolgere dalle ansie, arrabbiature, stanchezze e brutture che quotidianamente ci consumano, la seconda volta riesce ad apprezzarne la bellezza, anche nei piccoli gesti (il sorriso di una commessa, la possibilità di condividere con colleghi difficoltà e successi), e a non dare per scontato quanto di meraviglioso si ha (una moglie innamorata, dei figli, o una casa, per quanto incasinata).

Quello che ne viene stravolto è lo sguardo con cui il protagonista guarda la propria vita: la prospettiva muta, le priorità anche, alcune delle ‘piccole’ cose che tendiamo a dimenticare nella nostra quotidianità acquistano un nuovo significato, diventando quelle che non vorremmo scoprire di non avere nelle nostre vite: gli affetti, l’amore (tra partner e tra genitori e figli), l’amicizia, la gentilezza.

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Viene alla mente l’insegnamento di Epicurolo stiamo leggendo proprio in questi giorni e il rimando è inevitabile. L’antico filosofo greco, in una celebre Lettera sulla felicità (o a Meneceo), ci invita ad apprezzare il nostro tempo, a godercelo appieno, senza farci travolgere dall’ansia progettuale per il futuro, perché volenti o nolenti il futuro non è in nostro potere, o quantomeno non lo è quanto vorremmo. Dalla filosofia epicurea i latini trarranno la celebre formula Carpe diem (diventata anch’essa topos frequentato dalla cinematografia): un ‘cogli l’attimo’ che non è da intendersi esclusivamente e riduttivamente come un ‘non sprecare le occasioni’, ma come un godi appieno del presente.

Il tempo che ci è dato è finito, anche per i protagonisti di questo film che non potranno fuggire la morte, ma l’esperimento consente a Tim di trasformarsi nel perfetto epicureo: saprà apprezzare i piaceri importanti e rifuggire da quelli inutili o addirittura dannosi.

«Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.» (Epicuro, Lettera sulla felicità)

Tim non avrà, infine, neppure più bisogno di ricorrere al suo straordinario potere: avendo imparato a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, apprezzandone i dettagli, e avendo acquisito consapevolezza di ciò che conta per lui, non ha più interesse a rifare le cose, o a modificarle. Ha semplicemente trovato la sua ricetta per la felicità. Se non è un risvolto eclatante questo?!