Fil(m)osofia

Dark, Tenet e il (nuovo) paradigma del viaggio nel tempo nell’immaginario cinematografico

È da poco uscito l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet. Il film, uno spy movie fantascientifico, sta facendo molto parlare di sé: il primo grande successo internazionale post lock down è una intricata storia di viaggi nel tempo – resa da spettacolari soluzioni cinematografiche e registiche.

La pellicola richiama inevitabilmente Dark, serie televisiva tedesca di grande successo, prodotta da Netflix in tre stagioni (2017-2020). Dark e Tenet sono entrambe storie di viaggi nel tempo. Senza entrare troppo nel dettaglio (ed evitando di fare spoiler), i loro protagonisti riescono a spostarsi nel passato e nel futuro, intervenendo di volta in volta negli eventi, incontrando i loro stessi di diverse età e (apparentemente) modificando la loro storia.

Nulla di nuovo dal tipico topos dei viaggi nel tempo già descritto negli anni ’80 dal film cult Ritorno al futuro (1985)? In realtà no. Siamo di fronte a una distinta concezione del tempo, con tutte le rispettive conseguenze metafisiche ed esistenziali che ne derivano.

In Ritorno al futuro si assume una concezione lineare del tempo – quella che probabilmente più risponde alla nostra intuizione comune –, pensato come progressione di prima e dopo che non si incontrano mai, succedendosi in una retta che si potenzialmente continua all’infinito. Ogni intervento su questa linea produce una variazione nella storia e quindi crea un universo parallelo di eventi, una nuova linea del tempo. Quando Marty agisce sul proprio passato, inevitabilmente lo modifica, e genera una nuova serie temporale di eventi che produrrà un futuro diverso da quello dal quale egli è venuto.

Dark e Tenet, invece, nella differenza delle loro rispettive storie e ambientazioni, assumono entrambi una concezione circolare del tempo, in cui passato e futuro si incontrano dando via all’eterna ripetizione dell’uguale.

Viene riproposta così una comprensione del tempo tipica del mondo antico. Per gli antichi greci tutto ciò che è chiuso, finito, è compiuto, e pertanto perfetto: il finito trova nel proprio limite la propria determinazione e quindi anche la propria specifica natura o essenza. Per il pensiero greco solo qualcosa di finito è ordinato, regolato da proporzioni e quindi è misurabile, comprensibile, intellegibile. Al contrario l’infinito, l’illimitato (anche temporale) era associato all’indeterminato, a qualcosa di non compiuto e quindi di inevitabilmente difettoso. L’infinito, sfuggendo a qualsiasi misura e ordine, si apre al caos, non lo si può dominare, nè comprendere. L’uomo non può nulla contro l’infinito.

Lo spettatore moderno, tuttavia, fatica ad apprezzare questa compiutezza. Siamo abituati a pensare all’infinitezza (di tempo, denaro, felicità, ecc.) come ad una risorsa desiderabile, nella sua impossibilità. Al nostro sguardo risultano sconvolgenti i mondi di Tenet o Dark, in cui passato e futuro si ripiegano l’uno sull’altro, influenzandosi a vicenda e rendendo impossibile capire cosa abbia originato cosa o se vi sia una causa prima del tutto.

Soprattuto, però, viene da chiedersi: se l’inizio è già predeterminato dalla sua fine, il passato dal futuro, che spazio resta al libero arbitrio dell’individuo? L’uomo è davvero libero di determinare il proprio destino o è una pedina che segue la necessità del suo destino, già inesorabilmente scritto?

In gioco vi è la questione della libertà o determinatezza dell’uomo di fronte al proprio destino. Forse è questa la ragione per la quale la visione ciclica del tempo si mostra così maledettamente asfissiante agli occhi moderni: la nostra intuizione comune sembra legata all’idea che l’uomo sia libero, almeno in parte, di scegliere chi essere e chi diventare.

Fra i due topos cinematografici di viaggi nel tempo, ci appare addirittura rassicurante nel confronto lo scenario descritto da Ritorno al futuro, dove tutto aveva una sua chiara logica lineare, di progressione tra causa ed effetto.

Ritorno al futuro – in linea con il sogno americano anni ’80 – ci proponeva un soggetto protagonista della propria storia, così capace e potente rispetto alla sua esistenza da poter intervenire con anche un solo gesto significativo (ribellarsi ad un bullo, il coraggio di baciare la ragazza dei propri sogni…) a cambiare per sempre la propria vita.

Gli universi chiusi e compiuti di Dark e Tenet suggeriscono tutt’altro. Qui l’individuo, per quanto perspicace, capace, o abile, non ha per nulla il controllo della propria esistenza, neppure quando giunge a comprendere il segreto che la governa. Nemmeno la conoscenza della legge (logos) che regge la realtà gli consente il potere di intervenire su di essa. In questo, Dark e Tenet si allontanano dal pensiero greco, rivelandosi in tutta la loro postmodernità: per i loro protagonisti non c’è nessuna funzione liberatoria della ragione, nella comprensione del logos, viaggiare nel tempo e comprenderne i segreti non li rendi più liberi nè felici.

didattica della filosofia

Metadidattica: un facile esercizio per riflettere sulla propria concezione di insegnamento

Sta per iniziare un nuovo anno scolastico e per migliaia di docenti è il momento in cui si pensa, pianifica e imposta il proprio progetto educativo. Lo si fa ragionando per obbiettivi formativi, anzitutto, che andranno mano a mano ri-calibrati in base al contesto e alla risposta ottenuta. Per ogni obbiettivo formativo che ci si pone, si cerca la strategia didattica migliore. Così, generalmente, un docente legittima il proprio metodo di insegnamento.

Sembra, tuttavia, che a determinare le scelte metodologiche di ogni insegnante siano non solo consapevoli e opportune riflessioni metodologiche, pedagogiche e disciplinari, ma anche – e per lo più in maniera inconsapevole – la propria personale esperienza di apprendimento di quando si era studenti.

Sulla base di questa convinzione – “How we learn informs how we teach” – , Neil Haave (University of Alberta, Augustana Campus) ha elaborato un breve questionario da sottoporre ai docenti per riflettere e comprendere meglio la propria concezione di insegnamento: “Six Questions That Will Bring Your Teaching Philosophy into Focus” (https://www.facultyfocus.com/articles/philosophy-of-teaching/six-questions-will-bring-teaching-philosophy-focus/ )

Proponiamo qui una rielaborazione del questionario:

consigli di lettura, didattica della filosofia

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi 2007

“È difficile anche solo immaginare un’introduzione alla filosofia che sia piú semplice, piú chiara e piú leggibile di questo Primo libro di filosofia, meritatamente diventato una sorta di «best-seller» in Inghilterra.”

Warburton

 

“In sette brevi capitoli piú un’introduzione, Nigel Warburton riesce a dare un’idea precisa di un numero impressionante di problemi filosofici, di proposte di soluzione e di discussioni, mantenendo al minimo (ma non escludendo) i riferimenti storici. Si incontreranno quindi tutti, o quasi tutti, i temi canonici, quelli con cui siamo abituati a identificare la filosofia: le dimostrazioni dell’esistenza di Dio (e le loro confutazioni), il bene e il giusto, lo scetticismo e la conoscenza, l’uguaglianza, la democrazia e il liberalismo, il problema dell’induzione, le varie posizioni sul rapporto tra mente e cervello, la questione della definizione dell’arte; e, accanto a questi, anche domande forse meno prevedibili: che cosa vuol dire che la filosofia è «difficile», se si debbano punire i criminali e perché, qual è il valore artistico dei falsi, perché non possiamo fare a meno di presupporre che la nostra memoria sia attendibile.
Il testo, che può anche essere usato come manuale in un corso universitario di introduzione alla filosofia, si presta in modo particolare all’insegnamento «per problemi» che dovrebbe caratterizzare l’estensione della filosofia all’intera scuola «secondaria»; ma soprattutto può essere letto con profitto da chiunque voglia sapere di che cosa si occupano i filosofi, o voglia cominciare a chiarirsi le idee su uno dei molti problemi che tutti, qualche volta, ci siamo posti.”

Diego Marconi

Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

consigli di lettura

Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci

Canfora,Il difficile mestiere del filosofo

“Se si pone mente al caso dei filosofi greci (per lo meno di alcuni), il motto celebre, e celebrato, di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero sinallora limitati a «interpretare il mondo» astenendosi dall’imperativo inderogabile di «cambiarlo», non sembra corrispondere al vero. Giacché quegli antichi inventori del filosofare, in verità, operarono. E in una piccola comunità, quale fu la città antica, la loro azione risultò sommamente visibile: tanto da diventare non di rado il bersaglio della più popolare forma d’arte, la commedia. Più avanti di tutti si spinse Platone, il quale tentò addirittura di costruire la «città nuova»; e perciò patì la cattività e rischiò il peggio. Molto dopo di lui, uno stoico, Blossio di Cuma, fu dapprima coi Gracchi. Una volta persili, andò a morire combattendo al fianco di Aristonico e dei suoi ribelli, i quali chiedevano uguaglianza e adoravano il sole. La loro parola era dunque azione. Contro Socrate – l’uomo che forse meglio rappresenta gli antichi pensatori nella fantasia dei posteri – fu lo stesso ceto politico a mobilitarsi per neutralizzarlo. E lo colpirono: con lo strumento, talvolta cieco, ma ognora onnipotente, del verdetto di un tribunale”.  Luciano Canfora

consigli di lettura, filosofia pubblica

Altre menti: cosa ne sappiamo e cosa non potremo mai sapere

«Quanto sai davvero di quello che avviene nella mente di chiunque altro?».

Con questa domanda Thomas Nagel apre il secondo capitolo di Una brevissima introduzione alla filosofia (1987), dedicato al problema filosofico delle Altre menti [ne stiamo discutendo qui].

Come possiamo sapere se quello che provano gli altri quando mangiano del gelato al cioccolato, ad esempio, è lo stesso – o quantomeno simile – a ciò che proviamo noi? Non è solo una questione di gusti, in gioco vi è la domanda circa la comparabilità stessa delle esperienze, e anche di più.

Ma procediamo per gradi. Su cosa fondo la mia intuizione che la correlazione stimolo-esperienza sia simile tra individui differenti? Certamente non sul linguaggio, perché potremmo aver imparato a chiamare ‘rosso’ o ‘amaro’ gli stessi stimoli, ma questo non è garanzia del fatto che l’esperienza del rosso o dell’amaro sia la stessa tra individui. Nemmeno la correlazione tra stimolo e organi di senso è garanzia del fatto che l’esperienza soggettiva sia la medesima.

Seguendo questo filo di ragionamenti, dalla conoscibilità delle altre menti o coscienze, si può giungere a problematizzare la loro stessa esistenza.

«Se continuiamo su questa strada alla fine essa conduce allo scetticismo più radicale su tutto ciò che è relativo a altre menti. Come fai anche a sapere che il tuo amico è cosciente? Come fai a sapere che vi sono altre menti oltre la tua?»

Questa domanda si può porre in molti modi. Così come non posso essere certa che l’altro essere umano abbia una coscienza (potrebbero essere macchine sofisticatissime come nel miglior o peggiore scenario fantascientifico), non potrei forse anche chiedermi se altri esseri invece ce l’abbiano? Probabilmente pochi di noi avrebbero difficoltà a concedere che diversi animali abbiano coscienza – dovremmo naturalmente capirci su questo termine e le sue implicazioni. Forse qualcuno in più dubiterebbe che invertebrati possano averla, o addirittura vegetali. E che ne è dei computer e dei sistemi di intelligenza artificiale?

La questione circa la possibilità per una macchina di sviluppare coscienza ha impegnato la riflessione filosofica almeno da Cartesio in poi, diventando a partire da Turing una delle grandi problematiche del ‘900, molto battuta anche dalla letteratura di fantascienza (fra tutti Asimov) e dal cinema (giusto per dare un paio di titoli: Ex-Machina[2015] e A.I. Intelligenza Artificiale [2001]).

Non meno interessante, tuttavia, è l’interrogativo a proposito della coscienza di altri esseri viventi. In questo libro, Altre menti: il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, Adelphi 2018 (ed. orig. 2016), Peter Godfrey-Smith, filosofo della scienza presso l’Università di Sydney, affronta la questione con uno sguardo a una specie vivente curiosa, che probabilmente non definiremmo ‘intelligente’ e che pure ci sa sorprendere per il suo comportamento complesso e sofisticato: i polpi. Non è possibile, si chiede Godfrey-Smith, che anche la mente abbia subito un processo evolutivo simile a quello di altri organi? E che quindi anche specie animali molto lontane dalla nostra abbiano sviluppato una loro forma di coscienza?

Altre menti2

Tornando allora a Nagel e alle sue domande:

«Quindi la questione è: cosa puoi veramente sapere sulla vita cosciente in questo mondo oltre al fatto che tu stesso hai una mente cosciente?  È possibile che vi sia molta meno vita cosciente di quella che assumi (nessuno eccetto la tua), o molta di più (anche in cose che assumi essere incoscienti)?»

Anche ammesso che gli studi biologici giungano a dimostrare che i polpi abbiano una qualche forma di esperienza cosciente, resta il fatto che noi non potremo mai sapere cosa di prova ad essere polpi, o robot, o pipistrelli. Questo, come ci ha insegnato proprio Nagel in un altro suo celebre lavoro, What is like to be a bat? (“The Philosophical Review”, 1974), rimarrà per noi sempre un mistero: i limiti dell’esperienza soggettiva sono invalicabili.

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Introduzione alla filosofia I

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. A partire da un testo, si viene condotti nell’esame di alcune questioni filosofiche attraverso la discussione in gruppo. Si lavora sull’argomentazione, provando a riconoscere buoni da cattivi argomenti, smascherando assunzioni e pregiudizi impliciti nelle opinioni di ciascuno, ed esercitando la capacità di analisi di questioni complesse.

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone), non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Il testo scelto è la celebre introduzione alla filosofia di Thomas Nagel. L’opera è ormai un classico della divulgazione filosofica, Nagel riesce con un linguaggio semplice ma preciso a presentare alcune delle più grandi domande filosofiche: come conosciamo qualcosa, il problema delle altre menti, il problema mente-corpo, la natura del linguaggio, il libero arbitrio, il fondamento della moralità, l’idea di giustizia sociale, la natura della morte, il significato della vita.

«Questo libro è una breve introduzione alla filosofia per persone che del soggetto ignorano i rudimenti. […] Questa è una introduzione diretta a nove problemi filosofici, ciascuno dei quali può essere compreso in se stesso, senza riferimento alla storia del pensiero. Non discuterò i grandi scritti filosofici del passato o lo sfondo culturale di quegli scritti. Il nucleo della filosofia sta in certe questioni che lo spirito riflessivo umano trova naturalmente sconcertanti, e il modo migliore per cominciare lo studio della filosofia è pensarci sopra direttamente. Una volta fatto ciò, si è nella posizione migliore per apprezzare il lavoro di altri che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi.»

Nagel, una brevissima introduzione_

Come funziona:

Useremo Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Una selezione di brani verrà inviata via mail agli iscritti.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Tematica Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Come conosciamo qualcosa Venerdì 10 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 9 luglio

Ore 20.30-22

Il problema delle altre menti Venerdì 17 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 16 luglio

Ore 20.30-22

Il problema mente-corpo Venerdì 24 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 23 luglio

Ore 20.30-22

La natura del linguaggio Venerdì 31 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 30 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

 

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Esercizi di dialogo filosofico: per fare filosofia con i bambini

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. Lo scopo specifico di questa proposta è avvicinare insegnanti ed educatori alla pratica del far filosofia con i bambini, e consentire a chi già la conosce di affinare tecniche e strategie operative facendo esperienza di momenti di dialogo filosofico con adulti e colleghi. Può essere anche un lavoro preparatorio per sessioni da portare in classe.

Lavoreremo su un bellissimo racconto illustrato, appositamente pensato per fare filosofia con i bambini: A. Sátiro, La coccinella Isabella, edizioni Junior 2004. Leggeremo insieme il testo, e a partire da questo si discuteranno le questioni emerse in un momento di dialogo guidato. Alla fine, ragioneremo insieme su quanto fatto (metacognizione), provando a ricostruire il percorso che ha preso il nostro ragionare collettivo, le eventuali risposte individuate e le molte domande aperte.

La coccinella isabella

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone),

non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Come funziona:

Ci troviamo a cadenza settimanale, a distanza, usando Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Non è necessario l’acquisto del libro.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Martedì 7 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 8 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 14 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 15 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 21 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 22 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 28 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 29 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

didattica della filosofia

Resoconto di un’esperienza di formazione a distanza

Si è concluso oggi il corso di formazione Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria fatto in queste settimane con docenti ed educatrici delle scuole di Cremona.

Il corso era strutturato in due parti, da tre incontri ciascuna, per un totale di 12 ore di formazione. Nella prima parte del corso si sono ricostruiti i fondamenti meta filosofici, pedagogici, ma anche etico-politici per fare filosofia con i bambini. Nella seconda parte del corso, si sono analizzate le metodologie e le strategie operative del portare la filosofia in classe, si è ragionato sugli obbiettivi formativi che ci si può porre, e sulla questione della valutazione di tali interventi.

Si è fatta esperienza di alcuni momenti di dialogo filosofico a partire da pretesti e provocazioni, e si è ragionato alla bozza di possibile percorso didattico di filosofia nella scuola, a partire dalle esigenze formative dei gruppi docenti e calibrato nello specifico contesto scolastico di ciascuno.

Locandina filosofiamo

Si chiude così un percorso, che avrebbe dovuto essere in presenza, e si è svolto invece tutto a distanza. Non mi resta che ringraziare i tanti colleghi che hanno partecipato per il loro contributo ad un’esperienza di ricerca collettiva, le stimolanti discussioni e la attiva partecipazione nonostante la distanza.

Grazie a tutti e arrivederci alla prossima!

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Gran parte del favore che incontra il principio del merito è dovuto al fatto che dovrebbe essere un principio contrario ai privilegi e a status sociali ereditari, consentendo in teoria a tutti di poter accedere a beni e posizioni sulla base unicamente di alcune sue capacità o competenze dimostrate. È davvero così? Il merito è davvero in grado di superare le disuguaglianze promuovendo l’equità tra cittadini? Ne abbiamo discusso nel terzo modulo tematico del nostro percorso didattico sul merito.

Siamo partiti dalla questione di come definire il merito e quali criteri adottare per valutarlo (primo modulo), per poi passare all’esame di alcune critiche al principio del merito che, contrariamente al sentire comune, sarebbe per gran parte determinato da fattori contingenti o indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra fatica (secondo modulo). Ora si tratta di vedere quanto l’applicazione di questo principio riesca effettivamente a neutralizzare privilegi e discriminazioni, ponendosi come valido strumento di mobilità sociale.

La letteratura sul tema è infinita. Numerosi studi mostrano come gli studenti provenienti da strati sociali benestanti ottengano mediamente risultati migliori. Si veda ad esempio questo grafico, riportato in un recente articolo nel New York Times, in cui si mostra la distribuzione per reddito degli studenti delle scuole americane: i più ricchi riescono ad accedere per la grande maggioranza nelle scuole di élite, mentre i più poveri finiscono per la maggior parte nelle scuole senza selezione.

Reddito e merito

 

Statistiche come queste ci mettono di fronte all’evidenza che il merito è in gran parte determinato del contesto sociale di appartenenza. Giovani appartenenti ad una classe sociale alta avranno accesso alle risorse educative migliori, potranno facilmente ottenere sostegno in caso di necessità, e difficilmente dovranno sacrificare il tempo per lo studio e la loro formazione ad altre esigenze. Al contrario, chi nasce in un ambiente povero e culturalmente svantaggiato dovrà faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati.

merito e società

Non solo la disuguaglianza economica e sociale, ma anche discriminazione e pregiudizi costituiscono un ostacolo importante all’applicazione neutrale del principio del merito. A partire dai celebri studi di Daniel Kahneman sui bias cognitivi (ne abbiamo parlato qui), molti studi hanno confermato che la nostra valutazione su cosa o chi sia meritevole o meno sia influenzata da pregiudizi e stereotipi che impediscono di fatto la piena neutralità e razionalità di giudizio.

Drammatici i risultati di uno studio del 2016 (K. DeCelles, S. Kang, Whitened Resumes: Race and Self-Presentation in the Labor Market, in “Administrative Science Quarterly”, 2016), che mostra come studenti asiatici abbiano il doppio di possibilità di venir chiamati per un colloquio di lavoro se nascondono la loro identità asiatica nel CV, percentuale che arriva al triplo di possibilità in più per gli studenti afroamericani che hanno “sbiancato” (whitened) il loro curriculum.

merito e discriminazione

 

A parità di titoli e di merito, pregiudizi e stereotipi razzisti fanno a tutt’oggi la differenza.

La questione è discussa da tempo, nel 1958 nel saggio “Crisi in Education” Hannah Arendt sosteneva che la meritocrazia contraddice il principio di equità, tanto quanto ogni altra oligarchia. La gara è giusta (fair), come ci piace immaginare che sia, solo se si parte tutti dallo stesso punto di via, altrimenti il principio del merito non fa altro che perpetuare la forbice della disuguaglianza sociale, tradendo di fatto chi crede di poter giocarsela ad armi pari.

merito e equità