filosofia pubblica

Quote rosa e “Affirmative Action”: per capirne di più

Il tema delle quote genera solitamente reazioni immediate, fra oppositori e sostenitori, eppure è una questione molto complessa: presuppone considerazioni di tipo storico, politico e giuridico, e risposte a problemi etici enormi, come quello della definizione di uguaglianza fra cittadini o della distribuzione della giustizia.

In quanto segue ci proponiamo, senza alcuna pretesa di esaustività, di ricostruire alcuni degli argomenti pro o contro la “discriminazione positiva” che il dibattito filosofico-politico ha prodotto negli anni, augurandoci di fornire così elementi utili a inquadrare meglio la questione.

Cosa sono le quote:

Le quote, quelle rosa o etniche sono le più diffuse, sono una forma di intervento nota in inglese come “Affirmative Action”, azione positiva o, meglio, discriminazione positiva: sono politiche volte alla correzione di ingiustizie subite da gruppi di cittadini sulla base della loro appartenenza di genere, etnica, religiosa o ad altre categorie protette. Constatata una situazione di disparità tra cittadini, il governo o un ente privato può decidere di intervenire attivamente a neutralizzare questa ingiustizia favorendo i soggetti colpiti, ad esempio dando loro un punteggio più alto in una selezione, o riservando loro una percentuale di posti – quote appunto.

Lo strumento della Affirmative Action è stato introdotto in USA a partire dagli anni ’60 come forma di “restituzione” per le ingiustizie subite dalla popolazione afroamericana. Molte Università a numero chiuso lo hanno da allora adottato (seppur in forme e modalità differenti) per agevolare l’accesso di studenti provenienti da gruppi sociali storicamente sottorappresentati nella popolazione studentesca, con il duplice obbiettivo di riparare un torto e di incentivare la diversità del corpo studentesco.

La Affirmative Action vuole essere una forma di redistribuzione della giustizia e, allo stesso tempo, di promozione della diversità di genere, etnica e culturale.

Affirmative action1

Nel corso degli anni sono stati sollevati numerosi dubbi sul significato e sulle conseguenze di queste politiche. Di seguito proviamo a discuterne alcuni.

1.      Un problema di percezione: un trattamento di favore o la rimozione di ostacoli?

Quando si applica una politica di supporto alle pari opportunità come quella delle quote, può succedere che parte della popolazione (generalmente quella esclusa dalla quota) la percepisca come una forma ingiustificata di ingerenza, un’agevolazione illegittima di alcuni. Spesso non vi è piena consapevolezza del problema: non si vede un soggetto discriminato come tale perché la discriminazione è frutto di pregiudizi o bias per lo più inconsapevoli. Stereotipi di genere e culturali fanno sì che una situazione di disparità venga recepita come esito naturale delle cose, del tipo: “sono loro [donne o minoranze] che preferiscono fare altro / sono meno portate per quel ruolo”.

Affirmative action2

Eppure, le discriminazioni esistono e oggi vi sono tutti gli strumenti per dimostrarlo. È proprio in ragione della acclarata situazione di disuguaglianza di trattamento subita da determinati gruppi sociali che i promotori difendono la Affirmative Action, non come un regalo o sconto ad alcuni, ma valorizzazione delle maggiori difficoltà incontrate durante il percorso formativo e professionale.

L’argomento è ben espresso in una celebre frase di Lyndon Johnson, 36° Presidente degli Stati Uniti: «Tu non prendi una persona che, per anni, è stata immobilizzata con le catene, la liberi, la porti al punto di partenza di una gara, le dici “ora sei libero di competere con gli altri”, per poi pensare che la competizione sia davvero giusta» (discorso alla Howard University, Washington D.C., del 4 giugno 1965).

2.     Lo statuto giuridico della discriminazione positiva: dubbi di costituzionalità

La storia giuridica della Affirmative Action è piuttosto travagliata. Moltissimi i casi giudiziari negli USA che nel tempo hanno contribuito a ridefinirne l’attuazione, generando di volta in volta accesi dibattiti (qui una breve storia dei più significativi).

Sì, perché, posto che le carte costituzionali moderne sanciscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e vietano trattamenti discriminatori, come è possibile legittimare l’adozione di politiche di protezione di alcune categorie di cittadini rispetto ad altre? Principi come il XIV emendamento della Costituzione statunitense e, paradossalmente, conquiste della lotta per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani come il Civil Rights Act del 1964 vengono frequentemente invocate contro l’adozione di questi strumenti.

Negli USA la Corte Suprema già nel 1971 aveva stabilito che il richiamo al trattamento uguale sancito nel titolo VII del Civil Rights Act andasse interpretato nell’ottica del raggiungimento dell’eguaglianza, e non dell’adozione di procedure apparentemente neutrali ma che di fatto “congelano” ingiustizie esistenti. La Corte aveva aperto così a interventi volti a correggere l’attuale situazione di disuguaglianza.

Questo non ha però fermato la controversia giuridica. I diversi esiti dei singoli casi e le divisioni interne alla stessa Corte Suprema sono indice dell’enorme ambiguità e del grande margine di interpretazione dello statuto giuridico della Affirmative Action.

Affirmative action, Court cases

E in Italia? Nel 2003, è stato riformato l’articolo 51 della Costituzione con la seguente integrazione:

«Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

L’aggiunta ribadisce che l’uguaglianza dei cittadini, sancita nell’Art. 3 della Costituzione, non è un dato di fatto, ma un compito da perseguire. Politiche come le quote rosa trovano quindi nella nostra Costituzione il loro fondamento giuridico.

3.      Un ostacolo alla meritocrazia?

Intervenendo nel processo di selezione, la discriminazione positiva si presenta come una deroga al principio del merito come criterio esclusivo nella distribuzione di premi o posizioni. Per molti, questo è un aspetto problematico: non dovrebbe un’Università, un’azienda privata, e anche lo Stato preferire i migliori, sempre e comunque, a prescindere da altre considerazioni?

Chi generalmente usa questo argomento è preoccupato che una politica di quote (rosa, etniche, di reddito, estrazione sociale o altro ancora) possa produrre una selezione di persone meno qualificate, penalizzando i più meritevoli e abbassando il livello generale. L’assunto implicito è che il merito sia immune da pregiudizi, perché oggettivamente quantificabile sulla base delle prestazioni raggiunte dal candidato, ad esempio in un test, in un colloquio, o nel suo lavoro, e sia pertanto un criterio equo.

In realtà, una più attenta riflessione sul concetto di merito mostrerebbe che ciò che noi riteniamo “meritevole” è sempre storicamente e culturalmente determinato – e quindi soggetto a bias, pregiudizi e discriminazioni. Vi è, inoltre, un circolo vizioso o virtuoso (a seconda) tra stereotipi, offerta di opportunità e prestazioni ottenute dai singoli: il genere, ad esempio, è riconosciuto essere uno dei bias che influiscono sulle scelte di assunzione e promozione del personale (qui) o di riconoscimento del valore del lavoro svolto (qui).

Secondo i difensori della Affirmative Action, è sbagliato pensare che chi senza di essa resterebbe indietro sia necessariamente meno qualificato: la discriminazione positiva non avvantaggia i meno meritevoli, ma rimuove quelle barriere che altrimenti impedirebbero a tutti di partecipare alla competizione in situazione di parità.

meritocrazia

Vi è un’ulteriore considerazione da fare sul complesso rapporto tra merito e disuguaglianza. È stato osservato che mediamente i più bravi provengono dalle classi sociali più alte: figli di famiglie agiate, colte e privilegiate hanno a disposizione i migliori strumenti e possono conseguire i loro successi con minore fatica rispetto ad altri. Lo confermano anche i dati sulla distribuzione del reddito fra la popolazione studentesca dei college americani.

merito e reddito

La disuguaglianza economica sembra essere oggi il vero fattore di ingiustizia sociale e per questa ragione ci si chiede se non sia opportuno adottare forme di discriminazione positiva basate sul reddito.

4.      Uno strumento contraddittorio

Una critica frequente alla Affirmative Action riguarda il suo carattere contraddittorio: non sono forse le Università, le aziende o le Istituzioni ad agire sulla base di criteri discriminatori, nel momento in cui considerano il genere, l’etnia o la religione un criterio rilevante per l’accesso? Il sospetto è che, incentivando trattamenti diversificati per i singoli candidati, si perpetuino quelle stesse forme di discriminazione che si vorrebbero combattere.

Se giuridicamente, lo abbiamo visto, la questione solleva dubbi di costituzionalità, dal punto di vista teorico-politico si aprono qui due visioni antitetiche, che dipendono da cosa si intende per giustizia sociale e da che tipo di uguaglianza vogliamo tra i cittadini di una comunità. La questione solleva domande del tipo: possiamo/dobbiamo considerarci tutti uguali? Un trattamento uguale è veramente equo? O l’equità consiste nel trattare diversamente persone con diverse caratteristiche, storie e background?

A seconda delle risposte che diamo a queste domande, la discriminazione positiva può essere condannata invocando un trattamento neutrale, formalmente uguale per tutti, o rivendicata come strumento necessario per riparare l’inevitabile disparità delle condizioni di partenza.

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5.      Un beneficio per tutti

Questo un argomento di natura utilitaristica: le politiche delle pari opportunità avvantaggiano tutti, non solo chi ne è direttamente soggetto. L’assunto è che la diversità (etnica, culturale, di genere) costituisca un valore aggiunto per tutta la comunità.

Una recente ricerca, condotta su più di 200 aziende, avrebbe ad esempio mostrato che maggiore è la diversità per età, genere, provenienza geografica dei membri di in un gruppo dirigenziale e migliori sono le decisioni prese da quel gruppo per l’azienda. L’eterogeneità di background e punti di vista promuoverebbe la creatività, la flessibilità, la capacità di risolvere problemi e trovare nuove soluzioni. Per un’azienda tutto questo si traduce in migliori prestazioni e, quindi, maggiore competitività.

diversità valore aggiunto

La conferma viene anche da un caso che ci riguarda da vicino: i dati Consob del 2018 mostrano che le quote di genere introdotte nel 2011 dalla legge Mosca per aumentare la rappresentatività femminile nei board delle società quotate in borsa abbiano avuto effetti positivi sulla performance delle stesse aziende.

Lungi dal mettere a rischio la competitività di un’azienda o il livello di un gruppo di studenti, una politica a supporto della diversità sembra migliorare le prestazioni di tutti.

6.      Abbiamo alternative possibili?

Ci si può chiedere, infine, se per promuovere un’equa partecipazione sociale ci sono alternative possibili, magari anche più efficaci e meno problematiche della discriminazione positiva. Proviamo a considerarne qualcuna.

Anzitutto, l’educazione. È normale ritenere che sia l’educazione a dover assumere un ruolo fondamentale nella promozione di un cambiamento che deve essere infine culturale. Eppure, da sola può richiedere troppo tempo o anche non bastare a sanare situazioni di disparità. Il problema è che stereotipi, pregiudizi e bias, per quanto noti, sono molto difficili da estirpare (ne abbiamo discusso qui). Sembra necessario, quindi, intervenire anche con strumenti ad hoc, per promuovere nell’immediato le pari opportunità tra cittadini.  

Uno può essere quello di incentivare processi di selezione blind (ciechi), che nascondano dati sensibili ai selezionatori immunizzando stereotipi e bias. È una strategia già adottata da tempo in molti processi selettivi e che dà i suoi frutti: questo studio ha mostrato che i candidati di provenienza latina, afroamericana o asiatica che presentano un cv ‘sbiancato’ (whitened) nascondendo la loro provenienza hanno maggiori possibilità di venir chiamati a un colloquio. Ma rendere cieco il proprio profilo a pregiudizi non è sempre possibile in un processo di selezione, né è a volte sufficiente. È stato mostrato che anche procedure selettive apparentemente neutrali, come i test attitudinali, possono nascondere meccanismi che sfavoriscono un certo gruppo rispetto ad altri.

blind hiring

Nemmeno l’intelligenza artificiale pare, ad oggi, immune dagli stereotipi della società: celebre il caso di Amazon che ha dovuto abbandonare un progetto di selezione del personale tramite intelligenza artificiale perché questa aveva autonomamente imparato, sulla base dei dati a disposizione, a favorire gli uomini alle donne. 

Tutte queste difficoltà nel neutralizzare stereotipi e bias offrono ai difensori di questa politica un argomento importante: fino a che non si riesca a superare in altro modo l’azione di bias nei processi di selezione/premiazione, la Affirmative Action rimane uno dei pochi strumenti a disposizione per combattere le discriminazioni e ridurre i gap di diseguaglianza.

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 “Our goal has always been consciousness not quotas”
Erin Belieu (co-founder of Vida: Women in Literary Arts)

Il termine “quota” non piace a nessuno, a chi da esse viene escluso sentendosi scavalcato, e a chi in esso è incluso, poiché avrà sempre il sospetto di non meritarsi veramente quanto ottenuto. L’auspicio di tutti, anche di chi le quote le difende, è che esse possano un giorno non servire più: che non vi siano più gruppi di cittadini bisognosi di venir retribuiti per gli svantaggi sociali sofferti a causa della loro appartenenza a un certo genere o etnia o categoria sociale. Una volta raggiunta l’eguaglianza sostanziale tra cittadini, così come auspicato dall’Art. 3 della nostra Costituzione, potremo fare a meno di interventi di questo tipo.

Per ora questa è una bella speranza, che purtroppo sembra essere vana. I dati ci dicono che nei casi in cui una Affirmative Action è stata rimossa, la rappresentatività dei gruppi protetti è rapidamente tornata vicina ai numeri pre-quota (si veda ad esempio qui e qui).

Forse, dovremmo allora accettare invece il fatto che uguali non siamo e non potremo essere mai, e che in ragione di questo la disparità di trattamento è necessaria al fine di neutralizzare privilegi e svantaggi e avere tutti pari opportunità.

disuguaglianza

Per approfondire:

Quelle qui rapidamente affrontate sono solo alcune delle questioni che animano il dibattito sulla discriminazione positiva. La letteratura di riferimento è vastissima, per lo più in lingua inglese. Per chi volesse approfondire suggeriamo di partire dalla voce Affirmative Action della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ricca di indicazioni bibliografiche:

Segnaliamo anche due brevi video, utili per la didattica, e due report sullo stato dell’uguaglianza di genere.

Video:

Report:

pari opportunità

consigli di lettura, didattica della filosofia, Fil(m)osofia

Hannah Arendt: per ricordarla o iniziare a conoscerla

Oggi 14 ottobre nel 1906 nasceva la filosofa Hannah Arendt. Abbiamo scelto alcune fra le sue frasi più celebri, un libro e un film per (iniziare a) conoscerne la storia e il pensiero.

La vita:

Nasce a Linden, in Germania. Studiò filosofia a Berlino con Heidegger e poi a Heidelberg con Jasper. A causa delle sue origini ebraiche sarà costretta a lasciare il Paese nel 1937 per fuggire in Francia e, poi nel 1940, negli Stati Uniti. Qui intraprende una prestigiosa carriera accademica e insegnerà presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e dal 1967 alla New School for Social Research di New York.

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Il suo pensiero in pillole, attraverso alcune delle sue frasi più celebri:

  • «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Le origini del totalitarismo, 1951)
  • «Senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà d’opinione diventa una beffa crudele» (Verità e politica, 1967).
  • «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale» (Lettera a Scholem, 1963)
  • «Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.» (La banalità del male, 1963)
  • «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti» (La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro. Sei esercizi sul pensiero politico, 1961)

Le sue opere:

Arendt scrisse molte opere divenute centrali nel dibattito filosofico politico e morale. Particolarmente rilevanti sono i suoi contributi all’analisi e problematizzazione di questioni come la natura del potere, l’autorità, il totalitarismo, l’origine e la natura del male, l’educazione, l’essenza politica dell’uomo.

Accanto a Le origini del totalitarismo (1951) e Vita Activa. La condizione umana (1958),  la sua opera forse più celebre, o quantomeno quella che sicuramente generò più scalpore anche fra il pubblico non accademico, è La banalità del male (1963), in cui Arendt raccoglie le proprie riflessioni maturate assistendo al celebre processo al generale delle SS Adolph Eichmann nel 1961.

banalità del male

Il processo fu il primo grande evento mediatico della storia, milioni di persone da tutto il mondo lo seguirono. Eichmann, latitante in Argentina dalla fine della guerra, venne processato a Gerusalemme; chiamato a rispondere della sua funzione di capo del Gabinetto dell’emigrazione ebraica del Reich, venne ritenuto uno dei principali esecutori materiali della Shoah e quindi condannato a morte nel 1962.

La tesi per molti sconcertante di Arendt fu che Eichmann non era un ‘mostro’, un ‘demonio’, una ‘belva’ (come lo aveva descritto il magistrato dell’accusa), ma un uomo normalissimo, nemmeno particolarmente intelligente o brillante. Non era un astuto criminale, ma una persona piatta, priva di autonomia di pensiero, incapace di riflettere e interrogare le proprie azioni, ma proprio per questo il più pericoloso degli uomini.

Un film e un documentario:

Proprio a questo periodo della vita di Arendt, in cui la filosofa segue la vicenda Eichmann e alle polemiche che seguirono la pubblicazione del suo lavoro, è dedicato il film di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, del 2012. Qui una recensione del film.

Hannah Arendt

Da vedere anche Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt (2015), un documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz.  «Un ritratto intimo e straordinariamente documentato della vita privata e intellettuale della Arendt, attraverso i luoghi dove ha vissuto, lavorato, amato e sofferto, mentre scriveva delle ferite ancora aperte del suo tempo».

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Per approfondire:

  • Boella, Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare praticamente, Feltrinelli 1995.
  • Flores d’Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma, 1995.
  • Guaraldo, Hannah Arendt, Milano, RCS MediaGroup, 2014.
  • Ettinger, Hannah Arendt e Martin Heidegger. Una storia d’amore, tr. Giovanna Bettini, Garzanti, Milano, 1996.
  • Young-Bruehl, Hannah Arendt : una biografia, tr. di David Mezzacapa, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

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consigli di lettura

Distrazione e diversivi: le nuove frontiere della censura contemporanea

Consigli di lettura: Margaret E. Roberts: Censored: Distraction and Diversion Inside China’s Great Firewall, Princeton University Press, Princeton, NJ, 2018.

In questo studio Margaret Roberts analizza l’utilizzo della censura nella Cina contemporanea, rivolgendo particolare attenzione all’informazione via internet. Roberts ci spiega che il tradizionale concetto di ‘censura’ è oggi superato da quella che lei ricostruisce essere una strategia più complessa ed efficacie in termini di manipolazione e controllo dell’opinione pubblica, la strategia delle tre “f”:

fear”: paura, intimidazione delle voci più critiche;

friction”: attrito, non è vera e propria censura, l’accesso alle informazioni considerate scomode per il governo non viene del tutto impedito ma reso molto difficile;

“flooding”: inondazione, si inonda il web di notizie false o non rilevanti, non ostili al governo, così che la maggioranza degli utenti si accontenti di ‘subire’ quelle e non vada oltre. È una sorta di distrazione di massa.

L’analisi di Roberts è rivolta prevalentemente alla Cina contemporanea del Great Firewall, ma la studiosa rileva come fenomeni simili si stiano diffondendo anche altrove e in altri governi, rendendo la questione del controllo della (dis)informazione (fake-news, propaganda, notizie irrilevanti attira-attenzione, ecc.) LA questione oggi per la sopravvivenza stessa della democrazia.

Censored

Premi e riconoscimenti:

  • Co-winner of the 2019 Goldsmith Book Prize for Academic Books, Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy at the Harvard Kennedy School
  • One of Foreign Affairs’ Picks for Best of Books 2018
didattica della filosofia, filosofia pubblica

Diritti e doveri intergenerazionali. Zagrebelsky e l’enigma di Pasqua

In un momento storico in cui gravi problematiche del nostro tempo, fra tutte quella del cambiamento climatico, ci impongono la questione delle generazioni future e del fondamento filosofico e giuridico dei loro diritti, riproponiamo qui un articolo di Zagrebelsky del 2011, uscito su Repubblica. Il costituzionalismo, si chiedeva Zagrebelsky, può ignorare di regolamentare il complesso rapporto di diritti e doveri intergenerazionale?

NEL NOME DEI FIGLI SE IL DIRITTO HA IL DOVERE DI PENSARE AL FUTURO

Il costituzionalismo si trova oggi di fronte alla sfida, che è una vitale necessità, di allargare lo sguardo in una nuova dimensione, finora ignorata: il tempo. Per introdurre questo argomento con una digressione, prendo a prestito dal volume dell’ archeologo-antropologo Jared Diamond, intitolato Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi), la storia di Pasqua, l’isola polinesiana a 3700 chilometri a est delle coste del Cile, scoperta dagli europei nel 1722, celebre per i 397 megaliti. Pasqua, quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, era una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall’aria, che arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano a stento poche centinaia di persone.

L’enigma di Pasqua, per com’è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale su cui la vita nell’isola si basava. Pasqua è un monito. Non parla soltanto di polinesiani d’ un millennio fa. Parla di noi: di sfruttamento imprevidente delle risorse, con effetti funesti sulle generazioni a venire.

isola di pasqua

Come possiamo condensare in una sola frase la parabola di Pasqua? Per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’ è comportata come se fosse l’ ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare. Il costituzionalismo può ignorare questioni di questo genere? Se il suo nucleo minimo essenziale e la sua ragion d’ essere sono – secondo la sintesi di Ronald Dworkin – la protezione del diritto di tutti all’uguale rispetto, la risposta, risolutamente, è no, non può ignorarle.

Fino al tempo nostro non c’ era ragione di affrontarle. Ogni generazione compariva sulla scena della storia in un ambiente naturale e umano che, se pure non era stato migliorato dai padri, certamente non ne era stato compromesso. Il costituzionalismo non ha avuto finora ragioni per occuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Ma molte ragioni ha oggi, e drammatiche. Per quale ragione la cerchia de “i tutti” che hanno il diritto all’uguale rispetto dovrebbe essere limitata ai viventi e non comprendere anche i nascituri? Basta porre la domanda per rispondere che non c’ è alcuna ragione: gli uomini di oggi e di domani hanno lo stesso diritto all’uguale rispetto, perché uguale è la loro dignità.

Ma oggi assistiamo alla separazione nel tempo dei benefici – anticipati – rispetto ai costi – posticipati -: la felicità, il benessere, la potenza delle generazioni attuali al prezzo dell’ infelicità, del malessere, dell’ impotenza, perfino dell’ estinzione o dell’ impossibilità di venire al mondo, di quelle future. La rottura della contestualità temporale segna una svolta che non può lasciare indifferenti la morale e il diritto. In termini giuridici, la questione che si pone al costituzionalismo è la seguente: fin dall’inizio (ricordiamo l’ art. 16 della Déclaration dei diritti del 1789), la sua nozione chiave è stata il diritto soggettivo, da contrapporre in vario modo al potere arbitrario. Ma il diritto soggettivo presuppone un titolare presente. “Diritti delle generazioni future” è una di quelle espressioni improprie che usiamo per nascondere la verità: le generazioni future, proprio perché future, non hanno alcun diritto da vantare nei confronti delle generazioni precedenti. Tutto il male che può essere loro inferto, perfino la privazione delle condizioni minime vitali, non è affatto violazione di un qualche loro “diritto” in senso giuridico. Quando incominceranno a esistere, i loro predecessori, a loro volta, saranno scomparsi dalla faccia della terra, e non potranno essere portati in giudizio. I successori potranno provare riconoscenza o risentimento, ma in ogni caso avranno da compiacersi o da dolersi di meri e irreparabili “fatti compiuti”.

Bisogna prendere atto che la categoria del diritto soggettivo, in tutte le sue varianti di significato (diritti di, da, negativi, positivi, di prestazione, ecc.), è inutilizzabile tutte le volte in cui è rotta l’ unità di tempo. È invece la categoria del dovere, quella che può aiutare. Le generazioni successive non hanno diritti da vantare nei confronti di quelle precedenti, ma queste hanno dei doveri nei confronti di quelle; esattamente la condizione della madre, nei confronti del bambino quando lo porta ancora in grembo. Il costituzionalismo dei diritti, senza rinunciare alla sua aspirazione centrale di essere al servizio della resistenza all’arbitrio, deve scoprire i doveri, non semplicemente in quanto riflessi, cioè in quanto controparte dei diritti, ma come posizioni giuridiche autonome che vivono di vita propria, senza presupporre l’ esistenza (attuale) delle corrispondenti situazioni di vantaggio e dei relativi titolari.

Dobbiamo riconoscere che questo mutamento di paradigma vede il costituzionalismo completamente impreparato, anzi ostile. In nome dei diritti, non dei doveri, da due secoli conduce la sua battaglia. I doveri sono stati e sono tuttora la parola d’ ordine dei regimi autoritari e di quelli totalitari. Si tratta però di costruire una mentalità, una cultura, e da ciò trarre spunto per comportamenti adeguati, anche senza che si debbano attendere proclamazioni giuridiche formali. Innanzitutto, le norme che riconoscono diritti e facoltà dovrebbero essere interpretate, tutte le volte in cui siano alle viste conseguenze potenzialmente pregiudizievoli sulla condizione di coloro che verranno, in una prospettiva oggettiva, in base alla massima: la terra appartiene tanto ai viventi quanto ai non ancora viventi; i diritti dei primi sono condizionati dall’uguale valenza anche per i secondi. Il che – non si può non riconoscere – comporta possibili restrizioni ai diritti in senso soggettivo.

I diritti, nei casi anzidetti, devono essere intesi come beni o istituzioni di lungo periodo. Per estenderli nel tempo futuro, può essere necessario ridurne la portata nel tempo presente. Conosciamo già situazioni di questo genere, nelle quali entra in gioco il cosiddetto “principio di precauzione”, vigente, in forza di norme di diritto nazionale, europeo e internazionale, per esempio in materia ambientale, energetica e sanitaria. Qui, parlando di costituzionalismo, si dice che quel principio dovrebbe essere assunto come elemento conformativo dell’ intero modo di concepire il diritto costituzionale. Il diritto costituzionale di oggi deve essere un “diritto prognostico”, che guarda avanti, fin dove, nel tempo, le previsioni scientifiche permettono di gettare lo sguardo.

Ma c’è dell’ altro. Il giudizio prognostico non è un giudizio politico; è un giudizio tecnico-scientifico. Ora, a parte la difficoltà forse insuperabile di individuare scienziati e tecnici realmente indipendenti dagli interessi immediati da sottoporre a verifica, la prospettiva che si apre è la tutela tecnocratica sulla politica. Orbene, la politica, nella sua versione democratica come nelle sue degenerazioni populiste e demagogiche, s’ incarna in istituzioni dei (non: dai) tempi brevi. Le decisioni devono essere in sintonia con l’ interesse prevalente che la società, come più o meno autonomamente e veridicamente se lo rappresenta, ed è a dir poco improbabile che, nella considerazione di tale interesse, entrino con il peso che meriterebbero ansie e preoccupazioni per la sorte di società diverse, ipotetiche, lontane nel tempo. A questo interesse momentaneo, infatti, la politica deve rendere conto.

Fermiamoci qui. Siamo nel regno delle contraddizioni. Il costituzionalismo, nel quadro di allora, era il mondo dei diritti, ma ora il mondo ha bisogno di doveri. Il costituzionalismo ha prodotto democrazia, ma oggi la democrazia mostra di poter essere une regime di saccheggio delle risorse, per i viventi contro i posteri. Per questo, si ricorre a momenti ed elementi di natura scientifico-tecnocratica, ma la ragione del saccheggio sta precisamente nello sviluppo della tecnica senza altro fine che se stessa. Quindi, la tecnica, per essere benefica, dovrebbe poter essere a sua volta controllata. Ma da chi? Dalla democrazia, che è proprio colei che ha ne ha bisogno? Doveri e tecnocrazia fanno paura, non c’ è che dire. Ma sono necessari proprio alla luce delle premesse e delle promesse del costituzionalismo, una volta che non lo si intenda come mero egoismo dei viventi. Le contraddizioni sono intrinseche. Saranno distruttive? Non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che esse chiamano a un compito non facile, su un terreno incerto dove molto è da pensare e costruire, tutti coloro i quali, nello studio e nella pratica, richiamandosi ai valori permanenti del costituzionalismo, intendono agire “costituzionalisticamente”. Il costituzionalismo ha avuto una storia. La questione è se avrà una storia. L’ avrà in quanto riuscirà a incorporare nella democrazia, senza annullarla o umiliarla, la dimensione scientifica delle decisioni politiche. Questa, mi pare, è l’ ultima sfida del costituzionalismo, l’ ultima sua metamorfosi.

GUSTAVO ZAGREBELSKY

Fil(m)osofia, Senza categoria

L’insulto (2017)

Diretto da Ziad Doueiri. Vincitore a Venezia 2017 per la migliore interpretazione maschile di Kamel El Basha, candidato al Premio Oscar 2018 come miglior film straniero.

Libano, Beirut, quello che sembra un banale incidente tra Yasser, meticoloso capocantiere rifugiato palestinese, e Tony, libanese cristiano simpatizzante per la destra, diventa il pretesto per rivendicazioni profonde.

La questione da privata si fa pubblica, quindi politica, un affare nazionale. Una parola di troppo innesta la reazione a catena che scoperchia ferite profonde, negli individui e nella società, trasformando quello che doveva essere uno scontro fra due privati cittadini in una rivendicazione di giustizia fra popoli, culture e religioni.

Il processo agli eventi diviene un processo alla storia, dove i ruoli di vittima e carnefice si confondono (“nessuno ha il monopolio del dolore”) e quello che più importa, in fin dei conti, non è individuare il colpevole, ma ripercorrere gli eventi per poterli finalmente superare.

l'insulto

 

didattica della filosofia, filosofia pubblica

La Costituzione come progetto ancora da compiere: Calamandrei agli studenti.

Il 26 gennaio 1955 Piero Calamandrei tiene agli studenti universitari di Milano quello che diverrà uno dei più celebri discorsi sulla Costituzione. Lo riproponiamo qui, trascritto o udibile al link sotto (dal min. 1), perché è un discorso di rara forza e bellezza, che ci parla ancora oggi e richiede di essere ascoltato dai cittadini di domani.

 

L’art.34 dice:  “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Eh! E se non hanno i mezzi?

Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“ – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: “Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

consigli di lettura

N.Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi 2014 (1° ed. 1984)

«Tutti i testi qui raccolti trattano problemi molto generali e sono (o meglio vorrebbero essere) elementari. Sono stati scritti per il pubblico che s’interessa di politica, non per gli addetti ai lavori. Sono stati dettati da una preoccupazione essenziale: far discendere la democrazia dal cielo dei principî alla terra dove si scontrano corposi interessi. Ho sempre pensato che questo sia l’unico modo per rendersi conto delle contraddizioni in cui versa una società democratica e delle vie tortuose che deve seguire per uscirne senza smarrirvisi, per riconoscere i suoi vizi congeniti senza scoraggiarsi e senza perdere ogni illusione nella possibilità di migliorarla».

Norberto Bobbio

Bobbio, il futuro della democrazia