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didattica della filosofia, filosofia pubblica

Il numero fa la forza, fa anche la verità?

Terzo incontro ieri con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema per discutere e ragionare insieme di verità (laboratorio filosofico: Fake news e Postverità).

Questa volta l’abbiamo fatto adottando la prospettiva dell’epistemologia sociale e chiedendoci in che modo, ed eventualmente fino a che punto, l’influenza degli altri può determinare il nostro rapporto con la verità.

Siamo partiti dal problema filosofico della testimonianza: la questione è stabilire se la testimonianza di altri possa valere come conoscenza e, se sì, sotto quali condizioni. Ci si chiede, inoltre, se questo tipo di conoscenza abbia un valore epistemico inferiore rispetto all’esperienza diretta.

Molti elementi possono minare l’affidabilità della testimonianza: dalla qualità della comunicazione, all fiducia del destinatario nel mittende, alla incerta neutralità del mezzo di comunicazione. Ci siamo soffermati, fra tutti questi elementi e molti altri, sulla questione dell’onestà del testimone: quanto siamo onesti? In quali occasioni tendiamo ad assecondare la tentazione di mentire e per quali ragioni?

Per ragionare su questi temi ci siamo serviti dei risultati delle ricerche che Dan Ariely, psicologo comportamentale, ha mostrato nel docufilm (Dis)Honesty – The Truth About Lies (2015).

Nella seconda parte del laboratorio, abbiamo trattato la questione del conformismo, chiedendoci quanto la pressione del gruppo possa influire sulla nostra percezione del vero.

Celebri, a questo riguardo, gli esperimenti che lo psicologo polacco-americano Solomon E. Asch (1907-1996) ha condotto nei primi anni ’50, sugli effetti della pressione di gruppo. Con le sue ricerche, Asch dimostra che la tendenza al conformismo è presente in tutti noi e agisce, più o meno consapevolmente, non solo influenzando le nostre decisioni e azioni, ma addirittura portandoci in alcuni casi a rifiutare l’evidenza delle nostre percezioni.

didattica della filosofia

Difendere la verità è anche una questione etica. Discussioni a margine di un laboratorio filosofico nella scuola

Ieri con i ragazzi del triennio del Liceo Dante Alighieri di Crema abbiamo discusso di verità. Era il secondo incontro di un laboratorio filosofico su “Fake news e Postverità“. Dopo aver indagato, la settimana scorsa, il concetto di postverità e alcuni fenomeni che sembrano aver portato la nostra società contemporanea ad una svalutazione del concetto di verità (come le fake news, la rivendicazione dell’opinione personale, o addirittura di ‘Alternative facts’ da parte della politica), ieri ci siamo soffermati sull’analisi di due paradigmi contrapposti di verità.

Da un lato, la verità come adesione (corrispondenza) ad una realtà data, indipendente da noi e oggettiva; dall’altro la concezione di verità come inevitabilmente condizionata dalla prospettiva epistemica del soggetto.

Dopo aver visto le ragioni a favore di entrambi i paradigmi e discusso su quale i ragazzi trovassero più convincente, si è ragionato insieme sulla dimensione etico-politica del concetto di verità.

Siamo partiti da una sollecitazione di Habermas: non appena il concetto di verità viene meno in favore di una validità-per-noi, dipendente dal contesto, allora nessun argomento è valido per convincere qualcuno a cercare un accordo su ‘p’ al di là dei confini del suo gruppo epistemico (J. Habermas, “Richard Rorty’s Pragmatic Turn,” in Rorty and His Critics, ed. Robert Brandom, Oxford, 2000, pp. 48–49).

Su questo punto i ragazzi erano concordi: anche a prescindere dalle diverse concezioni di ‘verità’ che più o meno implicitamente possiamo assumere nel nostro pensare comune, tutti hanno riconosciuto immediatamente la valenza etica del richiamo alla verità. Capire che cosa sia la ‘verità’, cosa implica questo complesso concetto e quali conseguenze possono derivare da una sua svalutazione non è solo una questione epistemica, è anche – se non soprattuto – una faccenda politica che ci riguarda tutti da vicino e determina inevitabilmente la nostra comunità.

Evento

Metadidattica: perchè insegno come insegno?

Nessuna metodologia didattica è neutrale rispetto all’esito educativo disciplinare, riflettere sulle ragioni (epistemiche, pedagogiche, e storico-culturali) che stanno alla base dei diversi modi di concepire l’insegnamento diventa essenziale per ogni docente che vuole compiere una scelta consapevole rispetto alla propria personale impostazione metodologica.

Filosoficamente e Università Popolare di Cremona propongono un momento di confronto fra docenti in cui ragionare insieme su come si insegna e sul perché lo si fa così.

Appuntamento sabato 3 ottobre, h. 10, presso Auser, via Brescia 207, Cremona.

Fil(m)osofia

Dark, Tenet e il (nuovo) paradigma del viaggio nel tempo nell’immaginario cinematografico

È da poco uscito l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet. Il film, uno spy movie fantascientifico, sta facendo molto parlare di sé: il primo grande successo internazionale post lock down è una intricata storia di viaggi nel tempo – resa da spettacolari soluzioni cinematografiche e registiche.

La pellicola richiama inevitabilmente Dark, serie televisiva tedesca di grande successo, prodotta da Netflix in tre stagioni (2017-2020). Dark e Tenet sono entrambe storie di viaggi nel tempo. Senza entrare troppo nel dettaglio (ed evitando di fare spoiler), i loro protagonisti riescono a spostarsi nel passato e nel futuro, intervenendo di volta in volta negli eventi, incontrando i loro stessi di diverse età e (apparentemente) modificando la loro storia.

Nulla di nuovo dal tipico topos dei viaggi nel tempo già descritto negli anni ’80 dal film cult Ritorno al futuro (1985)? In realtà no. Siamo di fronte a una distinta concezione del tempo, con tutte le rispettive conseguenze metafisiche ed esistenziali che ne derivano.

In Ritorno al futuro si assume una concezione lineare del tempo – quella che probabilmente più risponde alla nostra intuizione comune –, pensato come progressione di prima e dopo che non si incontrano mai, succedendosi in una retta che si potenzialmente continua all’infinito. Ogni intervento su questa linea produce una variazione nella storia e quindi crea un universo parallelo di eventi, una nuova linea del tempo. Quando Marty agisce sul proprio passato, inevitabilmente lo modifica, e genera una nuova serie temporale di eventi che produrrà un futuro diverso da quello dal quale egli è venuto.

Dark e Tenet, invece, nella differenza delle loro rispettive storie e ambientazioni, assumono entrambi una concezione circolare del tempo, in cui passato e futuro si incontrano dando via all’eterna ripetizione dell’uguale.

Viene riproposta così una comprensione del tempo tipica del mondo antico. Per gli antichi greci tutto ciò che è chiuso, finito, è compiuto, e pertanto perfetto: il finito trova nel proprio limite la propria determinazione e quindi anche la propria specifica natura o essenza. Per il pensiero greco solo qualcosa di finito è ordinato, regolato da proporzioni e quindi è misurabile, comprensibile, intellegibile. Al contrario l’infinito, l’illimitato (anche temporale) era associato all’indeterminato, a qualcosa di non compiuto e quindi di inevitabilmente difettoso. L’infinito, sfuggendo a qualsiasi misura e ordine, si apre al caos, non lo si può dominare, nè comprendere. L’uomo non può nulla contro l’infinito.

Lo spettatore moderno, tuttavia, fatica ad apprezzare questa compiutezza. Siamo abituati a pensare all’infinitezza (di tempo, denaro, felicità, ecc.) come ad una risorsa desiderabile, nella sua impossibilità. Al nostro sguardo risultano sconvolgenti i mondi di Tenet o Dark, in cui passato e futuro si ripiegano l’uno sull’altro, influenzandosi a vicenda e rendendo impossibile capire cosa abbia originato cosa o se vi sia una causa prima del tutto.

Soprattuto, però, viene da chiedersi: se l’inizio è già predeterminato dalla sua fine, il passato dal futuro, che spazio resta al libero arbitrio dell’individuo? L’uomo è davvero libero di determinare il proprio destino o è una pedina che segue la necessità del suo destino, già inesorabilmente scritto?

In gioco vi è la questione della libertà o determinatezza dell’uomo di fronte al proprio destino. Forse è questa la ragione per la quale la visione ciclica del tempo si mostra così maledettamente asfissiante agli occhi moderni: la nostra intuizione comune sembra legata all’idea che l’uomo sia libero, almeno in parte, di scegliere chi essere e chi diventare.

Fra i due topos cinematografici di viaggi nel tempo, ci appare addirittura rassicurante nel confronto lo scenario descritto da Ritorno al futuro, dove tutto aveva una sua chiara logica lineare, di progressione tra causa ed effetto.

Ritorno al futuro – in linea con il sogno americano anni ’80 – ci proponeva un soggetto protagonista della propria storia, così capace e potente rispetto alla sua esistenza da poter intervenire con anche un solo gesto significativo (ribellarsi ad un bullo, il coraggio di baciare la ragazza dei propri sogni…) a cambiare per sempre la propria vita.

Gli universi chiusi e compiuti di Dark e Tenet suggeriscono tutt’altro. Qui l’individuo, per quanto perspicace, capace, o abile, non ha per nulla il controllo della propria esistenza, neppure quando giunge a comprendere il segreto che la governa. Nemmeno la conoscenza della legge (logos) che regge la realtà gli consente il potere di intervenire su di essa. In questo, Dark e Tenet si allontanano dal pensiero greco, rivelandosi in tutta la loro postmodernità: per i loro protagonisti non c’è nessuna funzione liberatoria della ragione, nella comprensione del logos, viaggiare nel tempo e comprenderne i segreti non li rendi più liberi nè felici.

didattica della filosofia

Metadidattica: un facile esercizio per riflettere sulla propria concezione di insegnamento

Sta per iniziare un nuovo anno scolastico e per migliaia di docenti è il momento in cui si pensa, pianifica e imposta il proprio progetto educativo. Lo si fa ragionando per obbiettivi formativi, anzitutto, che andranno mano a mano ri-calibrati in base al contesto e alla risposta ottenuta. Per ogni obbiettivo formativo che ci si pone, si cerca la strategia didattica migliore. Così, generalmente, un docente legittima il proprio metodo di insegnamento.

Sembra, tuttavia, che a determinare le scelte metodologiche di ogni insegnante siano non solo consapevoli e opportune riflessioni metodologiche, pedagogiche e disciplinari, ma anche – e per lo più in maniera inconsapevole – la propria personale esperienza di apprendimento di quando si era studenti.

Sulla base di questa convinzione – “How we learn informs how we teach” – , Neil Haave (University of Alberta, Augustana Campus) ha elaborato un breve questionario da sottoporre ai docenti per riflettere e comprendere meglio la propria concezione di insegnamento: “Six Questions That Will Bring Your Teaching Philosophy into Focus” (https://www.facultyfocus.com/articles/philosophy-of-teaching/six-questions-will-bring-teaching-philosophy-focus/ )

Proponiamo qui una rielaborazione del questionario:

consigli di lettura, didattica della filosofia

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi 2007

“È difficile anche solo immaginare un’introduzione alla filosofia che sia piú semplice, piú chiara e piú leggibile di questo Primo libro di filosofia, meritatamente diventato una sorta di «best-seller» in Inghilterra.”

Warburton

 

“In sette brevi capitoli piú un’introduzione, Nigel Warburton riesce a dare un’idea precisa di un numero impressionante di problemi filosofici, di proposte di soluzione e di discussioni, mantenendo al minimo (ma non escludendo) i riferimenti storici. Si incontreranno quindi tutti, o quasi tutti, i temi canonici, quelli con cui siamo abituati a identificare la filosofia: le dimostrazioni dell’esistenza di Dio (e le loro confutazioni), il bene e il giusto, lo scetticismo e la conoscenza, l’uguaglianza, la democrazia e il liberalismo, il problema dell’induzione, le varie posizioni sul rapporto tra mente e cervello, la questione della definizione dell’arte; e, accanto a questi, anche domande forse meno prevedibili: che cosa vuol dire che la filosofia è «difficile», se si debbano punire i criminali e perché, qual è il valore artistico dei falsi, perché non possiamo fare a meno di presupporre che la nostra memoria sia attendibile.
Il testo, che può anche essere usato come manuale in un corso universitario di introduzione alla filosofia, si presta in modo particolare all’insegnamento «per problemi» che dovrebbe caratterizzare l’estensione della filosofia all’intera scuola «secondaria»; ma soprattutto può essere letto con profitto da chiunque voglia sapere di che cosa si occupano i filosofi, o voglia cominciare a chiarirsi le idee su uno dei molti problemi che tutti, qualche volta, ci siamo posti.”

Diego Marconi

Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

consigli di lettura

Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci

Canfora,Il difficile mestiere del filosofo

“Se si pone mente al caso dei filosofi greci (per lo meno di alcuni), il motto celebre, e celebrato, di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero sinallora limitati a «interpretare il mondo» astenendosi dall’imperativo inderogabile di «cambiarlo», non sembra corrispondere al vero. Giacché quegli antichi inventori del filosofare, in verità, operarono. E in una piccola comunità, quale fu la città antica, la loro azione risultò sommamente visibile: tanto da diventare non di rado il bersaglio della più popolare forma d’arte, la commedia. Più avanti di tutti si spinse Platone, il quale tentò addirittura di costruire la «città nuova»; e perciò patì la cattività e rischiò il peggio. Molto dopo di lui, uno stoico, Blossio di Cuma, fu dapprima coi Gracchi. Una volta persili, andò a morire combattendo al fianco di Aristonico e dei suoi ribelli, i quali chiedevano uguaglianza e adoravano il sole. La loro parola era dunque azione. Contro Socrate – l’uomo che forse meglio rappresenta gli antichi pensatori nella fantasia dei posteri – fu lo stesso ceto politico a mobilitarsi per neutralizzarlo. E lo colpirono: con lo strumento, talvolta cieco, ma ognora onnipotente, del verdetto di un tribunale”.  Luciano Canfora

consigli di lettura, filosofia pubblica

Altre menti: cosa ne sappiamo e cosa non potremo mai sapere

«Quanto sai davvero di quello che avviene nella mente di chiunque altro?».

Con questa domanda Thomas Nagel apre il secondo capitolo di Una brevissima introduzione alla filosofia (1987), dedicato al problema filosofico delle Altre menti [ne stiamo discutendo qui].

Come possiamo sapere se quello che provano gli altri quando mangiano del gelato al cioccolato, ad esempio, è lo stesso – o quantomeno simile – a ciò che proviamo noi? Non è solo una questione di gusti, in gioco vi è la domanda circa la comparabilità stessa delle esperienze, e anche di più.

Ma procediamo per gradi. Su cosa fondo la mia intuizione che la correlazione stimolo-esperienza sia simile tra individui differenti? Certamente non sul linguaggio, perché potremmo aver imparato a chiamare ‘rosso’ o ‘amaro’ gli stessi stimoli, ma questo non è garanzia del fatto che l’esperienza del rosso o dell’amaro sia la stessa tra individui. Nemmeno la correlazione tra stimolo e organi di senso è garanzia del fatto che l’esperienza soggettiva sia la medesima.

Seguendo questo filo di ragionamenti, dalla conoscibilità delle altre menti o coscienze, si può giungere a problematizzare la loro stessa esistenza.

«Se continuiamo su questa strada alla fine essa conduce allo scetticismo più radicale su tutto ciò che è relativo a altre menti. Come fai anche a sapere che il tuo amico è cosciente? Come fai a sapere che vi sono altre menti oltre la tua?»

Questa domanda si può porre in molti modi. Così come non posso essere certa che l’altro essere umano abbia una coscienza (potrebbero essere macchine sofisticatissime come nel miglior o peggiore scenario fantascientifico), non potrei forse anche chiedermi se altri esseri invece ce l’abbiano? Probabilmente pochi di noi avrebbero difficoltà a concedere che diversi animali abbiano coscienza – dovremmo naturalmente capirci su questo termine e le sue implicazioni. Forse qualcuno in più dubiterebbe che invertebrati possano averla, o addirittura vegetali. E che ne è dei computer e dei sistemi di intelligenza artificiale?

La questione circa la possibilità per una macchina di sviluppare coscienza ha impegnato la riflessione filosofica almeno da Cartesio in poi, diventando a partire da Turing una delle grandi problematiche del ‘900, molto battuta anche dalla letteratura di fantascienza (fra tutti Asimov) e dal cinema (giusto per dare un paio di titoli: Ex-Machina[2015] e A.I. Intelligenza Artificiale [2001]).

Non meno interessante, tuttavia, è l’interrogativo a proposito della coscienza di altri esseri viventi. In questo libro, Altre menti: il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, Adelphi 2018 (ed. orig. 2016), Peter Godfrey-Smith, filosofo della scienza presso l’Università di Sydney, affronta la questione con uno sguardo a una specie vivente curiosa, che probabilmente non definiremmo ‘intelligente’ e che pure ci sa sorprendere per il suo comportamento complesso e sofisticato: i polpi. Non è possibile, si chiede Godfrey-Smith, che anche la mente abbia subito un processo evolutivo simile a quello di altri organi? E che quindi anche specie animali molto lontane dalla nostra abbiano sviluppato una loro forma di coscienza?

Altre menti2

Tornando allora a Nagel e alle sue domande:

«Quindi la questione è: cosa puoi veramente sapere sulla vita cosciente in questo mondo oltre al fatto che tu stesso hai una mente cosciente?  È possibile che vi sia molta meno vita cosciente di quella che assumi (nessuno eccetto la tua), o molta di più (anche in cose che assumi essere incoscienti)?»

Anche ammesso che gli studi biologici giungano a dimostrare che i polpi abbiano una qualche forma di esperienza cosciente, resta il fatto che noi non potremo mai sapere cosa di prova ad essere polpi, o robot, o pipistrelli. Questo, come ci ha insegnato proprio Nagel in un altro suo celebre lavoro, What is like to be a bat? (“The Philosophical Review”, 1974), rimarrà per noi sempre un mistero: i limiti dell’esperienza soggettiva sono invalicabili.