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consigli di lettura, didattica della filosofia

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi 2007

“È difficile anche solo immaginare un’introduzione alla filosofia che sia piú semplice, piú chiara e piú leggibile di questo Primo libro di filosofia, meritatamente diventato una sorta di «best-seller» in Inghilterra.”

Warburton

 

“In sette brevi capitoli piú un’introduzione, Nigel Warburton riesce a dare un’idea precisa di un numero impressionante di problemi filosofici, di proposte di soluzione e di discussioni, mantenendo al minimo (ma non escludendo) i riferimenti storici. Si incontreranno quindi tutti, o quasi tutti, i temi canonici, quelli con cui siamo abituati a identificare la filosofia: le dimostrazioni dell’esistenza di Dio (e le loro confutazioni), il bene e il giusto, lo scetticismo e la conoscenza, l’uguaglianza, la democrazia e il liberalismo, il problema dell’induzione, le varie posizioni sul rapporto tra mente e cervello, la questione della definizione dell’arte; e, accanto a questi, anche domande forse meno prevedibili: che cosa vuol dire che la filosofia è «difficile», se si debbano punire i criminali e perché, qual è il valore artistico dei falsi, perché non possiamo fare a meno di presupporre che la nostra memoria sia attendibile.
Il testo, che può anche essere usato come manuale in un corso universitario di introduzione alla filosofia, si presta in modo particolare all’insegnamento «per problemi» che dovrebbe caratterizzare l’estensione della filosofia all’intera scuola «secondaria»; ma soprattutto può essere letto con profitto da chiunque voglia sapere di che cosa si occupano i filosofi, o voglia cominciare a chiarirsi le idee su uno dei molti problemi che tutti, qualche volta, ci siamo posti.”

Diego Marconi

Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

consigli di lettura

Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci

Canfora,Il difficile mestiere del filosofo

“Se si pone mente al caso dei filosofi greci (per lo meno di alcuni), il motto celebre, e celebrato, di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero sinallora limitati a «interpretare il mondo» astenendosi dall’imperativo inderogabile di «cambiarlo», non sembra corrispondere al vero. Giacché quegli antichi inventori del filosofare, in verità, operarono. E in una piccola comunità, quale fu la città antica, la loro azione risultò sommamente visibile: tanto da diventare non di rado il bersaglio della più popolare forma d’arte, la commedia. Più avanti di tutti si spinse Platone, il quale tentò addirittura di costruire la «città nuova»; e perciò patì la cattività e rischiò il peggio. Molto dopo di lui, uno stoico, Blossio di Cuma, fu dapprima coi Gracchi. Una volta persili, andò a morire combattendo al fianco di Aristonico e dei suoi ribelli, i quali chiedevano uguaglianza e adoravano il sole. La loro parola era dunque azione. Contro Socrate – l’uomo che forse meglio rappresenta gli antichi pensatori nella fantasia dei posteri – fu lo stesso ceto politico a mobilitarsi per neutralizzarlo. E lo colpirono: con lo strumento, talvolta cieco, ma ognora onnipotente, del verdetto di un tribunale”.  Luciano Canfora

consigli di lettura, filosofia pubblica

Altre menti: cosa ne sappiamo e cosa non potremo mai sapere

«Quanto sai davvero di quello che avviene nella mente di chiunque altro?».

Con questa domanda Thomas Nagel apre il secondo capitolo di Una brevissima introduzione alla filosofia (1987), dedicato al problema filosofico delle Altre menti [ne stiamo discutendo qui].

Come possiamo sapere se quello che provano gli altri quando mangiano del gelato al cioccolato, ad esempio, è lo stesso – o quantomeno simile – a ciò che proviamo noi? Non è solo una questione di gusti, in gioco vi è la domanda circa la comparabilità stessa delle esperienze, e anche di più.

Ma procediamo per gradi. Su cosa fondo la mia intuizione che la correlazione stimolo-esperienza sia simile tra individui differenti? Certamente non sul linguaggio, perché potremmo aver imparato a chiamare ‘rosso’ o ‘amaro’ gli stessi stimoli, ma questo non è garanzia del fatto che l’esperienza del rosso o dell’amaro sia la stessa tra individui. Nemmeno la correlazione tra stimolo e organi di senso è garanzia del fatto che l’esperienza soggettiva sia la medesima.

Seguendo questo filo di ragionamenti, dalla conoscibilità delle altre menti o coscienze, si può giungere a problematizzare la loro stessa esistenza.

«Se continuiamo su questa strada alla fine essa conduce allo scetticismo più radicale su tutto ciò che è relativo a altre menti. Come fai anche a sapere che il tuo amico è cosciente? Come fai a sapere che vi sono altre menti oltre la tua?»

Questa domanda si può porre in molti modi. Così come non posso essere certa che l’altro essere umano abbia una coscienza (potrebbero essere macchine sofisticatissime come nel miglior o peggiore scenario fantascientifico), non potrei forse anche chiedermi se altri esseri invece ce l’abbiano? Probabilmente pochi di noi avrebbero difficoltà a concedere che diversi animali abbiano coscienza – dovremmo naturalmente capirci su questo termine e le sue implicazioni. Forse qualcuno in più dubiterebbe che invertebrati possano averla, o addirittura vegetali. E che ne è dei computer e dei sistemi di intelligenza artificiale?

La questione circa la possibilità per una macchina di sviluppare coscienza ha impegnato la riflessione filosofica almeno da Cartesio in poi, diventando a partire da Turing una delle grandi problematiche del ‘900, molto battuta anche dalla letteratura di fantascienza (fra tutti Asimov) e dal cinema (giusto per dare un paio di titoli: Ex-Machina[2015] e A.I. Intelligenza Artificiale [2001]).

Non meno interessante, tuttavia, è l’interrogativo a proposito della coscienza di altri esseri viventi. In questo libro, Altre menti: il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, Adelphi 2018 (ed. orig. 2016), Peter Godfrey-Smith, filosofo della scienza presso l’Università di Sydney, affronta la questione con uno sguardo a una specie vivente curiosa, che probabilmente non definiremmo ‘intelligente’ e che pure ci sa sorprendere per il suo comportamento complesso e sofisticato: i polpi. Non è possibile, si chiede Godfrey-Smith, che anche la mente abbia subito un processo evolutivo simile a quello di altri organi? E che quindi anche specie animali molto lontane dalla nostra abbiano sviluppato una loro forma di coscienza?

Altre menti2

Tornando allora a Nagel e alle sue domande:

«Quindi la questione è: cosa puoi veramente sapere sulla vita cosciente in questo mondo oltre al fatto che tu stesso hai una mente cosciente?  È possibile che vi sia molta meno vita cosciente di quella che assumi (nessuno eccetto la tua), o molta di più (anche in cose che assumi essere incoscienti)?»

Anche ammesso che gli studi biologici giungano a dimostrare che i polpi abbiano una qualche forma di esperienza cosciente, resta il fatto che noi non potremo mai sapere cosa di prova ad essere polpi, o robot, o pipistrelli. Questo, come ci ha insegnato proprio Nagel in un altro suo celebre lavoro, What is like to be a bat? (“The Philosophical Review”, 1974), rimarrà per noi sempre un mistero: i limiti dell’esperienza soggettiva sono invalicabili.

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Introduzione alla filosofia I

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. A partire da un testo, si viene condotti nell’esame di alcune questioni filosofiche attraverso la discussione in gruppo. Si lavora sull’argomentazione, provando a riconoscere buoni da cattivi argomenti, smascherando assunzioni e pregiudizi impliciti nelle opinioni di ciascuno, ed esercitando la capacità di analisi di questioni complesse.

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone), non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Il testo scelto è la celebre introduzione alla filosofia di Thomas Nagel. L’opera è ormai un classico della divulgazione filosofica, Nagel riesce con un linguaggio semplice ma preciso a presentare alcune delle più grandi domande filosofiche: come conosciamo qualcosa, il problema delle altre menti, il problema mente-corpo, la natura del linguaggio, il libero arbitrio, il fondamento della moralità, l’idea di giustizia sociale, la natura della morte, il significato della vita.

«Questo libro è una breve introduzione alla filosofia per persone che del soggetto ignorano i rudimenti. […] Questa è una introduzione diretta a nove problemi filosofici, ciascuno dei quali può essere compreso in se stesso, senza riferimento alla storia del pensiero. Non discuterò i grandi scritti filosofici del passato o lo sfondo culturale di quegli scritti. Il nucleo della filosofia sta in certe questioni che lo spirito riflessivo umano trova naturalmente sconcertanti, e il modo migliore per cominciare lo studio della filosofia è pensarci sopra direttamente. Una volta fatto ciò, si è nella posizione migliore per apprezzare il lavoro di altri che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi.»

Nagel, una brevissima introduzione_

Come funziona:

Useremo Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Una selezione di brani verrà inviata via mail agli iscritti.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Tematica Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Come conosciamo qualcosa Venerdì 10 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 9 luglio

Ore 20.30-22

Il problema delle altre menti Venerdì 17 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 16 luglio

Ore 20.30-22

Il problema mente-corpo Venerdì 24 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 23 luglio

Ore 20.30-22

La natura del linguaggio Venerdì 31 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 30 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

 

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Esercizi di dialogo filosofico: per fare filosofia con i bambini

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. Lo scopo specifico di questa proposta è avvicinare insegnanti ed educatori alla pratica del far filosofia con i bambini, e consentire a chi già la conosce di affinare tecniche e strategie operative facendo esperienza di momenti di dialogo filosofico con adulti e colleghi. Può essere anche un lavoro preparatorio per sessioni da portare in classe.

Lavoreremo su un bellissimo racconto illustrato, appositamente pensato per fare filosofia con i bambini: A. Sátiro, La coccinella Isabella, edizioni Junior 2004. Leggeremo insieme il testo, e a partire da questo si discuteranno le questioni emerse in un momento di dialogo guidato. Alla fine, ragioneremo insieme su quanto fatto (metacognizione), provando a ricostruire il percorso che ha preso il nostro ragionare collettivo, le eventuali risposte individuate e le molte domande aperte.

La coccinella isabella

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone),

non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Come funziona:

Ci troviamo a cadenza settimanale, a distanza, usando Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Non è necessario l’acquisto del libro.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Martedì 7 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 8 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 14 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 15 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 21 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 22 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 28 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 29 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

didattica della filosofia

Resoconto di un’esperienza di formazione a distanza

Si è concluso oggi il corso di formazione Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria fatto in queste settimane con docenti ed educatrici delle scuole di Cremona.

Il corso era strutturato in due parti, da tre incontri ciascuna, per un totale di 12 ore di formazione. Nella prima parte del corso si sono ricostruiti i fondamenti meta filosofici, pedagogici, ma anche etico-politici per fare filosofia con i bambini. Nella seconda parte del corso, si sono analizzate le metodologie e le strategie operative del portare la filosofia in classe, si è ragionato sugli obbiettivi formativi che ci si può porre, e sulla questione della valutazione di tali interventi.

Si è fatta esperienza di alcuni momenti di dialogo filosofico a partire da pretesti e provocazioni, e si è ragionato alla bozza di possibile percorso didattico di filosofia nella scuola, a partire dalle esigenze formative dei gruppi docenti e calibrato nello specifico contesto scolastico di ciascuno.

Locandina filosofiamo

Si chiude così un percorso, che avrebbe dovuto essere in presenza, e si è svolto invece tutto a distanza. Non mi resta che ringraziare i tanti colleghi che hanno partecipato per il loro contributo ad un’esperienza di ricerca collettiva, le stimolanti discussioni e la attiva partecipazione nonostante la distanza.

Grazie a tutti e arrivederci alla prossima!

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Gran parte del favore che incontra il principio del merito è dovuto al fatto che dovrebbe essere un principio contrario ai privilegi e a status sociali ereditari, consentendo in teoria a tutti di poter accedere a beni e posizioni sulla base unicamente di alcune sue capacità o competenze dimostrate. È davvero così? Il merito è davvero in grado di superare le disuguaglianze promuovendo l’equità tra cittadini? Ne abbiamo discusso nel terzo modulo tematico del nostro percorso didattico sul merito.

Siamo partiti dalla questione di come definire il merito e quali criteri adottare per valutarlo (primo modulo), per poi passare all’esame di alcune critiche al principio del merito che, contrariamente al sentire comune, sarebbe per gran parte determinato da fattori contingenti o indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra fatica (secondo modulo). Ora si tratta di vedere quanto l’applicazione di questo principio riesca effettivamente a neutralizzare privilegi e discriminazioni, ponendosi come valido strumento di mobilità sociale.

La letteratura sul tema è infinita. Numerosi studi mostrano come gli studenti provenienti da strati sociali benestanti ottengano mediamente risultati migliori. Si veda ad esempio questo grafico, riportato in un recente articolo nel New York Times, in cui si mostra la distribuzione per reddito degli studenti delle scuole americane: i più ricchi riescono ad accedere per la grande maggioranza nelle scuole di élite, mentre i più poveri finiscono per la maggior parte nelle scuole senza selezione.

Reddito e merito

 

Statistiche come queste ci mettono di fronte all’evidenza che il merito è in gran parte determinato del contesto sociale di appartenenza. Giovani appartenenti ad una classe sociale alta avranno accesso alle risorse educative migliori, potranno facilmente ottenere sostegno in caso di necessità, e difficilmente dovranno sacrificare il tempo per lo studio e la loro formazione ad altre esigenze. Al contrario, chi nasce in un ambiente povero e culturalmente svantaggiato dovrà faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati.

merito e società

Non solo la disuguaglianza economica e sociale, ma anche discriminazione e pregiudizi costituiscono un ostacolo importante all’applicazione neutrale del principio del merito. A partire dai celebri studi di Daniel Kahneman sui bias cognitivi (ne abbiamo parlato qui), molti studi hanno confermato che la nostra valutazione su cosa o chi sia meritevole o meno sia influenzata da pregiudizi e stereotipi che impediscono di fatto la piena neutralità e razionalità di giudizio.

Drammatici i risultati di uno studio del 2016 (K. DeCelles, S. Kang, Whitened Resumes: Race and Self-Presentation in the Labor Market, in “Administrative Science Quarterly”, 2016), che mostra come studenti asiatici abbiano il doppio di possibilità di venir chiamati per un colloquio di lavoro se nascondono la loro identità asiatica nel CV, percentuale che arriva al triplo di possibilità in più per gli studenti afroamericani che hanno “sbiancato” (whitened) il loro curriculum.

merito e discriminazione

 

A parità di titoli e di merito, pregiudizi e stereotipi razzisti fanno a tutt’oggi la differenza.

La questione è discussa da tempo, nel 1958 nel saggio “Crisi in Education” Hannah Arendt sosteneva che la meritocrazia contraddice il principio di equità, tanto quanto ogni altra oligarchia. La gara è giusta (fair), come ci piace immaginare che sia, solo se si parte tutti dallo stesso punto di via, altrimenti il principio del merito non fa altro che perpetuare la forbice della disuguaglianza sociale, tradendo di fatto chi crede di poter giocarsela ad armi pari.

merito e equità

Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

American_History_X_poster

Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

American History X 2

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

[Segue: 3/ Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?]