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didattica della filosofia

The Learning Pit (la buca dell’apprendimento)

O anche The Learning Challenge (la sfida dell’apprendimento), è un’efficacie rappresentazione grafica che riproduce la curva dell’apprendimento secondo le teorie del costruttivismo di Vygostky. È stata sviluppata da James Nottingham, per consentire ai docenti di riflettere sulle proprie metodologie didattiche, e agli studenti di prendere consapevolezza del loro processo di apprendimento.

Secondo questo modello, studenti che non affrontino da sé i problemi, le criticità, e le sfide poste da ogni nuovo concetto o contenuto di sapere, non lo hanno appreso veramente: “se salti la buca, non stai apprendendo”, questo il motto che torna spesso in molte rappresentazioni del The Learnign Pit.

Viene sottolineata la dimensione attiva (pragmatismo) e intersoggettiva (costruttivismo) dell’apprendimento, secondo l’idea che si apprende facendo, e soprattutto facendo parte di una comunità di ricerca (concetto formulato da Peirce e poi ripreso e sviluppato dalla Philosophy for Children e dalla pratica filosofica).

Attraverso il dialogo filosofico, gli studenti, siano giovanissimi o adulti professionisti, vengono posti di fronte a un problema – il momento della destabilizzazione dalle proprie certezze, la discesa nella buca –, per poi essere invitati alla ricerca di una soluzione, di una spiegazione, aiutandosi l’un l’altro. Fino a giungere, possibilmente insieme, a risalire la buca, al momento dell’Eureka! Eureka, ci spiega Nottingham, significa “l’ho trovato!”, “io, l’ho trovato!”.

The learning Pit

Quante volte – Nottingham ci fa notare – chiediamo ai nostri figli “cosa hai fatto a scuola?” e tutto quello che otteniamo è un laconico “niente”. Provate a far tacere un bambino che ha avuto un’esperienza ‘Eureka!’, non ce la farete.

Qui sotto un breve e simpatico video nel quale Nottingham spiega fondamenti ed effetti del dialogo filosofico come pratica di insegnamento, e come lui guida i suoi studenti a cadere e poi risalire dalla buca.

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La filosofia in favole

di Ermanno Bencivenga, Oscar Mondadori, ultima edizione 2017.

Un esperimento originale, iniziato nel 1991 e poi riproposto a più riprese in forme ampliate: la filosofia in favole. Una bellissima raccolta di brevissime storie, racconti, favole, per riscoprire la filosofia in una chiave diversa e avvicinare alle grandi e complesse questioni del pensiero anche i più piccoli. Un libro da leggere da soli o, ancor meglio, in compagnia.

Bencivenga filosofia in favole

«Per illustrarci i temi chiave sui quali la filosofia da sempre si interroga, Ermanno Bencivenga ha scelto un linguaggio insolito: quello delle favole. Ne è nato, nel 1991, uno dei libri più originali e di maggior successo della divulgazione filosofica italiana, La filosofia in trentadue favole, poi ampliato in diverse edizioni successive fino ad approdare a La filosofia in ottantadue favole. In queste pagine il noto filosofo torna a parlarci di un mondo nel quale la magia è negli occhi di chi guarda, nella continua meraviglia di chi osserva le cose con l’innocenza di un bambino, di chi gioca a chiedersi «perché» sapendo che ogni risposta cela sempre in sé una nuova domanda. Perché è proprio dal senso di stupore, dall’incantamento con cui i bambini ascoltano le favole che nasce la riflessione filosofica» (dalla pagina dell’editore).

 

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Il Signore delle Mosche

È vero che i bambini siano buoni, e che il male sia un prodotto della società e delle avversità della vita? Secondo William Golding, premio Nobel per la letteratura nel 1983, no: “L’uomo produce il male come le api producono il miele“.

signore delle mosche libro

Trama:

È la storia di un gruppo di bambini (dai sei ai dodici anni), tutti di buona famiglia, finiti in un’isola deserta nel mezzo del mare dopo che il loro aereo è precipitato. Insieme, cercano di organizzarsi e darsi regole precise per garantirsi una sopravvivenza sull’isola.

Ben presto, però, emergono i contrasti tra Ralph e Jack, razionale e sensibile l’uno e impulsivo e aggressivo l’altro. Lo scontro tra Ralph e Jack, che rappresentano due visioni antitetiche della vita comune e del ruolo della politica, coinvolgerà tutti i bambini trasformando pian piano la loro vita sull’isola da sogno di libertà a incubo infernale. La piccola società ben organizzata di bambini si trasforma così in scenario di conflitto e scontro, nel quale trovano spazio paure ancestrali e comportamenti violenti e selvaggi, che sembrano sfuggire ad una qualsiasi controllo della ragione.

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Il messaggio del libro:

In questo romanzo, Golding sfata quello che secondo lui è un pregiudizio della nostra società, che vorrebbe i bambini tutti buoni, o quantomeno moralmente neutri. Secondo Golding, invece, i bambini sono come gli adulti: sono buoni e cattivi e se lasciati liberi esprimeranno inevitabilmente le loro luci e ombre. Ciò che fa la differenza tra la civiltà e la barbarie non è il carattere o una qualche propensione psicologica, ma la legge, il rispetto delle regole, l’istituzione di un ordine condiviso.

Un romanzo ricco di simbologia, che offre molti livelli di lettura e affronta alcune fra le principali questioni della filosofia morale e politica: l’uomo è buono o cattivo per natura? Quale è il rapporto tra ragione e passione nell’uomo? La parte più razionale dell’animo umano sarà mai in grado di dominare le pulsioni? E come si traduce questa dialettica in società? La democrazia ha in sé gli anticorpi necessari a combattere le paure profonde dei propri cittadini? O sarà la figura dell’uomo forte a inevitabilmente prevalere?

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Il signore delle mosche è l’opera più celebre dell’autore e un classico della letteratura inglese. È stato anche oggetto di diversi adattamenti teatrali e cinematografici: indimenticabile la pellicola di Peter Brook, The Lord of flies (1963); più recente la riproposizione di Harry Hook, The Lord of flies (1990).

Una lettura da proporre anche ai giovanissimi, per ragionare e discutere assieme dell’uomo, della società e dell’idea di giustizia.

Per approfondire alcune delle questioni filosofiche sottese al racconto, vi segnaliamo un articolo di Federica Ruggiero per www.letterefilosofia.com

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Il pulpito e la piazza. Democrazia, deliberazione e scienze della vita, di Giovanni Boniolo

«Solo tre cose servirebbero per ben deliberare in ambito etico relativamente ai risultati della biomedicina: sapere abbastanza di biomedicina per non dire stupidaggini scientifiche, sapere abbastanza di etica (non di storia delle dottrine morali, si badi bene) per non dire stupidaggini filosofiche, sapere abbastanza di come svolgere un argomento per non parlare a vuoto» (p. XIV).

In questo volume, di facile lettura anche per i non esperti, Boniolo spiega, con molti esempi relativi al dibattito bioetico, come dovrebbe funzionare una buona deliberazione democratica: «nessuno spazio per coloro che si riducono a strumenti di demagogia e di ipocrisia: la deliberazione presuppone cittadini informati non solo su ciò su cui si deve deliberare ma sui modi stessi della deliberazione» (dalla quarta di copertina).

Un’ottima lettura per ragionare di bioetica, democrazia, informazione e deliberazione.

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Giovanni Boniolo è laureato in Fisica e in Filosofia. Ha insegnato in molte università in Italia all’estero, attualmente è titolare della Cattedra di Filosofia della scienza e Medical Humanities presso l’Università di Ferrara e Honorary Ambassador della Technische Universität München. Qui il suo cv: http://docente.unife.it/giovanni.boniolo/curriculum

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Il diritto alla felicità. Storia di un’idea

di Antonio Trampus, Edizioni Laterza, 2008.

Esiste un ‘diritto alla felicità’? Quale fondamento assume? E, soprattutto, quali concezioni di felicità e di uomo implica? In questo percorso attraverso la storia del diritto alla felicità, Antonio Trampus ci presenta le varie risposte elaborate dal pensiero occidentale al problema.

Diritto alla felicità, Trampus3

«C’è stato un tempo nel quale l’aspirazione alla felicità non rimase semplicemente un’idea, ma venne considerata un diritto e inserita addirittura in molte costituzioni moderne. Gli americani la elencarono tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo, e così i rivoluzionari francesi dopo il 1789. Ancora oggi la ritroviamo solennemente citata nell’articolo 13 della Costituzione giapponese. Come mai la felicità è diventata un diritto costituzionalmente garantito? Da Tommaso Moro a Giacomo Casanova, dal Robinson Crusoe al buon selvaggio di Rousseau, dall’hobbesiana concezione della vita come corsa per l’accaparramento delle condizioni materiali che possono rendere l’uomo felice al rapporto tra ricchezza e felicità nelle democrazie più avanzate della contemporaneità, passando per l’eterno confronto tra fede e ragione, anima e corpo, che ha animato il lungo dibattito sulla moralità dell’essere felici, Antonio Trampus ripercorre le tappe della riflessione occidentale sul diritto alla felicità» (dalla quarta di copertina).