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consigli di lettura

Distrazione e diversivi: le nuove frontiere della censura contemporanea

Consigli di lettura: Margaret E. Roberts: Censored: Distraction and Diversion Inside China’s Great Firewall, Princeton University Press, Princeton, NJ, 2018.

In questo studio Margaret Roberts analizza l’utilizzo della censura nella Cina contemporanea, rivolgendo particolare attenzione all’informazione via internet. Roberts ci spiega che il tradizionale concetto di ‘censura’ è oggi superato da quella che lei ricostruisce essere una strategia più complessa ed efficacie in termini di manipolazione e controllo dell’opinione pubblica, la strategia delle tre “f”:

fear”: paura, intimidazione delle voci più critiche;

friction”: attrito, non è vera e propria censura, l’accesso alle informazioni considerate scomode per il governo non viene del tutto impedito ma reso molto difficile;

“flooding”: inondazione, si inonda il web di notizie false o non rilevanti, non ostili al governo, così che la maggioranza degli utenti si accontenti di ‘subire’ quelle e non vada oltre. È una sorta di distrazione di massa.

L’analisi di Roberts è rivolta prevalentemente alla Cina contemporanea del Great Firewall, ma la studiosa rileva come fenomeni simili si stiano diffondendo anche altrove e in altri governi, rendendo la questione del controllo della (dis)informazione (fake-news, propaganda, notizie irrilevanti attira-attenzione, ecc.) LA questione oggi per la sopravvivenza stessa della democrazia.

Censored

Premi e riconoscimenti:

  • Co-winner of the 2019 Goldsmith Book Prize for Academic Books, Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy at the Harvard Kennedy School
  • One of Foreign Affairs’ Picks for Best of Books 2018
didattica della filosofia, filosofia pubblica

Diritti e doveri intergenerazionali. Zagrebelsky e l’enigma di Pasqua

In un momento storico in cui gravi problematiche del nostro tempo, fra tutte quella del cambiamento climatico, ci impongono la questione delle generazioni future e del fondamento filosofico e giuridico dei loro diritti, riproponiamo qui un articolo di Zagrebelsky del 2011, uscito su Repubblica. Il costituzionalismo, si chiedeva Zagrebelsky, può ignorare di regolamentare il complesso rapporto di diritti e doveri intergenerazionale?

NEL NOME DEI FIGLI SE IL DIRITTO HA IL DOVERE DI PENSARE AL FUTURO

Il costituzionalismo si trova oggi di fronte alla sfida, che è una vitale necessità, di allargare lo sguardo in una nuova dimensione, finora ignorata: il tempo. Per introdurre questo argomento con una digressione, prendo a prestito dal volume dell’ archeologo-antropologo Jared Diamond, intitolato Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi), la storia di Pasqua, l’isola polinesiana a 3700 chilometri a est delle coste del Cile, scoperta dagli europei nel 1722, celebre per i 397 megaliti. Pasqua, quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, era una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall’aria, che arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano a stento poche centinaia di persone.

L’enigma di Pasqua, per com’è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale su cui la vita nell’isola si basava. Pasqua è un monito. Non parla soltanto di polinesiani d’ un millennio fa. Parla di noi: di sfruttamento imprevidente delle risorse, con effetti funesti sulle generazioni a venire.

isola di pasqua

Come possiamo condensare in una sola frase la parabola di Pasqua? Per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’ è comportata come se fosse l’ ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare. Il costituzionalismo può ignorare questioni di questo genere? Se il suo nucleo minimo essenziale e la sua ragion d’ essere sono – secondo la sintesi di Ronald Dworkin – la protezione del diritto di tutti all’uguale rispetto, la risposta, risolutamente, è no, non può ignorarle.

Fino al tempo nostro non c’ era ragione di affrontarle. Ogni generazione compariva sulla scena della storia in un ambiente naturale e umano che, se pure non era stato migliorato dai padri, certamente non ne era stato compromesso. Il costituzionalismo non ha avuto finora ragioni per occuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Ma molte ragioni ha oggi, e drammatiche. Per quale ragione la cerchia de “i tutti” che hanno il diritto all’uguale rispetto dovrebbe essere limitata ai viventi e non comprendere anche i nascituri? Basta porre la domanda per rispondere che non c’ è alcuna ragione: gli uomini di oggi e di domani hanno lo stesso diritto all’uguale rispetto, perché uguale è la loro dignità.

Ma oggi assistiamo alla separazione nel tempo dei benefici – anticipati – rispetto ai costi – posticipati -: la felicità, il benessere, la potenza delle generazioni attuali al prezzo dell’ infelicità, del malessere, dell’ impotenza, perfino dell’ estinzione o dell’ impossibilità di venire al mondo, di quelle future. La rottura della contestualità temporale segna una svolta che non può lasciare indifferenti la morale e il diritto. In termini giuridici, la questione che si pone al costituzionalismo è la seguente: fin dall’inizio (ricordiamo l’ art. 16 della Déclaration dei diritti del 1789), la sua nozione chiave è stata il diritto soggettivo, da contrapporre in vario modo al potere arbitrario. Ma il diritto soggettivo presuppone un titolare presente. “Diritti delle generazioni future” è una di quelle espressioni improprie che usiamo per nascondere la verità: le generazioni future, proprio perché future, non hanno alcun diritto da vantare nei confronti delle generazioni precedenti. Tutto il male che può essere loro inferto, perfino la privazione delle condizioni minime vitali, non è affatto violazione di un qualche loro “diritto” in senso giuridico. Quando incominceranno a esistere, i loro predecessori, a loro volta, saranno scomparsi dalla faccia della terra, e non potranno essere portati in giudizio. I successori potranno provare riconoscenza o risentimento, ma in ogni caso avranno da compiacersi o da dolersi di meri e irreparabili “fatti compiuti”.

Bisogna prendere atto che la categoria del diritto soggettivo, in tutte le sue varianti di significato (diritti di, da, negativi, positivi, di prestazione, ecc.), è inutilizzabile tutte le volte in cui è rotta l’ unità di tempo. È invece la categoria del dovere, quella che può aiutare. Le generazioni successive non hanno diritti da vantare nei confronti di quelle precedenti, ma queste hanno dei doveri nei confronti di quelle; esattamente la condizione della madre, nei confronti del bambino quando lo porta ancora in grembo. Il costituzionalismo dei diritti, senza rinunciare alla sua aspirazione centrale di essere al servizio della resistenza all’arbitrio, deve scoprire i doveri, non semplicemente in quanto riflessi, cioè in quanto controparte dei diritti, ma come posizioni giuridiche autonome che vivono di vita propria, senza presupporre l’ esistenza (attuale) delle corrispondenti situazioni di vantaggio e dei relativi titolari.

Dobbiamo riconoscere che questo mutamento di paradigma vede il costituzionalismo completamente impreparato, anzi ostile. In nome dei diritti, non dei doveri, da due secoli conduce la sua battaglia. I doveri sono stati e sono tuttora la parola d’ ordine dei regimi autoritari e di quelli totalitari. Si tratta però di costruire una mentalità, una cultura, e da ciò trarre spunto per comportamenti adeguati, anche senza che si debbano attendere proclamazioni giuridiche formali. Innanzitutto, le norme che riconoscono diritti e facoltà dovrebbero essere interpretate, tutte le volte in cui siano alle viste conseguenze potenzialmente pregiudizievoli sulla condizione di coloro che verranno, in una prospettiva oggettiva, in base alla massima: la terra appartiene tanto ai viventi quanto ai non ancora viventi; i diritti dei primi sono condizionati dall’uguale valenza anche per i secondi. Il che – non si può non riconoscere – comporta possibili restrizioni ai diritti in senso soggettivo.

I diritti, nei casi anzidetti, devono essere intesi come beni o istituzioni di lungo periodo. Per estenderli nel tempo futuro, può essere necessario ridurne la portata nel tempo presente. Conosciamo già situazioni di questo genere, nelle quali entra in gioco il cosiddetto “principio di precauzione”, vigente, in forza di norme di diritto nazionale, europeo e internazionale, per esempio in materia ambientale, energetica e sanitaria. Qui, parlando di costituzionalismo, si dice che quel principio dovrebbe essere assunto come elemento conformativo dell’ intero modo di concepire il diritto costituzionale. Il diritto costituzionale di oggi deve essere un “diritto prognostico”, che guarda avanti, fin dove, nel tempo, le previsioni scientifiche permettono di gettare lo sguardo.

Ma c’è dell’ altro. Il giudizio prognostico non è un giudizio politico; è un giudizio tecnico-scientifico. Ora, a parte la difficoltà forse insuperabile di individuare scienziati e tecnici realmente indipendenti dagli interessi immediati da sottoporre a verifica, la prospettiva che si apre è la tutela tecnocratica sulla politica. Orbene, la politica, nella sua versione democratica come nelle sue degenerazioni populiste e demagogiche, s’ incarna in istituzioni dei (non: dai) tempi brevi. Le decisioni devono essere in sintonia con l’ interesse prevalente che la società, come più o meno autonomamente e veridicamente se lo rappresenta, ed è a dir poco improbabile che, nella considerazione di tale interesse, entrino con il peso che meriterebbero ansie e preoccupazioni per la sorte di società diverse, ipotetiche, lontane nel tempo. A questo interesse momentaneo, infatti, la politica deve rendere conto.

Fermiamoci qui. Siamo nel regno delle contraddizioni. Il costituzionalismo, nel quadro di allora, era il mondo dei diritti, ma ora il mondo ha bisogno di doveri. Il costituzionalismo ha prodotto democrazia, ma oggi la democrazia mostra di poter essere une regime di saccheggio delle risorse, per i viventi contro i posteri. Per questo, si ricorre a momenti ed elementi di natura scientifico-tecnocratica, ma la ragione del saccheggio sta precisamente nello sviluppo della tecnica senza altro fine che se stessa. Quindi, la tecnica, per essere benefica, dovrebbe poter essere a sua volta controllata. Ma da chi? Dalla democrazia, che è proprio colei che ha ne ha bisogno? Doveri e tecnocrazia fanno paura, non c’ è che dire. Ma sono necessari proprio alla luce delle premesse e delle promesse del costituzionalismo, una volta che non lo si intenda come mero egoismo dei viventi. Le contraddizioni sono intrinseche. Saranno distruttive? Non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che esse chiamano a un compito non facile, su un terreno incerto dove molto è da pensare e costruire, tutti coloro i quali, nello studio e nella pratica, richiamandosi ai valori permanenti del costituzionalismo, intendono agire “costituzionalisticamente”. Il costituzionalismo ha avuto una storia. La questione è se avrà una storia. L’ avrà in quanto riuscirà a incorporare nella democrazia, senza annullarla o umiliarla, la dimensione scientifica delle decisioni politiche. Questa, mi pare, è l’ ultima sfida del costituzionalismo, l’ ultima sua metamorfosi.

GUSTAVO ZAGREBELSKY

Fil(m)osofia, Senza categoria

L’insulto (2017)

Diretto da Ziad Doueiri. Vincitore a Venezia 2017 per la migliore interpretazione maschile di Kamel El Basha, candidato al Premio Oscar 2018 come miglior film straniero.

Libano, Beirut, quello che sembra un banale incidente tra Yasser, meticoloso capocantiere rifugiato palestinese, e Tony, libanese cristiano simpatizzante per la destra, diventa il pretesto per rivendicazioni profonde.

La questione da privata si fa pubblica, quindi politica, un affare nazionale. Una parola di troppo innesta la reazione a catena che scoperchia ferite profonde, negli individui e nella società, trasformando quello che doveva essere uno scontro fra due privati cittadini in una rivendicazione di giustizia fra popoli, culture e religioni.

Il processo agli eventi diviene un processo alla storia, dove i ruoli di vittima e carnefice si confondono (“nessuno ha il monopolio del dolore”) e quello che più importa, in fin dei conti, non è individuare il colpevole, ma ripercorrere gli eventi per poterli finalmente superare.

l'insulto

 

didattica della filosofia, filosofia pubblica

La Costituzione come progetto ancora da compiere: Calamandrei agli studenti.

Il 26 gennaio 1955 Piero Calamandrei tiene agli studenti universitari di Milano quello che diverrà uno dei più celebri discorsi sulla Costituzione. Lo riproponiamo qui, trascritto o udibile al link sotto (dal min. 1), perché è un discorso di rara forza e bellezza, che ci parla ancora oggi e richiede di essere ascoltato dai cittadini di domani.

 

L’art.34 dice:  “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Eh! E se non hanno i mezzi?

Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“ – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: “Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

consigli di lettura

N.Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi 2014 (1° ed. 1984)

«Tutti i testi qui raccolti trattano problemi molto generali e sono (o meglio vorrebbero essere) elementari. Sono stati scritti per il pubblico che s’interessa di politica, non per gli addetti ai lavori. Sono stati dettati da una preoccupazione essenziale: far discendere la democrazia dal cielo dei principî alla terra dove si scontrano corposi interessi. Ho sempre pensato che questo sia l’unico modo per rendersi conto delle contraddizioni in cui versa una società democratica e delle vie tortuose che deve seguire per uscirne senza smarrirvisi, per riconoscere i suoi vizi congeniti senza scoraggiarsi e senza perdere ogni illusione nella possibilità di migliorarla».

Norberto Bobbio

Bobbio, il futuro della democrazia

Fil(m)osofia

I filosofi raccontati da Roberto Rossellini

Sono quattro le pellicole girate da Roberto Rossellini sulla vita e il pensiero di alcuni grandi protagonisti della tradizione filosofica: Socrate (1970), Agostino d’Ippona (1972), Cartesius (1973) e Pascal (1971).

Tutti i film furono pensati e prodotti per la televisione e, assieme a Luigi XIV (1966), costituiscono un ciclo di ritratti di personaggi storici dall’intento divulgativo ed educativo. Sono parte di un più ampio progetto didattico per il quale il regista si proponeva di utilizzare la TV, anziché il cinema, per raggiungere il pubblico più vasto, non necessariamente colto e informato.

In ognuna di queste opere, il pensiero di Socrate, Agostino, Cartesio e Pascal, per lo meno nei loro tratti principali, viene presentato attraverso un ritratto a tutto tondo del personaggio. Grande attenzione viene infatti data non solo alla ricostruzione degli ambienti e delle epoche storiche in cui questi filosofi hanno vissuto, ma anche al loro lato umano, nel tentativo da parte di Rossellini di dare forma alla persona che quel pensiero ha prodotto.

Socrate (1970):

Durata: 120 min.

https://youtu.be/SY-mgZbuxBA

socrate rossellini

Agostino d’Ippona (1972):

Durata: 115 min.

https://youtu.be/f0BiatYwc0w

Agostino rossellini

Cartesius (1973):

Durata 155 min.

https://youtu.be/T9cq7G8hoAE

Cartesius rossellini

 Pascal (1971):

Durata 135 min.

https://vimeo.com/347991557

Pascal Rossellini

Buona visione!

didattica della filosofia

Percezione dell’apprendimento versus apprendimento effettivo: perché la valutazione degli studenti può essere falsata

Uno studio della Harvard Univerity appena pubblicato (Measuring actual learning versus feeling of learning in response to being actively engaged in the classroom, September 4, 2019) ha mostrato esservi una dissonanza tra gli esiti di apprendimento di una certa metodologia didattica e la percezione degli stessi negli studenti.

Gli autori sono partiti dalla constatazione, confermata da molte ricerche in materia, che l’impiego di una metodologia didattica “attiva”, che coinvolge direttamente gli studenti nel processo di apprendimento, consente il raggiungimento di risultati formativi migliori rispetto a strategie didattiche tradizionali, dove lo studente ha un ruolo per lo più passivo. Eppure, molti docenti sono ancora restii ad adottare metodologie didattiche attive. Come mai?

In parte sembra doversi al fatto che nei questionari di valutazione di fine corso gli studenti dichiarano di preferire i corsi che richiedono una partecipazione passiva, per diversi motivi: ad esempio, alcuni ammettono di non amare interagire in classe, o che la metodologia attiva risulti più faticosa.

In questa ricerca gli studiosi hanno voluto testare la percezione che gli studenti hanno del loro apprendimento rispetto ad una metodologia didattica attiva o passiva: lo studio conferma che non vi sia corrispondenza tra quanto gli studenti ritengono di aver appreso e i risultati da loro ottenuti ai test! Come se vi fosse in azione una sorta di bias o pregiudizio nei confronti delle nuove metodologie didattiche, la percezione soggettiva degli studenti è di apprendere più e meglio in corsi che richiedono un ruolo passivo allo studente rispetto a quelli che li coinvolgono attivamente, nonostante i risultati raggiunti in questi ultimi siano sensibilmente migliori.

 

Grafico studio valutazione studenti

Questo grafico lo mostra chiaramente: sebbene il secondo gruppo di studenti, che ha seguito un metodo “attivo” abbia ottenuto un esito migliore ai test finali (prima colonna), il grado di soddisfazione espresso alla fine dagli studenti è stato di gran lunga inferiore per tutte le domande poste: “ Mi è piaciuto questo corso”; “Ritengo di aver imparato molto da questo corso”; “Il docente è stato efficace nel suo insegnamento”; “Desidero che tutti i miei corsi di fisica venissero insegnati in questo modo”.

Gli autori si sono quindi chiesti quali fossero le ragioni di tale scarto tra i risultati ottenuti e la percezione degli studenti, e hanno individuato tre possibili concause di questo fenomeno:

1) il fatto che lezioni tradizionali siano cognitivamente più lineari da seguire, più scorrevoli, può trarre in inganno circa quanto si stia davvero imparando;

2) i principianti in un dato campo di studi (quelli della ricerca lo erano in fisica) hanno scarsa metacognizione del proprio apprendimento e sono poco equipaggiati per giudicare i loro progressi;

3) gli studenti poco familiari con metodologie didattiche attive possono non rendersi conto del fatto che la maggiore difficoltà cognitiva che accompagna un apprendimento attivo sia in effetti indice del fatto che l’apprendimento sia efficace.

self-evaluation

Questo studio ci porta ad una riflessione: ormai da tempo i corsi universitari e sempre più anche quelli della scuola dell’obbligo vengono posti al giudizio finale degli studenti. Intercettare l’opinione degli studenti è uno strumento prezioso per il docente e utile per calibrare le proprie scelte didattiche e metodologiche. Tuttavia, studi come questo mostrano quanto sia rischioso far dipendere la propria impostazione metodologica esclusivamente dalla percezione di chi apprende, poiché – senza un’adeguata formazione metacognitiva – lo studente non è il giudice migliore per valutare l’effettiva riuscita di un processo di apprendimento.

La soluzione non è non ascoltare l’opinione degli studenti, ma dare loro tutti gli strumenti necessari per conoscere e valutare con consapevolezza i meccanismi formativi. L’articolo si chiude, infatti, con la raccomandazione degli autori ai docenti a spiegare questi fenomeni in classe, con l’invito a lavorare con gli studenti anche sulla metacognizione del proprio processo di apprendimento per renderli consapevoli dell’effettivo valore pedagogico-formativo di una metodologia didattica rispetto ad un’altra, contro la percezione che loro stessi possono avere.