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Cosa hanno da insegnarci un’oca, una pecora e un maiale sulla felicità?

Come siamo arrivati a disturbare un’oca, una pecora e un maiale per ragionare di felicità?  Proviamo a ricostruire il filo del discorso.

Venerdì scorso, 17 aprile, nel nostro consueto incontro con il gruppo di lettura a distanza “Pillole di felicità”, abbiamo discusso il secondo precetto di Epicuro per trovare la felicità: non temere la morte. Il primo precetto epicureo è non temere gli dei.

L’idea della morte costituisce per noi «il più atroce di tutti i mali» – riconosce il filosofo – la temiamo, il suo pensiero ci turba al punto che il più delle volte ne rifuggiamo. Eppure, argomenta Epicuro: «Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi». Perché temere un qualcosa che non incontreremo?

È chiaro che Epicuro non crede nell’immortalità dell’anima o in una vita dopo la morte: noi conosciamo solo ciò di cui facciamo esperienza tramite i sensi e poiché con la morte i nostri sensi verranno meno, di essa non faremo esperienza.

È il pensiero della morte, dunque, non la morte stessa, che ci procura dolore:

«Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa».

(Epicuro, Lettera a Meneceo)

Insegnamento che dovremmo estendere a qualsiasi altra preoccupazione di qualcosa che ha da venire.

Non sta allora forse meglio l’animale o lo stolto che non si cura del pensiero della morte – o di alcun che –, vivendo in piena serenità il proprio presente? Siamo sicuri che siano loro gli sciocchi o non piuttosto, come sagacemente ci pungola Epicuro, gli uomini che si dannano per qualcosa che ancora non c’è e che quando arriverà potrebbe non creare loro alcun male?

Viene in mente l’oca di Guido Gozzano:

 

Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca

gracidante alla riva del canale?

Pare felice! Al vespero invernale

protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:

né certo sogna d’essere mortale

né certo sogna il prossimo Natale

né l’armi corruscanti della cuoca.

O papera, mia candida sorella,

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!

Che l’essere cucinato non è triste,

triste è il pensare d’essere cucinato.

(G. Gozzano, La differenza, 1907)

Oca felice

Cosa ci insegnano gli animali sull’uomo? E cosa ci vuole dire Epicuro? Probabilmente che buona parte del dolore e delle preoccupazioni che proviamo sono dovuti alla proiezione di un’idea, all’attesa per qualcosa, più che all’effettiva esperienza di quel dolore.

A differenza dell’oca (per quello che ne sappiamo), l’uomo vive proiettato nel futuro, ed è questa sua proiezione a causare gran parte del suo dolore. Riuscire ad apprezzare il presente, ad esserne pienamente immersi, potrebbe invece aprirci un orizzonte di serenità.

Un pensiero simile era sorto anche a Nietzsche guardando all’esistenza pacifica e imperturbabile che vive un gregge di pecore:

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, 1874.)

 

Eppure, ci siamo chiesti, possiamo davvero fare a meno di tendere verso qualcosa che verrà? Non è forse questo stesso meccanismo di attesa, anticipazione, progettazione di un futuro, per quanto ipotetica e fallace nella sua capacità predittiva, fonte di gran parte della gioia e felicità dell’uomo?

Accetteremmo di vivere totalmente e pienamente assorbiti nel presente, come le oche di Gozzano o le pecore di Nietzsche? Sarebbe una felicità altrettanto piena di quella che prova l’uomo quando, seppure saltuariamente, realizza qualcosa che ha a lungo desiderato e per la quale ha duramente lavorato?

C’è un terzo celebre animale della tradizione filosofica che forse può aiutarci nel nostro ragionamento: il maiale di J.S. Mill. Non ha forse egli qualcosa da insegnarci quando ci rammenta che, dopotutto,

«è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto: è meglio essere Socrate infelice che uno stupido soddisfatto. E se lo stupido, o il maiale, sono di diversa opinione, ciò si deve al fatto che essi conoscono soltanto un lato della questione»

(J.S. Mill, Utilitarismo, 1861)

Lasciamo aperta per ognuno la questione. Noi torneremo a rifletterci e a discuterne il prossimo venerdì.

[Pillole di felicità è un gruppo di lettura a distanza, ad accesso gratuito. Si riunisce online ogni venerdì sera, alle ore 20.30. Per aderire o chiedere informazioni scrivete a: info.filosoficamente@gmail.com]

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Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

didattica della filosofia, Evento

Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria (Formazione Docenti)

Ci siamo trovati online, anziché di persona, in questi giorni con più di quaranta docenti di vari istituti di Cremona e volontari del servizio civile per i primi due incontri di un ciclo di formazione sul fare filosofia con i bambini della Scuola dell’Infanzia e Primaria.

Locandina filosofiamo

Martedì scorso, 31 marzo 2020, Abbiamo discusso e ragionato insieme dei fondamenti della pratica filosofica con i bambini, soffermandoci sui seguenti aspetti:

1) Che cosa fa la filosofia;
2) Insegnare a pensare filosoficamente: problematizzare, analizzare, razionalizzare;
3) Perché fare filosofia con i bambini: una questione filosofica, pedagogica ed etico-politica.

Oggi, martedì 7 aprile 2020, abbiamo ripercorso le origini della filosofia per bambini guardando alla proposta di Lipman e Sharp – di cui abbiamo discusso fondamenti epistemologici e obbiettivi formativi – per poi fare cenno alla composita realtà della filosofia per e con i bambini presente oggi nel mondo e in italia.

Nonostante la distanza, c’è stato modo di ragionare e discutere insieme. Grazie a tutti per la numerosa partecipazione e il confronto che in entrambe le occasioni ne è seguito.

 

 

Esercizi filosofici, filosofia pubblica

Pillole di felicità. Primo esercizio filosofico: conosci te stesso

Primo incontro del gruppo di lettura a distanza ieri, venerdì 3 aprile. Abbiamo discusso della celebre apertura della Lettera sulla felicità di Epicuro, che abbiamo commentato in due traduzioni:

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro“.

/

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima“.

 

Ci siamo chiesti se anche per noi oggi il filosofare corrisponda ad una ricerca della conoscenza della felicità e abbiamo ragionato insieme sull’invito di Epicuro a conoscere, noi stessi e il mondo attorno a noi, per trovare la via al nostro benessere.
Qualcuno ha notato che ci vengono insegnate moltissime cose nel corso della nostra vita, ma non a ricercare la conoscenza della felicità: “un’educazione alla felicità”, l’abbiamo definita.
 
Ci siamo lasciati con un piccolo esercizio filosofico da compiere ognuno per questa settimana. Qui l’esercizio, se volete farlo anche voi:


Ci ritroviamo giovedì prossimo, 9 aprile, sempre alle 20.30, online.
Per partecipare scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

epicuro precetto2
Vignetta tratta da: Jean-Philippe Thivet e Jérôme Vermer, 10 filosofi, 10 approcci alla felicità, disegni di A. Combeaud, Whitestar 2018.
Evento, filosofia pubblica

Pillole di felicità – gruppo di lettura a distanza

In un momento in cui le nostre routine sono stravolte e le priorità stanno cambiando, proponiamo brevi incontri, virtualissimi, in cui trovarci a ragionare assieme.

Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.

Ecco a voi, le “Pillole di felicità: far filosofia ai tempi del covid-19“.

Un’occasione di approfondimento o, perché no, di distrazione, un momento per riflettere insieme su che cosa sia la felicità.

Libero accesso, su prenotazione.

Gruppo di lettura_ pillole di felicità

filosofia pubblica, Senza categoria

Il Trolley Dilemma ai tempi del Covid-19

Ethical dilemmas in the age of coronavirus: Whose lives should we save?

Titola un articolo di Jenny Jervie uscito sul Los Angeles Times il 19 marzo 2020. Il riferimento è purtroppo alla situazione venutasi a creare in Italia e che si teme si proporrà a breve anche in altre parti del mondo.

Il dilemma è semplice nella sua crudeltà: “Tre pazienti – un ragazzo di 16 anni con diabete, una madre di 25 anni e un nonno di 75 anni – sono stipati in una tenda di ricovero ospedaliero e hanno difficoltà a respirare. È rimasto solo un ventilatore. A chi va?”

Dilemma coronavirus

https://www.latimes.com/world-nation/story/2020-03-19/ethical-dilemmas-in-the-age-of-coronavirus-whose-lives-should-we-save

La questione, in termini più astratti, può essere posta così: in una situazione di scarsità di risorse sanitarie per cui non è possibile offrire cure a tutti coloro che ne avrebbero bisogno, quali criteri potremmo/dovremmo adottare per compiere delle scelte?

Adottiamo il criterio dell’ordine di arrivo, o preferiamo che i medici concentrino i loro sforzi su chi sembrerebbe aver più possibilità di recupero? L’età del paziente dovrebbe essere un elemento di discrimine? E perché non considerare anche il numero di persone a carico del paziente?

Insomma, la questione è complessa e chiama in causa le nostre intuizione etiche più profonde. La bioetica se ne occupa da sempre e, mai come in questi tempi di crisi e di scarsità di risorse, è chiamata a mettere in campo tutti i suoi strumenti per aiutare chi di dovere a definire protocolli e  linee guida.

 

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Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita

Di Ilaria Gaspari, Einaudi 2019.

«Ho studiato filosofia, perbacco, ma con un’attitudine così necrofila! L’ho studiata come una cosa morta – quanto sono stata stupida, ad arrivare alla laurea senza sognarmi nemmeno la fortuna che avevo! Era tutto davanti ai miei occhi e non ho visto niente. All’improvviso ogni cosa si fa spaventosamente semplice. Questi libri che non sfioravo da anni, non solo li devo aprire, non solo devo tornare a leggerli: devo lasciare che mi insegnino qualcosa, che mi educhino, una buona volta. Invece di cedere al pessimismo, voglio imparare a vivere. Mi curerò con la filosofia, come gli antichi. […]

Ho bisogno di una scuola, e di scuole, la filosofia greca antica ne ha prodotte a bizzeffe. Mi scriverò tutte quelle a cui posso iscrivermi. Comincerà così, ora che ne ho più bisogno, ora che avrei cose ben più urgenti di cui occuparmi, la mia educazione filosofica, la mia ricerca della felicità» (pp. 7-8).

gaspari, Lezioni di felicità

Sei settimane, sei scuole filosofiche, sei tentativi per scoprire la felicità e, con essa, comprendere se stessi.

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La filosofia stoica può esserci oggi d’aiuto?

In questi giorni complicati, la filosofia dello stoicismo può offrirci qualche risorsa utile a gestire le nostre paure, affrontare una realtà complessa e stare bene con noi stessi? Ne è da sempre convinto Massimo Pigliucci, Professore di Filosofia al CUNY-City College di New York ed uno dei massimi esperti di filosofia stoica.

Pigliucci cura un blog sulla pratica della filosofia stoica nel nostro mondo contemporaneo, How to Be a Stoic: an evolving guide to practical Stoicism for the 21st century, ed è autore di un bestseller sull’argomento: Come essere stoici. Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Garzanti 2018.

Pigliucci, Come essere stoici

Il termine “stoico” è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcuno che dimostra grande fermezza, forza d’animo e sangue freddo nell’affrontare le sfide della vita. Qualità di cui abbiamo tutti bisogno oggi. Ma da dove deriva quest’uso?

In questo breve video animato (6 min) per TedEd, Pigliucci ci guida in modo semplice e chiaro a conoscere i tratti salienti dello stoicismo come dottrina filosofica.

Stoicism_ Video

Lo stoicismo nasce ad Atene con Zenone di Cizio, intorno al 300 a.C. Il nome deriva dal luogo in cui Zenone teneva le sue lezioni ai suoi discepoli, la Stoà Pecìle di Atene o «portico dipinto». La filosofia stoica ha attraversato il pensiero occidentale per secoli, influenzando la cultura romana (vanta tra i propri seguaci personaggi illustri come Seneca e l’imperatore Marco Aurelio), il pensiero cristiano medievale, e giungendo sino alla modernità, dove è ripreso da alcune correnti psicologiche contemporanee. Il suo successo e la sua enorme diffusione è dovuta probabilmente alla capacità dello stoicismo di rispondere ad alcune delle più pressanti esigenze dell’uomo.

Gli stoici ritenevano che il mondo fosse regolato da una struttura razionale, il logos. Sebbene noi esseri umani non abbiamo controllo del reale e della struttura razionale che lo governa, possiamo (e dovremmo) prendere controllo del nostro modo di affrontare gli eventi e di reagire ad essi.

Ma come trarre il maggior vantaggio dalle situazioni, anche gravose, che ci si presentano? Secondo la dottrina stoica, attraverso l’esercizio di quattro virtù:

  • La saggezza: è una saggezza pratica, rivolta all’azione, che ci guida a comprendere una situazione complessa e a riconoscere ciò che si deve fare;
  • La temperanza: la moderazione degli impulsi dell’uomo e l’esercizio della nostra facoltà di scegliere il bene ed evitare il male;
  • La giustizia: è il saper distribuire oneri e onori, premi e punizioni in maniera equa;
  • Il coraggio: è la capacità di saper affrontare tutte le situazioni con integrità, fermezza e lucidità.

Lo stoicismo ci insegna che siamo noi i fautori della nostra felicità, e lo siamo anzitutto attraverso un’operazione razionale: è il significato che diamo alle nostre vite, a ciò che ci capita e alle nostre persone, a renderle buone o cattive. Se impariamo a dare un senso positivo a quello che stiamo affrontando, sapremo sempre trovare anche nell’ora più buia un raggio di luce.

 

 

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Luciano Floridi per una nuova metafisica della relazione

In questaintervista per Raicultura, Luciano Floridi, ordinario di filosofia ed etica all’Università di Oxford e tra i maggiori pensatori del mondo contemporaneo, riassume la sua lezione tenuta alla Romanae Disputationes a proposito di Interpretare il reale. Concetto e mondo

Dieci minuti, accessibili a tutti, in cui il filosofo ci spiega come la  metafisica tradizionale sia inadeguata a spiegare il mondo in cui viviamo oggi, così profondamente trasformato dal digitale; un mondo dominato non tanto da “oggetti”,  ma da relazioni: una app, un software, non sono cose nel senso comune del termine, eppure sono molto importanti per noi, ci interagiamo, lasciamo che abbiano un effetto tangibile sulle nostre decisioni e vite.

Che tipo di metafisica può rendere conto di queste realtà?

Floridi propone una metafisica della relazione, anziché della sostanza, una metafisica che pone l’attenzione sulle connessioni, più che sugli oggetti, e che rende conto di una realtà che è costituita come rete di nodi, non meccanismo di parti fra loro indipendenti. Seguendo l’analogia, gli oggetti del nostro mondo sono i nodi della rete, le rotonde di un intrigo stradale e, in quanto tali, essenzialmente costituiti da quelle connessioni.  

L’essere in relazione, l’avere interazioni, è  un criterio ontologico più efficacie di quello di sostanza  per determinare oggi cosa esiste e cosa no, e che dà più senso alla nostra esperienza.

Di questo mondo-rete, noi siamo gli architetti, i costruttori: siamo noi che instaurando le nostre relazioni contribuiamo a dare forma alla realtà. Un compito che ci riempe di responsabilità, epistemica, certo, ma soprattutto etica.

Ci serve un’etica, anch’essa, della relazione. E’ il rapporto tra le parti che conta, poiché quel rapporto definisce il nostro stare al mondo e modifica (creandoli) gli oggetti stessi che popolano quel mondo. Ne deriva una politica trasformata da spazio della res pubblica in quello della ratio pubblica, dove la ratio è la dimensione del pensiero, del significato, dell’essere in relazione appunto. Le possibilità dateci dalle nuove tecnologie lo rendono oggi evidente: siamo noi, architetti del nostro mondo virtuale e reale, a decidere dove e come vogliamo andare, e questa responsabilità è anzitutto una responsabilità politica.

Floridi _Raicultura

Per chi si fosse incuriosito, qui trovate il video della lezione completa con il dibattito svolto con i ragazzi delle Romanae Disputationes.

 

 

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Infodemia

L’enciclopedia Treccani la definisce «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili».

Ci viene spiegato che “infodemia” deriva dall’inglese infodemic, composto da info(rmation) (informazione) ed (epi)demic (epidemia). Il termine fu usato per la prima volta da David J. Rothkopf in un articolo del «Washington Post» del 2003 a proposito di SARS, When the Buzz Bites Back. Rothkopf apriva il suo articolo affermando che la SARS è la storia di non una, ma ben due epidemie, una sanitaria, e l’altra cognitiva: la seconda ha trasformato la prima in una catastrofe economica e sociale globale.

Il termine viene oggi da più parti ripreso a proposito della nuova emergenza sanitaria creata dal coronavirus, e lo si trova anche in alcune comunicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (vedi il documento dello scorso 2 febbraio 2020 a proposito della disinformazione sul coronavirus).

L’infodemia è un’epidemia informativa dovuta al vorticoso generarsi di informazioni e notizie su una certa situazione o evento. Come scrive Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, in questo appello contro l’infodemia, «mentre l’epidemia biologica avanza, e speriamo si fermi al più presto, l’epidemia cognitiva accelera con informazioni di tutti i tipi date da fonti rilevanti».

Assieme alle fake-news, l’infodemia contribuisce a fare della nostra epoca l’epoca della post-verità, ma è più ampio – e forse più complesso – del fenomeno fake-news, perché non è riducibile alla mera falsificazione della verità. Generata spesso dalle stesse autorità e istituzioni, l’infodemia non è necessariamente un’informazione falsa, può essere un’informazione non accurata, o solo parzialmente vera, o, ancora, vera in un dato contesto che però non viene specificato adeguatamente all’utente, producendo così la percezione di un’informazione contraddittoria. La sovrabbondanza di fonti informative, anche autorevoli, ma non sempre concordanti, non aiuta. Il pubblico che subisce questa ondata epidemica di informazione non riesce a gestirla, ad assimilarla adeguatamente, e ne esce inevitabilmente disorientato e confuso, o addirittura spaventato.

infodemia

 

Che fare allora per arginare questo diverso tipo di epidemia? L’Oms raccomanda ai vari Paesi, ai media e alle agenzie comunicative di essere il più possibili trasparenti e di adottare una narrazione coordinata, se non proprio univoca, tra le diverse voci coinvolte, scientifiche e politiche.

C’è bisogno di verità, una verità che non si possa scegliere al supermercato delle nostre bolle epistemiche.