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Il diritto alla felicità. Storia di un’idea

di Antonio Trampus, Edizioni Laterza, 2008.

Esiste un ‘diritto alla felicità’? Quale fondamento assume? E, soprattutto, quali concezioni di felicità e di uomo implica? In questo percorso attraverso la storia del diritto alla felicità, Antonio Trampus ci presenta le varie risposte elaborate dal pensiero occidentale al problema.

Diritto alla felicità, Trampus3

«C’è stato un tempo nel quale l’aspirazione alla felicità non rimase semplicemente un’idea, ma venne considerata un diritto e inserita addirittura in molte costituzioni moderne. Gli americani la elencarono tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo, e così i rivoluzionari francesi dopo il 1789. Ancora oggi la ritroviamo solennemente citata nell’articolo 13 della Costituzione giapponese. Come mai la felicità è diventata un diritto costituzionalmente garantito? Da Tommaso Moro a Giacomo Casanova, dal Robinson Crusoe al buon selvaggio di Rousseau, dall’hobbesiana concezione della vita come corsa per l’accaparramento delle condizioni materiali che possono rendere l’uomo felice al rapporto tra ricchezza e felicità nelle democrazie più avanzate della contemporaneità, passando per l’eterno confronto tra fede e ragione, anima e corpo, che ha animato il lungo dibattito sulla moralità dell’essere felici, Antonio Trampus ripercorre le tappe della riflessione occidentale sul diritto alla felicità» (dalla quarta di copertina).

Fil(m)osofia

Ex Machina

Film del 2015 di Alex Garland.

Il titolo gioca chiaramente con l’idea di divinità che nel teatro antico entrava inaspettatamente in scena mosso da una macchina (“Deus ex machina” appunto, divinità che viene dalla macchina) e scompiglia la trama.  

Caleb Smith, un giovane programmatore del principale motore di ricerca sul mercato, BlueBook, sembra vincere una lotteria interna alla società e aggiudicarsi l’opportunità di trascorrere una settimana nella casa di Nathan Bateman, il carismatico e geniale ideatore di BlueBook. Qui Caleb scoprirà di essere stato scelto da Nathan per testare una macchina umanoide, un’intelligenza artificiale, di nome Ava. Il giovane programmatore ha una settimana di tempo per eseguire alla macchina una sorta di test di Turing e stabilire se Ava abbia coscienza di sé.

Intelligenza artificiale e filosofia

Il film rimanda ad un gran numero di questioni filosofiche legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e ripropone alcuni tipici interrogativi del genere fantascientifico della robotica. A partire, naturalmente, dal celebre test di Turing: come possiamo sapere se una macchina è intelligente (intelligenza artificiale forte)? Una macchina intelligente è anche cosciente? Cosa significa esserlo? O, ancora, può una macchina provare sentimenti, emozioni, avere desideri? Soprattutto, e questo l’interrogativo che il protagonista sembra porsi ad un certo punto della sua interazione con Eva, questi umanoidi nel momento in cui pensano, percepiscono, paiono soffrire e desiderare (la sopravvivenza la libertà), hanno diritti?

ex machina

Uomo vs AI: chi ha il controllo di chi?

Infine, una questione emerge pian piano e si impone sul finale (n perfetta linea con il genere fantascientifico), fra macchine intelligenti ed esseri umani chi ha il controllo? Chi manipola chi? Siamo sicuri di voler correre il rischio di non essere più in grado di gestire una nostra invenzione? E in questo caso, come si comporterebbe la macchina?

L’AI avrà un’etica?

Sin dalle tre leggi della robotica di Asimov, l’uomo si chiede se sia possibile insegnare l’etica ad un’intelligenza artificiale o se, al pari dell’uomo, la macchina non finirebbe per apprendere anche come aggirare questi principi in ragione di un proprio interesse personale. E allora la domanda interessante sarebbe: quale potrebbe essere lo scopo, il fine di una intelligenza artificiale?

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Harari, lo storico che studia il passato per guardare al futuro

Riproponiamo qui parte di una bella recensione scritta da Monica Dall’Aglio sull’opera di Harari e pubblicata su doppiozero:

Sapiens. Da animali a dèi (Bompiani 2011)

«Siamo passati dalle canoe alle galee, dai battelli a vapore alle navette spaziali, ma nessuno sa dove stiamo andando. Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo rendere conto a nessuno … Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?» Con questa domanda termina il saggio dello storico israeliano Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi, tradotto in trenta lingue, che ha venduto nel mondo più di cinque milioni di copie.

Harari – nato a Haifa nel 1976, Ph.D. ad Oxford, esperto di storia medievale e militare, attualmente insegna world history all’Università ebraica di Gerusalemme – vi racconta il cammino della nostra specie a partire da settantamila anni fa, epoca in cui sembra si sia verificata la rivoluzione cognitiva che ha trasformato l’uomo, creatura debole e poco significativa rispetto a molte altre, nel dominatore di un ecosistema da lui stesso reso globale.

Oggi siamo l’unico essere vivente in grado di modificare l’ecologia planetaria, un potere che ci rende simili agli dèi delle mitologie antiche. Cosa ne conseguirà? Ci trasformeremo in un nuovo tipo di sapiens ancora più evoluto e potente? Oppure muteremo al punto che il concetto stesso di essere umano sparirà, perché sarà scomparsa la realtà che quel concetto esprimeva?  […]

Harari, Sapiens

Sapiens e Homo deus. Breve storia del futuro (Bompiani 2017)

Harari è interessato a sviluppare una riflessione d’ampio respiro sulla storia, come spetterebbe alla filosofia della storia […]. In Sapiens e Homo deus egli pone, a se stesso e al lettore, moltissime domande, alle quali non necessariamente vuole dare una risposta, perché il suo scopo evidente è quello di stimolare il pensiero critico di chi legge, mostrandogli le possibili conseguenze delle premesse date. In ogni buona ricerca, d’altra parte, gli interrogativi sono sempre più importanti delle risposte, perché queste conseguono da quelli. Il telaio della riflessione di Harari è formato dai tre quesiti di sempre, quelli che hanno dato il via al pensiero filosofico: chi siamoda dove veniamo e, soprattutto, dove andiamo.

Con Homo deus Yuval Harari si colloca nella scia di quegli storici che, come Guizot, de Tocqueville, de Coulange, Burckardt, Braudel, Spengler, Toynbee, hanno studiato la storia profonda dell’umanità per individuarne dinamiche e direzione. In questa prospettiva, considerando l’umanità come un’unica entità che condivide la stessa origine e lo stesso destino, egli ripercorre le macro-vicende dei secoli passati senza entrare nei dettagli, ricorrendo a tutte le discipline necessarie: scienza, filosofia, antropologia.

Harari, Homo Deus

Leggi l’intera recensione su doppiozero.

Per approfondire questo il sito personale dell’autore: www.ynharari.com/it.

filosofia pubblica

In The Age of AI – Nell’era dell’intelligenza artificiale

Uno straordinario documentario sugli effetti previsti dell’imminente rivoluzione industriale portata dalla AI (Artificial Intelligence). Una rivoluzione che si prevede sarà così profonda e pervasiva in tutti gli aspetti delle nostre vite da essere paragonabile a solo pochissimi eventi nella storia dell’uomo, come l’avvento dell’elettricità o del computer.

Fino a che punto le persone sono a conoscenza di quanto ci spetta? Come possiamo prepararci a qualcosa che nel giro di pochissimi anni stravolgerà interamente il nostro modo di vivere?

Questo documentario propone 5 capitoli, cinque prospettive dalle quali guardare alla rivoluzione AI, per riflettere e diventare consapevoli delle enormi potenzialità che questa tecnologia sta aprendo (per la ricerca medica o la sicurezza stradale), ma anche degli effetti collaterali che ne seguiranno, ad esempio sull’occupazione (si stima che il 50% degli attuali lavori verranno svolti entro breve da AI), sulla disuguaglianza nella società, o sulla privacy dell’individuo.

https://www.pbs.org/video/in-the-age-of-ai-zwfwzb/

in the age of ai1

 

 

 

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Il “Driverless Dilemma”: il dilemma etico delle auto autonome

Immaginate in un futuro neanche troppo lontano che i nostri spostamenti avvengano su mezzi a guida autonoma. Un imprevisto obbliga l’auto intelligente a scegliere tra alcuni tragici scenari, ognuno dei quali coinvolge possibili vittime: come regolare la scelta dell’auto?

Si prevede che l’impiego delle driverless car possa avere in futuro molti benefici, ad esempio sulla sicurezza (eliminando gli errori e i cattivi comportamenti dell’uomo si dovrebbero ridurre drasticamente gli incidenti stradali), sull’impatto ambientale (dovuto principalmente a minori emissioni nocive), e anche sulla qualità della vita delle persone (non più stressate da ore di guida nel traffico). Eppure, le questioni etiche, giuridiche e politiche poste da queste tecnologie sono molto complesse.

In questo video per Ted-Ed del 2015, Patrick Lin esplora l’etica controversa delle vetture autonome. Vengono proposti alcuni esperimenti mentali per illustrare il dilemma e le moltissime implicazioni etiche che si aprono.

Ad esempio, nel caso di un incidente stradale che coinvolga auto automatiche, il principio di minimizzazione del danno ci può aiutare a risolvere tutte le situazioni o vi sono casi in cui porterebbe ad esiti che giudicheremmo immorali? Soprattutto, fino a che punto è quantificabile il danno prodotto? La scelta tra salvare 5 vite o 1 può sembrare semplice, ma se si deve scegliere tra due individui come fare? Dare ad una macchina gli strumenti per quantificare il danno in tutta una serie di possibili scenari significherebbe attribuire un valore numerico a valori come la vita, la salute, l’età, e tantissime altre caratteristiche di un individuo. Siamo sicuri di poterlo / volerlo fare?

Ci si chiede, inoltre, chi debba farsi carico di queste decisioni: i produttori di questa tecnologia? La politica? Qualche comitato etico?

Il nodo del problema è che, mentre la reazione dell’uomo ad un imprevisto è spontanea, istintiva e quindi non deliberata – con tutte le conseguenze che ne derivano sulla mancata intenzionalità e sul diverso grado di responsabilità imputabile al conducente rispetto al danno prodotto –, la reazione di una macchina ad una situazione imprevista è l’esito di un calcolo programmato con largo anticipo dai produttori e quindi in un certo senso sempre deliberata e intenzionale. La decisione presa dall’auto senza conducente è frutto di una scelta operata a tavolino su come regolamentare un possibile conflitto tra diversi diritti dell’uomo; una scelta, questa, che evidentemente non potrà mai essere eticamente neutrale.

Our Driveless Dilemma, Science1

Per approfondire: la questione del Driverless Dilemma è discussa in J.D. Greene, Our driverless dilemma. Science, 352(6293), 1514-1515, 2016, di cui qui è disponibile un estratto.

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Per un’etica della robotica: rileggendo Isaac Asimov

Isaac Asimov è considerato il padre della fantascienza e uno dei più grandi scrittori del Novecento. Profeta della “robotica”, termine da lui coniato nel 1942, di cui con straordinaria preveggenza immagina lo sviluppo. Nei suoi numerosi scritti, Asimov anticipa alcune delle principali questioni etiche e filosofiche legate all’implementazione di robotica e intelligenza artificiale.

Le tre leggi della robotica:

Famosissime sono le leggi della robotica, formulate da Asimov negli anni ’40 e diventate un caposaldo della letteratura e della filmografia fantascientifica.

Prima Legge: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.

Seconda legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

Terza legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge.

A queste tre leggi Asimov ne aggiungerà successivamente una quarta, la legge zero:

Legge zero: Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Con la legge zero, la questione del possibile danno causato dalla tecnologia viene ampliata dal singolo individuo all’intera umanità, legittimando così, in casi estremi, la violazione della prima legge in funzione di un bene universale, un bene superiore.

roboetica

Un uso etico della tecnologia?

Una delle questioni sulle quali Asimov ci invita a riflettere nella sua opera è quella del rapporto tra etica e tecnologia: in particolare, Asimov ci chiede se la tecnologia, il suo sviluppo e il suo impiego, non vada subordinata all’etica.

Quella da lui proposta con le tre leggi della robotica sembra essere un’etica minimale, che si limita al principio del non arrecare danno agli umani. Eppure, questo (in apparenza) semplice principio nasconde una molteplicità di questioni: che cosa significa “non arrecare danno” all’uomo? Si pensa solo a danni fisici (e se sì, di che tipo?), o anche psicologici e morali? Possiamo accettare un piccolo danno a fronte di un beneficio maggiore nell’individuo? E un danno ad alcuni in cambio di beneficio per molti – lo scenario aperto dalla Legge zero – lo possiamo accettare? O ancora, deve essere vietata solo quella tecnologia che possa provocare un pericolo immediato per l’uomo o anche quella che induce azioni/abitudini pericolose nel lungo periodo? Ecc. È evidente che le questioni etiche implicate dall’uso di tecnologia sono moltissime e di grande complessità.

La roboetica oggi:

Oggi la roboetica è diventata una vera e propria branca dell’etica e della filosofia. Prova a rispondere alle grandi domande etiche poste dalle nuove tecnologie (come: di chi sarà la responsabilità di un incidente causato da un robot? Dei programmatori, dei proprietari, dei produttori? Che effetti può avere una certa tecnologia sull’ambiente o sulla società?) e si interroga sulle possibili ricadute di una tecnologia sui diritti dell’uomo (ad es. il diritto al lavoro, alla libertà di scelta, a non essere discriminati, o alla privacy).

La riflessione filosofica e politica spesso arranca, inseguendo il troppo rapido sviluppo di nuove tecnologie, e ancora più in ritardo arriva la riflessione giuridica a regolamentare l’uso di tecnologie già da tempo diffuse e impiegate nella società. Al fine di invertire questo trend, oggi l’Europa sta lavorando all’elaborazione di linee guida per un uso affidabile dell’intelligenza artificiale (qui per saperne di più).

Per alcuni, il tentativo è ingenuo, se non addirittura vano: la tecnologia risponde anzitutto alla logica dell’efficacia e del profitto, non a quella dell’etica. Per altri, è un tentativo doveroso di qualsiasi ‘buona’ politica.

Sono questioni importanti, all’ordine del giorno dell’agenda educativa. Asimov forse non  fornisce le risposte a questi problemi, ma offre a giovani e adulti, a esperti e neofiti, l’occasione per riflettervi, immedesimandosi, grazie alla forza evocativa di una delle più potenti penne del secolo scorso, in scenari immaginari, oggi neanche troppo lontani.

Cosa leggere (per incominciare):

Io Robot (I Robot) è una raccolta di 9 racconti di fantascienza scritti da Asimov tra il 1940 e il 1950. In ognuno di questi racconti, Asimov affronta diverse questioni etiche del possibile (all’epoca solo immaginario) rapporto tra uomini e macchine. Protagonisti sono i robot positronici: particolare tipologia di robot umanoidi dal cervello positronico. Sono generalmente innocui per l’uomo, perché seguono le leggi della robotica.

Asimov, Io robot

La Trilogia della Fondazione è forse la sua opera più riuscita. Sono tre romanzi (FondazioneFondazione e ImperoSeconda Fondazione) scritti tra il 1951 e il 1953, che valsero ad Asimov il Premio Hugo nel 1966 come miglior ciclo di fantascienza. L’opera narra le vicende dell’Impero Galattico e di un gruppo di scienziati che, grazie ad una particolare scienza, la psicostoria, è in grado di prevedere gli eventi futuri della galassia.

«Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore» (Fondazione e impero).

Spinto dal grande successo della trilogia, decenni dopo Asimov tornerà a scrivere della Fondazione, aggiungendo nuovi capitoli alla saga, due prequel e due sequel. I sette romanzi costituiranno così il Ciclo delle Fondazioni.

Asimov trilogia della fondazione

Cosa vedere:

Moltissime le opere di fantascienza che hanno tratto ispirazione dal lavoro di Asimov. Di grande successo le saghe Star Wars e Star Trek e i film basati su alcuni suoi racconti, come:

  • Io, Robot (2004) diretto da Alex Proyas, con Willie Smith.

«Le leggi sono fatte per essere infrante». Che succede se un robot viole le tre leggi della robotica?

  • L’uomo bicentenario (1999) diretto da Chris Columbus, con Robin Williams.

Cosa manca ad un robot per poter essere ‘umano’?

Link utili:

Dagli archivi Rai, Intervista a Isaac Asimov, l’uomo delle stelle, del 1988:

http://www.teche.rai.it/2017/01/ricordando-isaac-asimov-luomo-delle-stelle/

Per gli appassionati di robotica, segnaliamo un sito italiano interamente dedicato al genere, con notizie, consigli di lettura e di visione e tanto altro:

https://www.robotiko.it/

 

filosofia pubblica

Quote rosa e “Affirmative Action”: per capirne di più

Il tema delle quote genera solitamente reazioni immediate, fra oppositori e sostenitori, eppure è una questione molto complessa: presuppone considerazioni di tipo storico, politico e giuridico, e risposte a problemi etici enormi, come quello della definizione di uguaglianza fra cittadini o della distribuzione della giustizia.

In quanto segue ci proponiamo, senza alcuna pretesa di esaustività, di ricostruire alcuni degli argomenti pro o contro la “discriminazione positiva” che il dibattito filosofico-politico ha prodotto negli anni, augurandoci di fornire così elementi utili a inquadrare meglio la questione.

Cosa sono le quote:

Le quote, quelle rosa o etniche sono le più diffuse, sono una forma di intervento nota in inglese come “Affirmative Action”, azione positiva o, meglio, discriminazione positiva: sono politiche volte alla correzione di ingiustizie subite da gruppi di cittadini sulla base della loro appartenenza di genere, etnica, religiosa o ad altre categorie protette. Constatata una situazione di disparità tra cittadini, il governo o un ente privato può decidere di intervenire attivamente a neutralizzare questa ingiustizia favorendo i soggetti colpiti, ad esempio dando loro un punteggio più alto in una selezione, o riservando loro una percentuale di posti – quote appunto.

Lo strumento della Affirmative Action è stato introdotto in USA a partire dagli anni ’60 come forma di “restituzione” per le ingiustizie subite dalla popolazione afroamericana. Molte Università a numero chiuso lo hanno da allora adottato (seppur in forme e modalità differenti) per agevolare l’accesso di studenti provenienti da gruppi sociali storicamente sottorappresentati nella popolazione studentesca, con il duplice obbiettivo di riparare un torto e di incentivare la diversità del corpo studentesco.

La Affirmative Action vuole essere una forma di redistribuzione della giustizia e, allo stesso tempo, di promozione della diversità di genere, etnica e culturale.

Affirmative action1

Nel corso degli anni sono stati sollevati numerosi dubbi sul significato e sulle conseguenze di queste politiche. Di seguito proviamo a discuterne alcuni.

1.      Un problema di percezione: un trattamento di favore o la rimozione di ostacoli?

Quando si applica una politica di supporto alle pari opportunità come quella delle quote, può succedere che parte della popolazione (generalmente quella esclusa dalla quota) la percepisca come una forma ingiustificata di ingerenza, un’agevolazione illegittima di alcuni. Spesso non vi è piena consapevolezza del problema: non si vede un soggetto discriminato come tale perché la discriminazione è frutto di pregiudizi o bias per lo più inconsapevoli. Stereotipi di genere e culturali fanno sì che una situazione di disparità venga recepita come esito naturale delle cose, del tipo: “sono loro [donne o minoranze] che preferiscono fare altro / sono meno portate per quel ruolo”.

Affirmative action2

Eppure, le discriminazioni esistono e oggi vi sono tutti gli strumenti per dimostrarlo. È proprio in ragione della acclarata situazione di disuguaglianza di trattamento subita da determinati gruppi sociali che i promotori difendono la Affirmative Action, non come un regalo o sconto ad alcuni, ma valorizzazione delle maggiori difficoltà incontrate durante il percorso formativo e professionale.

L’argomento è ben espresso in una celebre frase di Lyndon Johnson, 36° Presidente degli Stati Uniti: «Tu non prendi una persona che, per anni, è stata immobilizzata con le catene, la liberi, la porti al punto di partenza di una gara, le dici “ora sei libero di competere con gli altri”, per poi pensare che la competizione sia davvero giusta» (discorso alla Howard University, Washington D.C., del 4 giugno 1965).

2.     Lo statuto giuridico della discriminazione positiva: dubbi di costituzionalità

La storia giuridica della Affirmative Action è piuttosto travagliata. Moltissimi i casi giudiziari negli USA che nel tempo hanno contribuito a ridefinirne l’attuazione, generando di volta in volta accesi dibattiti (qui una breve storia dei più significativi).

Sì, perché, posto che le carte costituzionali moderne sanciscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e vietano trattamenti discriminatori, come è possibile legittimare l’adozione di politiche di protezione di alcune categorie di cittadini rispetto ad altre? Principi come il XIV emendamento della Costituzione statunitense e, paradossalmente, conquiste della lotta per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani come il Civil Rights Act del 1964 vengono frequentemente invocate contro l’adozione di questi strumenti.

Negli USA la Corte Suprema già nel 1971 aveva stabilito che il richiamo al trattamento uguale sancito nel titolo VII del Civil Rights Act andasse interpretato nell’ottica del raggiungimento dell’eguaglianza, e non dell’adozione di procedure apparentemente neutrali ma che di fatto “congelano” ingiustizie esistenti. La Corte aveva aperto così a interventi volti a correggere l’attuale situazione di disuguaglianza.

Questo non ha però fermato la controversia giuridica. I diversi esiti dei singoli casi e le divisioni interne alla stessa Corte Suprema sono indice dell’enorme ambiguità e del grande margine di interpretazione dello statuto giuridico della Affirmative Action.

Affirmative action, Court cases

E in Italia? Nel 2003, è stato riformato l’articolo 51 della Costituzione con la seguente integrazione:

«Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

L’aggiunta ribadisce che l’uguaglianza dei cittadini, sancita nell’Art. 3 della Costituzione, non è un dato di fatto, ma un compito da perseguire. Politiche come le quote rosa trovano quindi nella nostra Costituzione il loro fondamento giuridico.

3.      Un ostacolo alla meritocrazia?

Intervenendo nel processo di selezione, la discriminazione positiva si presenta come una deroga al principio del merito come criterio esclusivo nella distribuzione di premi o posizioni. Per molti, questo è un aspetto problematico: non dovrebbe un’Università, un’azienda privata, e anche lo Stato preferire i migliori, sempre e comunque, a prescindere da altre considerazioni?

Chi generalmente usa questo argomento è preoccupato che una politica di quote (rosa, etniche, di reddito, estrazione sociale o altro ancora) possa produrre una selezione di persone meno qualificate, penalizzando i più meritevoli e abbassando il livello generale. L’assunto implicito è che il merito sia immune da pregiudizi, perché oggettivamente quantificabile sulla base delle prestazioni raggiunte dal candidato, ad esempio in un test, in un colloquio, o nel suo lavoro, e sia pertanto un criterio equo.

In realtà, una più attenta riflessione sul concetto di merito mostrerebbe che ciò che noi riteniamo “meritevole” è sempre storicamente e culturalmente determinato – e quindi soggetto a bias, pregiudizi e discriminazioni. Vi è, inoltre, un circolo vizioso o virtuoso (a seconda) tra stereotipi, offerta di opportunità e prestazioni ottenute dai singoli: il genere, ad esempio, è riconosciuto essere uno dei bias che influiscono sulle scelte di assunzione e promozione del personale (qui) o di riconoscimento del valore del lavoro svolto (qui).

Secondo i difensori della Affirmative Action, è sbagliato pensare che chi senza di essa resterebbe indietro sia necessariamente meno qualificato: la discriminazione positiva non avvantaggia i meno meritevoli, ma rimuove quelle barriere che altrimenti impedirebbero a tutti di partecipare alla competizione in situazione di parità.

meritocrazia

Vi è un’ulteriore considerazione da fare sul complesso rapporto tra merito e disuguaglianza. È stato osservato che mediamente i più bravi provengono dalle classi sociali più alte: figli di famiglie agiate, colte e privilegiate hanno a disposizione i migliori strumenti e possono conseguire i loro successi con minore fatica rispetto ad altri. Lo confermano anche i dati sulla distribuzione del reddito fra la popolazione studentesca dei college americani.

merito e reddito

La disuguaglianza economica sembra essere oggi il vero fattore di ingiustizia sociale e per questa ragione ci si chiede se non sia opportuno adottare forme di discriminazione positiva basate sul reddito.

4.      Uno strumento contraddittorio

Una critica frequente alla Affirmative Action riguarda il suo carattere contraddittorio: non sono forse le Università, le aziende o le Istituzioni ad agire sulla base di criteri discriminatori, nel momento in cui considerano il genere, l’etnia o la religione un criterio rilevante per l’accesso? Il sospetto è che, incentivando trattamenti diversificati per i singoli candidati, si perpetuino quelle stesse forme di discriminazione che si vorrebbero combattere.

Se giuridicamente, lo abbiamo visto, la questione solleva dubbi di costituzionalità, dal punto di vista teorico-politico si aprono qui due visioni antitetiche, che dipendono da cosa si intende per giustizia sociale e da che tipo di uguaglianza vogliamo tra i cittadini di una comunità. La questione solleva domande del tipo: possiamo/dobbiamo considerarci tutti uguali? Un trattamento uguale è veramente equo? O l’equità consiste nel trattare diversamente persone con diverse caratteristiche, storie e background?

A seconda delle risposte che diamo a queste domande, la discriminazione positiva può essere condannata invocando un trattamento neutrale, formalmente uguale per tutti, o rivendicata come strumento necessario per riparare l’inevitabile disparità delle condizioni di partenza.

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5.      Un beneficio per tutti

Questo un argomento di natura utilitaristica: le politiche delle pari opportunità avvantaggiano tutti, non solo chi ne è direttamente soggetto. L’assunto è che la diversità (etnica, culturale, di genere) costituisca un valore aggiunto per tutta la comunità.

Una recente ricerca, condotta su più di 200 aziende, avrebbe ad esempio mostrato che maggiore è la diversità per età, genere, provenienza geografica dei membri di in un gruppo dirigenziale e migliori sono le decisioni prese da quel gruppo per l’azienda. L’eterogeneità di background e punti di vista promuoverebbe la creatività, la flessibilità, la capacità di risolvere problemi e trovare nuove soluzioni. Per un’azienda tutto questo si traduce in migliori prestazioni e, quindi, maggiore competitività.

diversità valore aggiunto

La conferma viene anche da un caso che ci riguarda da vicino: i dati Consob del 2018 mostrano che le quote di genere introdotte nel 2011 dalla legge Mosca per aumentare la rappresentatività femminile nei board delle società quotate in borsa abbiano avuto effetti positivi sulla performance delle stesse aziende.

Lungi dal mettere a rischio la competitività di un’azienda o il livello di un gruppo di studenti, una politica a supporto della diversità sembra migliorare le prestazioni di tutti.

6.      Abbiamo alternative possibili?

Ci si può chiedere, infine, se per promuovere un’equa partecipazione sociale ci sono alternative possibili, magari anche più efficaci e meno problematiche della discriminazione positiva. Proviamo a considerarne qualcuna.

Anzitutto, l’educazione. È normale ritenere che sia l’educazione a dover assumere un ruolo fondamentale nella promozione di un cambiamento che deve essere infine culturale. Eppure, da sola può richiedere troppo tempo o anche non bastare a sanare situazioni di disparità. Il problema è che stereotipi, pregiudizi e bias, per quanto noti, sono molto difficili da estirpare (ne abbiamo discusso qui). Sembra necessario, quindi, intervenire anche con strumenti ad hoc, per promuovere nell’immediato le pari opportunità tra cittadini.  

Uno può essere quello di incentivare processi di selezione blind (ciechi), che nascondano dati sensibili ai selezionatori immunizzando stereotipi e bias. È una strategia già adottata da tempo in molti processi selettivi e che dà i suoi frutti: questo studio ha mostrato che i candidati di provenienza latina, afroamericana o asiatica che presentano un cv ‘sbiancato’ (whitened) nascondendo la loro provenienza hanno maggiori possibilità di venir chiamati a un colloquio. Ma rendere cieco il proprio profilo a pregiudizi non è sempre possibile in un processo di selezione, né è a volte sufficiente. È stato mostrato che anche procedure selettive apparentemente neutrali, come i test attitudinali, possono nascondere meccanismi che sfavoriscono un certo gruppo rispetto ad altri.

blind hiring

Nemmeno l’intelligenza artificiale pare, ad oggi, immune dagli stereotipi della società: celebre il caso di Amazon che ha dovuto abbandonare un progetto di selezione del personale tramite intelligenza artificiale perché questa aveva autonomamente imparato, sulla base dei dati a disposizione, a favorire gli uomini alle donne. 

Tutte queste difficoltà nel neutralizzare stereotipi e bias offrono ai difensori di questa politica un argomento importante: fino a che non si riesca a superare in altro modo l’azione di bias nei processi di selezione/premiazione, la Affirmative Action rimane uno dei pochi strumenti a disposizione per combattere le discriminazioni e ridurre i gap di diseguaglianza.

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 “Our goal has always been consciousness not quotas”
Erin Belieu (co-founder of Vida: Women in Literary Arts)

Il termine “quota” non piace a nessuno, a chi da esse viene escluso sentendosi scavalcato, e a chi in esso è incluso, poiché avrà sempre il sospetto di non meritarsi veramente quanto ottenuto. L’auspicio di tutti, anche di chi le quote le difende, è che esse possano un giorno non servire più: che non vi siano più gruppi di cittadini bisognosi di venir retribuiti per gli svantaggi sociali sofferti a causa della loro appartenenza a un certo genere o etnia o categoria sociale. Una volta raggiunta l’eguaglianza sostanziale tra cittadini, così come auspicato dall’Art. 3 della nostra Costituzione, potremo fare a meno di interventi di questo tipo.

Per ora questa è una bella speranza, che purtroppo sembra essere vana. I dati ci dicono che nei casi in cui una Affirmative Action è stata rimossa, la rappresentatività dei gruppi protetti è rapidamente tornata vicina ai numeri pre-quota (si veda ad esempio qui e qui).

Forse, dovremmo allora accettare invece il fatto che uguali non siamo e non potremo essere mai, e che in ragione di questo la disparità di trattamento è necessaria al fine di neutralizzare privilegi e svantaggi e avere tutti pari opportunità.

disuguaglianza

Per approfondire:

Quelle qui rapidamente affrontate sono solo alcune delle questioni che animano il dibattito sulla discriminazione positiva. La letteratura di riferimento è vastissima, per lo più in lingua inglese. Per chi volesse approfondire suggeriamo di partire dalla voce Affirmative Action della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ricca di indicazioni bibliografiche:

Segnaliamo anche due brevi video, utili per la didattica, e due report sullo stato dell’uguaglianza di genere.

Video:

Report:

pari opportunità