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Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

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Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

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didattica della filosofia, filosofia pubblica

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

[Segue: 3/ Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?]

Senza categoria

Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico

Il principio del merito come criterio di distribuzione dei beni o di opportunità è oggi saldamente fissato nel nostro sentire comune: lo si ritiene un legittimo ascensore sociale e lo si difende come garanzia di equità di trattamento contro privilegi e discriminazioni. Ma siamo sicuri che funzioni davvero? Soprattutto, siamo certi di sapere di cosa stiamo parlando quando usiamo il termine ‘merito’ o quando difendiamo la ‘meritocrazia’?

Ne ho discusso con i miei studenti in queste ultime lezioni di didattica a distanza in un percorso tematico appositamente dedicato al concetto di merito.

Diversi gli aspetti affrontati (che rimando a più post). Siamo partiti chiedendoci:  

Cosa definisce il concetto di “merito”? Quando riteniamo una persona meritevole di qualcosa?

Nella storia del pensiero è probabilmente Aristotele il filosofo che fra i primi ne ha difeso il valore: tra più persone che vorrebbero lo stesso bene, questo deve andare a chi se lo merita di più, sostiene lo stagirita.

Cosa significa, però, meritarsi qualcosa? Lo stesso Aristotele sapeva che non era affatto semplice rispondere a queste domande:

«tutti infatti concordano che nelle ripartizioni vi debba essere il giusto secondo il merito, ma non tutti riconoscono lo stesso merito, bensì i democratici lo vedono nella libertà, gli oligarchici nella ricchezza o nella nobiltà di nascita, gli aristocratici nella virtù» (Aristotele, Etica Nicomachea, V, 1131a, 25 ss.).

Il concetto di merito, suggerisce Aristotele, non è universalmente definito, ma rimanda a preferenze soggettive, storicamente e culturalmente determinate. Basta riflettere sul fatto che ciò che è considerato meritorio qui e oggi non necessariamente lo è in altre parti del mondo o lo era nell’Antica Grecia.

Con gli studenti ci siamo quindi chiesti che cosa fosse il merito per noi: quali elementi riteniamo debbano rientrare nella considerazione del merito? Ci abbiamo ragionato e discusso insieme, e queste alcune considerazioni emerse:

  • Le competenze acquisite: il primo elemento individuato è quello della competenza, per cui si premia chi sa far meglio una certa cosa (sia un esercizio di matematica, la corsa dei 100m, o un lavoro a progetto). Questo criterio ha inizialmente trovato tutti concordi e non ha sollevato nessuna critica o obiezione tra gli studenti. [Non abbiamo problematizzato qui il rapporto tra competenze e opportunità, e quindi disuguaglianza sociale, lo si è fatto in un momento successivo].
  • L’impegno profuso: anche questo è un fattore che assume grande importanza per gli studenti e che incontra il favore di quasi tutti. Ma in questo caso se si approfondisce un attimo la questione emergono distinguo e precisazioni interessanti. Ad esempio, tutti ritengono che l’impegno mostrato da un candidato debba venir considerato quando in suo favore, per cui un certo risultato acquisisce più peso se ottenuto con grande impegno. Più problematico risulta invece diminuire il credito di un buon risultato se raggiunto con poco sforzo, eventualità che appare ai più come un’ingiustizia: “non è colpa del candidato se è bravo a fare una certa cosa e non ha bisogno di grande impegno per ottenere i risultati”, oppure, “se riesce anche con poco sforzo in una certa attività può significare che si è impegnato in passato ed ora è competente; non sarebbe giusto svantaggiarlo per questo“.  Inoltre, anche se ritenuto un elemento importante, pochi arriverebbero a sostenere che l’impegno possa essere l’esclusivo criterio di merito, indipendentemente dai risultati ottenuti. Infine, si è ammesso che non è banale riconoscere e tanto meno misurare l’impegno profuso.
  • I talenti naturali: la proposta di valorizzare i talenti naturali è risultata da subito molto problematica. Vi è la questione di che cosa sia un ‘talento’ e se vi siano talenti del tutto ‘naturali’. Per amore di discussione l’abbiamo definito una qualunque capacità che l’individuo possiede senza particolari sforzi. I più ritengono il talento naturale frutto di fortuna e come tale non andrebbe premiato. È molto problematico, tuttavia, capire come si possa neutralizzare la disparità di talenti naturali nella valutazione. Un’alunna ha proposto di farlo guardando al miglioramento relativo delle performance in un tempo dato, ma qualcuno ha obbiettato che così si avvantaggerebbe chi parte da livelli bassi e ha ampi margini di miglioramento, rispetto a chi parte da livelli più alti. Altri hanno sostenuto che neutralizzare il talento non avrebbe senso per il ruolo da esso giocato nel determinare la performance finale.
  • Le qualità morali: anche questo elemento non ha trovato tutti d’accordo. Anzitutto, non è scontato determinare quali siano le qualità morali da apprezzare. Di nuovo semplificando, abbiamo provato a ragionare assumendo come qualità morali ampiamente riconosciute l’onestà e il rispetto altrui. Per alcuni queste qualità rivestono grande importanza nella valutazione del merito di una persona, e possono diventare un elemento decisivo o addirittura prioritario rispetto ad altri; per altri, l’ambito morale non è sempre pertinente nella valutazione e premiazione dei meriti (uno studente ha rilevato che la correttezza morale ci interessa molto se dobbiamo selezionare un amministratore pubblico o un insegnante, ma può interessarci meno se dobbiamo selezionare un bravo musicista o tecnico). Per altri ancora, le qualità morali sono sempre importanti, ma la loro valutazione sarebbe troppo sfuggente e potrebbe aprire a discriminazioni sulla base di pregiudizi o stereotipi.  
  • I risultati ottenuti (le performance) anche se frutto di fortuna: un ultimo elemento che si è voluto considerare nel nostro esame è stata la prestazione. Questa si distingue dalle competenze acquisite poiché potrebbe essere determinata da fattori contingenti. Su questo aspetto la discussione si è accesa tra chi propendeva per tentare di neutralizzare il fattore ‘fortuna’, inserendo considerazione sul lungo periodo (si pensi ad esempio alla selezione di alcuni atenei prestigiosi a numero chiuso, dove il risultato del test d’ingresso viene calmierato da altri parametri che guardano alla storia del candidato), e chi invece – ritenendo tutti gli altri fattori altrettanto arbitrari – preferiva per valutare una prestazione una tantum, nel tentativo di semplificare la questione.

Non siamo giunti a una definizione concorde del concetto di merito, ma il lavoro svolto ha fatto emergere tutta la complessità di una questione apparentemente chiara o banale, consentendo così ad alcuni di noi di “vedere per la prima volta” un problema in ciò che veniva dato per scontato. Per chi scrive, è proprio questo uno dei compiti della filosofia: rilevare la complessità, i distinguo, le eccezioni, le contraddizioni laddove altrimenti non le noteremmo.   

La sollecitazione di Aristotele ci è quindi servita per una riflessione e un esame di alcune nostre assunzioni e convinzioni irriflesse: “che vinca il migliore” ci trova generalmente tutti concordi… fino a che non ci si chiede che cosa significhi essere il migliore.

[Segue: 2/ Non è tutto merito ciò che luccica. Per una critica al concetto di merito]

consigli di lettura, didattica della filosofia

Il re della foresta di Stefania Nardone

Materiali per fare filosofia nell’Infanzia.

“La storia di Lucio, un bambino di 4 anni impegnato insieme ai compagni e all’insegnante nella realizzazione di uno spettacolo teatrale e affascinato dalla figura del “capo”, stimola spunti interessanti per riflettere insieme ai bambini su diversi temi: la sottile dialettica tra libertà e necessità, la possibilità di valutare cosa sia da ritenere giusto e di prendere decisioni in comune” (dalla pagina dell’editore Liguori).

Nardone il re della foresta1

Noi abbiamo usato il primo paragrafo per una simulazione di una sessione in classe durante il corso di formazione docenti Filosofiamo:

“Graauuurr! Io sono il re della foresta. Sono il più bello e il più forte di tutti gli animali.

Indovina che animale sono? Quando faccio un grande ruggito tutti scappano.

Graauuurr! Se ancora non hai indovinato, ti aiuto. Sono giallo, ho i denti appuntiti, la coda lunga con un ciuffo alla fine e una bella criniera marroncina.

Ora che hai indovinato, forse stai pensando: «Ma come è possibile che un leone parli?».

In realtà non sono proprio leone vero. Sono un bambino come te. Mi chiamo Lucio. A scuola stiamo preparando la recita di Carnevale. Io sono stato scelto per fare il leone. Sono contento. Il leone mi piace proprio tanto. Qual è l’animale che ti piace di più?”

Nella analisi del breve testo fatta insieme ai docenti, sono emerse molte possibili tematiche e questioni da affrontare con i bambini per un momento di dialogo-ricerca filosofica. Eccone alcune:

  • il tema della bellezza: chi/cosa è bello secondo te? che caratteristiche deve avere qualcosa per essere ‘bello’? tutti definiscono bello la stessa cosa? ecc.;
  • della forza: chi è il più forte secondo te? vincere significa essere il più forte? Il più forte è anche colui o colei che deve comandare? ecc.;
  • della paura: quando avete paura? cosa hanno in comune le varie situazioni che ci avete elencato? la paura può essere utile a qualcosa? Cosa fai per avere meno paura di qualcosa? ecc.;
  • della verità: quand’è che qualcosa è vero o finto? Travestirsi è come mentire? Ci possono essere bugie buone? ecc.;
  • della comunicazione: gli animali parlano? Come comunicano tra loro? Possiamo comunicare anche in modi diversi dalle parole? Se non trovi le parole, come puoi dire una certa cosa? ecc.;
  • della felicità: quando ti capita di essere contento per qualcosa? Le persone sono tutte felici per gli stessi motivi? ecc.

Per ognuna di queste macro tematiche, le insegnanti e le educatrici possono immaginare, o farsi guidare dalle proposte del manuale didattico in appendice al racconto, tutta una serie di attività ludiche o creative da proporre ai bambini. Un modo per continuare a ragionare sul tema giocando, elaborando, e creando.

Buona lettura e buona ricerca filosofica con i bambini!

filosofia pubblica

Alla ricerca della felicità. Fare filosofia a distanza: l’esperienza di un gruppo di lettura online

Si è conclusa ieri sera l’iniziativa ‘Pillole di felicità’, un gruppo di lettura a distanza. L’idea, nata come esperimento in tempo di quarantena, era quella di mettere la filosofia e il dialogo filosofico a disposizione come pungolo, sostegno, o anche solo distrazione di chi volesse in questi tempi difficili.

“Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.”

Ci siamo incontrati ogni venerdì, per sei settimane, e insieme abbiamo letto e commentato la Lettera sulla felicità (o a Meneceo) di Epicuro.

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La ricetta di Epicuro, vecchia più di 2000 anni, offre soluzioni potenti, solo apparentemente semplici. È difficile godere del proprio tempo senza farsi prendere dall’ansia per un futuro che è solo parzialmente in nostro controllo; difficile discernere un piacere salutare e utile al nostro benessere da uno nocivo; difficile, soprattutto, conoscere – come Epicuro ci invita a fare – le cause delle nostre scelte e dei nostri piaceri.

Tuttavia, Epicuro è stato un ottimo pretesto, una perfetta pietra di paragone o di inciampo, che ci ha permesso di prendere le misure – almeno un po’ – di quella che è la nostra idea di felicità. Molti gli assunti impliciti, le convinzioni irriflesse che il dialogo e la ricerca insieme hanno fatto emergere.

Abbiamo trovato la felicità?

Forse no, o forse in parte. Sicuramente ci abbiamo riflettuto su, acquisendo ognuno di noi maggiore consapevolezza di ciò che più ci muove. Ma se Epicuro ha ragione quando ci ammonisce che «non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto», allora il nostro lavoro ci dovrebbe aver messo almeno sulla buona strada.

Fil(m)osofia

Questione di tempo. Tra fantascienza e ricerca della felicità

Questione tempo [About time], (2013), scritto e diretto da Richard Curtis.

La storia si apre con Tim, giovane inglese di 21 anni, che viene informato dal padre di possedere, assieme a tutti i membri maschi della loro famiglia, il dono di viaggiare nel tempo. Possono viaggiare solo a ritroso, però, nel tempo da loro effettivamente già vissuto: niente visite a Elena di Troia o possibilità di boicottare un giovane Hitler, per intenderci, ma solo la possibilità di rivivere – e modificare – eventi del proprio passato.

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Parliamo di questa pellicola in questa rubrica di ‘Fil(m)osofia’ non per indagare i paradossi metafisici di un eventuale viaggio nel tempo, ma per riflettere su un suo possibile effetto epistemico (di prospettiva, se vogliamo).

La fantasia di viaggiare nel tempo è stata molto battuta dalla cinematografia, che l’ha affrontata in alcune celebri pellicole, ma che questo film sembrerebbe lasciare inesplorata nelle sue potenzialità a prima vista più eclatanti: il protagonista non usa il suo potere per diventare più ricco, o famoso, o per modificare drasticamente il corso della propria vita.

Tim, guidato dal saggio padre, ne scopre un risvolto ben più importante, un risvolto che forse inizialmente non farà venire i brividi agli appassionati di fantascienza, ma che – a ben guardare – ci si rivela in tutta la sua straordinarietà. Tim impara ad apprezzare il proprio tempo.

Tim prova a rivivere due volte la stessa, normalissima, giornata. Mentre la prima volta si fa travolgere dalle ansie, arrabbiature, stanchezze e brutture che quotidianamente ci consumano, la seconda volta riesce ad apprezzarne la bellezza, anche nei piccoli gesti (il sorriso di una commessa, la possibilità di condividere con colleghi difficoltà e successi), e a non dare per scontato quanto di meraviglioso si ha (una moglie innamorata, dei figli, o una casa, per quanto incasinata).

Quello che ne viene stravolto è lo sguardo con cui il protagonista guarda la propria vita: la prospettiva muta, le priorità anche, alcune delle ‘piccole’ cose che tendiamo a dimenticare nella nostra quotidianità acquistano un nuovo significato, diventando quelle che non vorremmo scoprire di non avere nelle nostre vite: gli affetti, l’amore (tra partner e tra genitori e figli), l’amicizia, la gentilezza.

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Viene alla mente l’insegnamento di Epicurolo stiamo leggendo proprio in questi giorni e il rimando è inevitabile. L’antico filosofo greco, in una celebre Lettera sulla felicità (o a Meneceo), ci invita ad apprezzare il nostro tempo, a godercelo appieno, senza farci travolgere dall’ansia progettuale per il futuro, perché volenti o nolenti il futuro non è in nostro potere, o quantomeno non lo è quanto vorremmo. Dalla filosofia epicurea i latini trarranno la celebre formula Carpe diem (diventata anch’essa topos frequentato dalla cinematografia): un ‘cogli l’attimo’ che non è da intendersi esclusivamente e riduttivamente come un ‘non sprecare le occasioni’, ma come un godi appieno del presente.

Il tempo che ci è dato è finito, anche per i protagonisti di questo film che non potranno fuggire la morte, ma l’esperimento consente a Tim di trasformarsi nel perfetto epicureo: saprà apprezzare i piaceri importanti e rifuggire da quelli inutili o addirittura dannosi.

«Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.» (Epicuro, Lettera sulla felicità)

Tim non avrà, infine, neppure più bisogno di ricorrere al suo straordinario potere: avendo imparato a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, apprezzandone i dettagli, e avendo acquisito consapevolezza di ciò che conta per lui, non ha più interesse a rifare le cose, o a modificarle. Ha semplicemente trovato la sua ricetta per la felicità. Se non è un risvolto eclatante questo?!

filosofia pubblica

Cosa hanno da insegnarci un’oca, una pecora e un maiale sulla felicità?

Come siamo arrivati a disturbare un’oca, una pecora e un maiale per ragionare di felicità?  Proviamo a ricostruire il filo del discorso.

Venerdì scorso, 17 aprile, nel nostro consueto incontro con il gruppo di lettura a distanza “Pillole di felicità”, abbiamo discusso il secondo precetto di Epicuro per trovare la felicità: non temere la morte. Il primo precetto epicureo è non temere gli dei.

L’idea della morte costituisce per noi «il più atroce di tutti i mali» – riconosce il filosofo – la temiamo, il suo pensiero ci turba al punto che il più delle volte ne rifuggiamo. Eppure, argomenta Epicuro: «Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi». Perché temere un qualcosa che non incontreremo?

È chiaro che Epicuro non crede nell’immortalità dell’anima o in una vita dopo la morte: noi conosciamo solo ciò di cui facciamo esperienza tramite i sensi e poiché con la morte i nostri sensi verranno meno, di essa non faremo esperienza.

È il pensiero della morte, dunque, non la morte stessa, che ci procura dolore:

«Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa».

(Epicuro, Lettera a Meneceo)

Insegnamento che dovremmo estendere a qualsiasi altra preoccupazione di qualcosa che ha da venire.

Non sta allora forse meglio l’animale o lo stolto che non si cura del pensiero della morte – o di alcun che –, vivendo in piena serenità il proprio presente? Siamo sicuri che siano loro gli sciocchi o non piuttosto, come sagacemente ci pungola Epicuro, gli uomini che si dannano per qualcosa che ancora non c’è e che quando arriverà potrebbe non creare loro alcun male?

Viene in mente l’oca di Guido Gozzano:

 

Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca

gracidante alla riva del canale?

Pare felice! Al vespero invernale

protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:

né certo sogna d’essere mortale

né certo sogna il prossimo Natale

né l’armi corruscanti della cuoca.

O papera, mia candida sorella,

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!

Che l’essere cucinato non è triste,

triste è il pensare d’essere cucinato.

(G. Gozzano, La differenza, 1907)

Oca felice

Cosa ci insegnano gli animali sull’uomo? E cosa ci vuole dire Epicuro? Probabilmente che buona parte del dolore e delle preoccupazioni che proviamo sono dovuti alla proiezione di un’idea, all’attesa per qualcosa, più che all’effettiva esperienza di quel dolore.

A differenza dell’oca (per quello che ne sappiamo), l’uomo vive proiettato nel futuro, ed è questa sua proiezione a causare gran parte del suo dolore. Riuscire ad apprezzare il presente, ad esserne pienamente immersi, potrebbe invece aprirci un orizzonte di serenità.

Un pensiero simile era sorto anche a Nietzsche guardando all’esistenza pacifica e imperturbabile che vive un gregge di pecore:

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, 1874.)

 

Eppure, ci siamo chiesti, possiamo davvero fare a meno di tendere verso qualcosa che verrà? Non è forse questo stesso meccanismo di attesa, anticipazione, progettazione di un futuro, per quanto ipotetica e fallace nella sua capacità predittiva, fonte di gran parte della gioia e felicità dell’uomo?

Accetteremmo di vivere totalmente e pienamente assorbiti nel presente, come le oche di Gozzano o le pecore di Nietzsche? Sarebbe una felicità altrettanto piena di quella che prova l’uomo quando, seppure saltuariamente, realizza qualcosa che ha a lungo desiderato e per la quale ha duramente lavorato?

C’è un terzo celebre animale della tradizione filosofica che forse può aiutarci nel nostro ragionamento: il maiale di J.S. Mill. Non ha forse egli qualcosa da insegnarci quando ci rammenta che, dopotutto,

«è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto: è meglio essere Socrate infelice che uno stupido soddisfatto. E se lo stupido, o il maiale, sono di diversa opinione, ciò si deve al fatto che essi conoscono soltanto un lato della questione»

(J.S. Mill, Utilitarismo, 1861)

Lasciamo aperta per ognuno la questione. Noi torneremo a rifletterci e a discuterne il prossimo venerdì.

[Pillole di felicità è un gruppo di lettura a distanza, ad accesso gratuito. Si riunisce online ogni venerdì sera, alle ore 20.30. Per aderire o chiedere informazioni scrivete a: info.filosoficamente@gmail.com]

filosofia pubblica

Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

didattica della filosofia, Evento

Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria (Formazione Docenti)

Ci siamo trovati online, anziché di persona, in questi giorni con più di quaranta docenti di vari istituti di Cremona e volontari del servizio civile per i primi due incontri di un ciclo di formazione sul fare filosofia con i bambini della Scuola dell’Infanzia e Primaria.

Locandina filosofiamo

Martedì scorso, 31 marzo 2020, Abbiamo discusso e ragionato insieme dei fondamenti della pratica filosofica con i bambini, soffermandoci sui seguenti aspetti:

1) Che cosa fa la filosofia;
2) Insegnare a pensare filosoficamente: problematizzare, analizzare, razionalizzare;
3) Perché fare filosofia con i bambini: una questione filosofica, pedagogica ed etico-politica.

Oggi, martedì 7 aprile 2020, abbiamo ripercorso le origini della filosofia per bambini guardando alla proposta di Lipman e Sharp – di cui abbiamo discusso fondamenti epistemologici e obbiettivi formativi – per poi fare cenno alla composita realtà della filosofia per e con i bambini presente oggi nel mondo e in italia.

Nonostante la distanza, c’è stato modo di ragionare e discutere insieme. Grazie a tutti per la numerosa partecipazione e il confronto che in entrambe le occasioni ne è seguito.

 

 

Esercizi filosofici, filosofia pubblica

Pillole di felicità. Primo esercizio filosofico: conosci te stesso

Primo incontro del gruppo di lettura a distanza ieri, venerdì 3 aprile. Abbiamo discusso della celebre apertura della Lettera sulla felicità di Epicuro, che abbiamo commentato in due traduzioni:

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro“.

/

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima“.

 

Ci siamo chiesti se anche per noi oggi il filosofare corrisponda ad una ricerca della conoscenza della felicità e abbiamo ragionato insieme sull’invito di Epicuro a conoscere, noi stessi e il mondo attorno a noi, per trovare la via al nostro benessere.
Qualcuno ha notato che ci vengono insegnate moltissime cose nel corso della nostra vita, ma non a ricercare la conoscenza della felicità: “un’educazione alla felicità”, l’abbiamo definita.
 
Ci siamo lasciati con un piccolo esercizio filosofico da compiere ognuno per questa settimana. Qui l’esercizio, se volete farlo anche voi:


Ci ritroviamo giovedì prossimo, 9 aprile, sempre alle 20.30, online.
Per partecipare scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

epicuro precetto2
Vignetta tratta da: Jean-Philippe Thivet e Jérôme Vermer, 10 filosofi, 10 approcci alla felicità, disegni di A. Combeaud, Whitestar 2018.