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Educare al limite. Filosofia nella scuola dell’infanzia

Un libro a cura di Carlo Altini per Edizioni ETS, 2019.

Fin da bambini l’esperienza del limite si presenta come ordinaria e complessa allo stesso tempo. Ogni giorno dobbiamo tenere conto del fatto che ci sono limiti che è meglio non superare, per evitare spiacevoli conseguenze, e limiti oltre i quali, invece, occorre provare a spingersi, per imparare e per conoscere qualcosa di nuovo su noi stessi, sugli altri e sul mondo. La cognizione del limite, di conseguenza, è cruciale per il nostro rapporto con la realtà e lo è almeno in una duplice dimensione. È importante tanto per il singolo individuo, in riferimento al suo processo di crescita e di avviamento all’autonomia, quanto per le comunità, impegnate nel difficile compito di non oltrepassare quei limiti che potrebbero mettere a rischio la convivenza pacifica tra gli esseri umani e la preservazione del nostro pianeta.

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Data la centralità della nozione di limite per l’esistenza umana, in questo volume cerchiamo di mostrare come si possa iniziare a riflettere sul concetto di limite fin dalla scuola dell’infanzia, riportando esempi ragionati di conversazione filosofica che hanno coinvolto in modo appassionante bambine e bambini dai 3 ai 5 anni. Il lettore troverà sia molte idee per proporre dialoghi con i più piccoli attraverso gli strumenti della filosofia con i bambini (a partire da enigmi, esperimenti mentali, casi concreti e storie), sia suggerimenti perché insegnanti e educatori possano condurre queste attività in maniera efficace nei differenti contesti nei quali si trovano a operare. (Dalla pagina dell’editore)

didattica della filosofia

The Learning Pit (la buca dell’apprendimento)

O anche The Learning Challenge (la sfida dell’apprendimento), è un’efficacie rappresentazione grafica che riproduce la curva dell’apprendimento secondo le teorie del costruttivismo di Vygostky. È stata sviluppata da James Nottingham, per consentire ai docenti di riflettere sulle proprie metodologie didattiche, e agli studenti di prendere consapevolezza del loro processo di apprendimento.

Secondo questo modello, studenti che non affrontino da sé i problemi, le criticità, e le sfide poste da ogni nuovo concetto o contenuto di sapere, non lo hanno appreso veramente: “se salti la buca, non stai apprendendo”, questo il motto che torna spesso in molte rappresentazioni del The Learnign Pit.

Viene sottolineata la dimensione attiva (pragmatismo) e intersoggettiva (costruttivismo) dell’apprendimento, secondo l’idea che si apprende facendo, e soprattutto facendo parte di una comunità di ricerca (concetto formulato da Peirce e poi ripreso e sviluppato dalla Philosophy for Children e dalla pratica filosofica).

Attraverso il dialogo filosofico, gli studenti, siano giovanissimi o adulti professionisti, vengono posti di fronte a un problema – il momento della destabilizzazione dalle proprie certezze, la discesa nella buca –, per poi essere invitati alla ricerca di una soluzione, di una spiegazione, aiutandosi l’un l’altro. Fino a giungere, possibilmente insieme, a risalire la buca, al momento dell’Eureka! Eureka, ci spiega Nottingham, significa “l’ho trovato!”, “io, l’ho trovato!”.

The learning Pit

Quante volte – Nottingham ci fa notare – chiediamo ai nostri figli “cosa hai fatto a scuola?” e tutto quello che otteniamo è un laconico “niente”. Provate a far tacere un bambino che ha avuto un’esperienza ‘Eureka!’, non ce la farete.

Qui sotto un breve e simpatico video nel quale Nottingham spiega fondamenti ed effetti del dialogo filosofico come pratica di insegnamento, e come lui guida i suoi studenti a cadere e poi risalire dalla buca.

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La filosofia in favole

di Ermanno Bencivenga, Oscar Mondadori, ultima edizione 2017.

Un esperimento originale, iniziato nel 1991 e poi riproposto a più riprese in forme ampliate: la filosofia in favole. Una bellissima raccolta di brevissime storie, racconti, favole, per riscoprire la filosofia in una chiave diversa e avvicinare alle grandi e complesse questioni del pensiero anche i più piccoli. Un libro da leggere da soli o, ancor meglio, in compagnia.

Bencivenga filosofia in favole

«Per illustrarci i temi chiave sui quali la filosofia da sempre si interroga, Ermanno Bencivenga ha scelto un linguaggio insolito: quello delle favole. Ne è nato, nel 1991, uno dei libri più originali e di maggior successo della divulgazione filosofica italiana, La filosofia in trentadue favole, poi ampliato in diverse edizioni successive fino ad approdare a La filosofia in ottantadue favole. In queste pagine il noto filosofo torna a parlarci di un mondo nel quale la magia è negli occhi di chi guarda, nella continua meraviglia di chi osserva le cose con l’innocenza di un bambino, di chi gioca a chiedersi «perché» sapendo che ogni risposta cela sempre in sé una nuova domanda. Perché è proprio dal senso di stupore, dall’incantamento con cui i bambini ascoltano le favole che nasce la riflessione filosofica» (dalla pagina dell’editore).

 

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Il “Driverless Dilemma”: il dilemma etico delle auto autonome

Immaginate in un futuro neanche troppo lontano che i nostri spostamenti avvengano su mezzi a guida autonoma. Un imprevisto obbliga l’auto intelligente a scegliere tra alcuni tragici scenari, ognuno dei quali coinvolge possibili vittime: come regolare la scelta dell’auto?

Si prevede che l’impiego delle driverless car possa avere in futuro molti benefici, ad esempio sulla sicurezza (eliminando gli errori e i cattivi comportamenti dell’uomo si dovrebbero ridurre drasticamente gli incidenti stradali), sull’impatto ambientale (dovuto principalmente a minori emissioni nocive), e anche sulla qualità della vita delle persone (non più stressate da ore di guida nel traffico). Eppure, le questioni etiche, giuridiche e politiche poste da queste tecnologie sono molto complesse.

In questo video per Ted-Ed del 2015, Patrick Lin esplora l’etica controversa delle vetture autonome. Vengono proposti alcuni esperimenti mentali per illustrare il dilemma e le moltissime implicazioni etiche che si aprono.

Ad esempio, nel caso di un incidente stradale che coinvolga auto automatiche, il principio di minimizzazione del danno ci può aiutare a risolvere tutte le situazioni o vi sono casi in cui porterebbe ad esiti che giudicheremmo immorali? Soprattutto, fino a che punto è quantificabile il danno prodotto? La scelta tra salvare 5 vite o 1 può sembrare semplice, ma se si deve scegliere tra due individui come fare? Dare ad una macchina gli strumenti per quantificare il danno in tutta una serie di possibili scenari significherebbe attribuire un valore numerico a valori come la vita, la salute, l’età, e tantissime altre caratteristiche di un individuo. Siamo sicuri di poterlo / volerlo fare?

Ci si chiede, inoltre, chi debba farsi carico di queste decisioni: i produttori di questa tecnologia? La politica? Qualche comitato etico?

Il nodo del problema è che, mentre la reazione dell’uomo ad un imprevisto è spontanea, istintiva e quindi non deliberata – con tutte le conseguenze che ne derivano sulla mancata intenzionalità e sul diverso grado di responsabilità imputabile al conducente rispetto al danno prodotto –, la reazione di una macchina ad una situazione imprevista è l’esito di un calcolo programmato con largo anticipo dai produttori e quindi in un certo senso sempre deliberata e intenzionale. La decisione presa dall’auto senza conducente è frutto di una scelta operata a tavolino su come regolamentare un possibile conflitto tra diversi diritti dell’uomo; una scelta, questa, che evidentemente non potrà mai essere eticamente neutrale.

Our Driveless Dilemma, Science1

Per approfondire: la questione del Driverless Dilemma è discussa in J.D. Greene, Our driverless dilemma. Science, 352(6293), 1514-1515, 2016, di cui qui è disponibile un estratto.

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Per un’etica della robotica: rileggendo Isaac Asimov

Isaac Asimov è considerato il padre della fantascienza e uno dei più grandi scrittori del Novecento. Profeta della “robotica”, termine da lui coniato nel 1942, di cui con straordinaria preveggenza immagina lo sviluppo. Nei suoi numerosi scritti, Asimov anticipa alcune delle principali questioni etiche e filosofiche legate all’implementazione di robotica e intelligenza artificiale.

Le tre leggi della robotica:

Famosissime sono le leggi della robotica, formulate da Asimov negli anni ’40 e diventate un caposaldo della letteratura e della filmografia fantascientifica.

Prima Legge: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.

Seconda legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

Terza legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge.

A queste tre leggi Asimov ne aggiungerà successivamente una quarta, la legge zero:

Legge zero: Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Con la legge zero, la questione del possibile danno causato dalla tecnologia viene ampliata dal singolo individuo all’intera umanità, legittimando così, in casi estremi, la violazione della prima legge in funzione di un bene universale, un bene superiore.

roboetica

Un uso etico della tecnologia?

Una delle questioni sulle quali Asimov ci invita a riflettere nella sua opera è quella del rapporto tra etica e tecnologia: in particolare, Asimov ci chiede se la tecnologia, il suo sviluppo e il suo impiego, non vada subordinata all’etica.

Quella da lui proposta con le tre leggi della robotica sembra essere un’etica minimale, che si limita al principio del non arrecare danno agli umani. Eppure, questo (in apparenza) semplice principio nasconde una molteplicità di questioni: che cosa significa “non arrecare danno” all’uomo? Si pensa solo a danni fisici (e se sì, di che tipo?), o anche psicologici e morali? Possiamo accettare un piccolo danno a fronte di un beneficio maggiore nell’individuo? E un danno ad alcuni in cambio di beneficio per molti – lo scenario aperto dalla Legge zero – lo possiamo accettare? O ancora, deve essere vietata solo quella tecnologia che possa provocare un pericolo immediato per l’uomo o anche quella che induce azioni/abitudini pericolose nel lungo periodo? Ecc. È evidente che le questioni etiche implicate dall’uso di tecnologia sono moltissime e di grande complessità.

La roboetica oggi:

Oggi la roboetica è diventata una vera e propria branca dell’etica e della filosofia. Prova a rispondere alle grandi domande etiche poste dalle nuove tecnologie (come: di chi sarà la responsabilità di un incidente causato da un robot? Dei programmatori, dei proprietari, dei produttori? Che effetti può avere una certa tecnologia sull’ambiente o sulla società?) e si interroga sulle possibili ricadute di una tecnologia sui diritti dell’uomo (ad es. il diritto al lavoro, alla libertà di scelta, a non essere discriminati, o alla privacy).

La riflessione filosofica e politica spesso arranca, inseguendo il troppo rapido sviluppo di nuove tecnologie, e ancora più in ritardo arriva la riflessione giuridica a regolamentare l’uso di tecnologie già da tempo diffuse e impiegate nella società. Al fine di invertire questo trend, oggi l’Europa sta lavorando all’elaborazione di linee guida per un uso affidabile dell’intelligenza artificiale (qui per saperne di più).

Per alcuni, il tentativo è ingenuo, se non addirittura vano: la tecnologia risponde anzitutto alla logica dell’efficacia e del profitto, non a quella dell’etica. Per altri, è un tentativo doveroso di qualsiasi ‘buona’ politica.

Sono questioni importanti, all’ordine del giorno dell’agenda educativa. Asimov forse non  fornisce le risposte a questi problemi, ma offre a giovani e adulti, a esperti e neofiti, l’occasione per riflettervi, immedesimandosi, grazie alla forza evocativa di una delle più potenti penne del secolo scorso, in scenari immaginari, oggi neanche troppo lontani.

Cosa leggere (per incominciare):

Io Robot (I Robot) è una raccolta di 9 racconti di fantascienza scritti da Asimov tra il 1940 e il 1950. In ognuno di questi racconti, Asimov affronta diverse questioni etiche del possibile (all’epoca solo immaginario) rapporto tra uomini e macchine. Protagonisti sono i robot positronici: particolare tipologia di robot umanoidi dal cervello positronico. Sono generalmente innocui per l’uomo, perché seguono le leggi della robotica.

Asimov, Io robot

La Trilogia della Fondazione è forse la sua opera più riuscita. Sono tre romanzi (FondazioneFondazione e ImperoSeconda Fondazione) scritti tra il 1951 e il 1953, che valsero ad Asimov il Premio Hugo nel 1966 come miglior ciclo di fantascienza. L’opera narra le vicende dell’Impero Galattico e di un gruppo di scienziati che, grazie ad una particolare scienza, la psicostoria, è in grado di prevedere gli eventi futuri della galassia.

«Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore» (Fondazione e impero).

Spinto dal grande successo della trilogia, decenni dopo Asimov tornerà a scrivere della Fondazione, aggiungendo nuovi capitoli alla saga, due prequel e due sequel. I sette romanzi costituiranno così il Ciclo delle Fondazioni.

Asimov trilogia della fondazione

Cosa vedere:

Moltissime le opere di fantascienza che hanno tratto ispirazione dal lavoro di Asimov. Di grande successo le saghe Star Wars e Star Trek e i film basati su alcuni suoi racconti, come:

  • Io, Robot (2004) diretto da Alex Proyas, con Willie Smith.

«Le leggi sono fatte per essere infrante». Che succede se un robot viole le tre leggi della robotica?

  • L’uomo bicentenario (1999) diretto da Chris Columbus, con Robin Williams.

Cosa manca ad un robot per poter essere ‘umano’?

Link utili:

Dagli archivi Rai, Intervista a Isaac Asimov, l’uomo delle stelle, del 1988:

http://www.teche.rai.it/2017/01/ricordando-isaac-asimov-luomo-delle-stelle/

Per gli appassionati di robotica, segnaliamo un sito italiano interamente dedicato al genere, con notizie, consigli di lettura e di visione e tanto altro:

https://www.robotiko.it/

 

consigli di lettura, didattica della filosofia, Fil(m)osofia

Hannah Arendt: per ricordarla o iniziare a conoscerla

Oggi 14 ottobre nel 1906 nasceva la filosofa Hannah Arendt. Abbiamo scelto alcune fra le sue frasi più celebri, un libro e un film per (iniziare a) conoscerne la storia e il pensiero.

La vita:

Nasce a Linden, in Germania. Studiò filosofia a Berlino con Heidegger e poi a Heidelberg con Jasper. A causa delle sue origini ebraiche sarà costretta a lasciare il Paese nel 1937 per fuggire in Francia e, poi nel 1940, negli Stati Uniti. Qui intraprende una prestigiosa carriera accademica e insegnerà presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e dal 1967 alla New School for Social Research di New York.

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Il suo pensiero in pillole, attraverso alcune delle sue frasi più celebri:

  • «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Le origini del totalitarismo, 1951)
  • «Senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà d’opinione diventa una beffa crudele» (Verità e politica, 1967).
  • «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale» (Lettera a Scholem, 1963)
  • «Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.» (La banalità del male, 1963)
  • «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti» (La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro. Sei esercizi sul pensiero politico, 1961)

Le sue opere:

Arendt scrisse molte opere divenute centrali nel dibattito filosofico politico e morale. Particolarmente rilevanti sono i suoi contributi all’analisi e problematizzazione di questioni come la natura del potere, l’autorità, il totalitarismo, l’origine e la natura del male, l’educazione, l’essenza politica dell’uomo.

Accanto a Le origini del totalitarismo (1951) e Vita Activa. La condizione umana (1958),  la sua opera forse più celebre, o quantomeno quella che sicuramente generò più scalpore anche fra il pubblico non accademico, è La banalità del male (1963), in cui Arendt raccoglie le proprie riflessioni maturate assistendo al celebre processo al generale delle SS Adolph Eichmann nel 1961.

banalità del male

Il processo fu il primo grande evento mediatico della storia, milioni di persone da tutto il mondo lo seguirono. Eichmann, latitante in Argentina dalla fine della guerra, venne processato a Gerusalemme; chiamato a rispondere della sua funzione di capo del Gabinetto dell’emigrazione ebraica del Reich, venne ritenuto uno dei principali esecutori materiali della Shoah e quindi condannato a morte nel 1962.

La tesi per molti sconcertante di Arendt fu che Eichmann non era un ‘mostro’, un ‘demonio’, una ‘belva’ (come lo aveva descritto il magistrato dell’accusa), ma un uomo normalissimo, nemmeno particolarmente intelligente o brillante. Non era un astuto criminale, ma una persona piatta, priva di autonomia di pensiero, incapace di riflettere e interrogare le proprie azioni, ma proprio per questo il più pericoloso degli uomini.

Un film e un documentario:

Proprio a questo periodo della vita di Arendt, in cui la filosofa segue la vicenda Eichmann e alle polemiche che seguirono la pubblicazione del suo lavoro, è dedicato il film di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, del 2012. Qui una recensione del film.

Hannah Arendt

Da vedere anche Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt (2015), un documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz.  «Un ritratto intimo e straordinariamente documentato della vita privata e intellettuale della Arendt, attraverso i luoghi dove ha vissuto, lavorato, amato e sofferto, mentre scriveva delle ferite ancora aperte del suo tempo».

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Per approfondire:

  • Boella, Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare praticamente, Feltrinelli 1995.
  • Flores d’Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma, 1995.
  • Guaraldo, Hannah Arendt, Milano, RCS MediaGroup, 2014.
  • Ettinger, Hannah Arendt e Martin Heidegger. Una storia d’amore, tr. Giovanna Bettini, Garzanti, Milano, 1996.
  • Young-Bruehl, Hannah Arendt : una biografia, tr. di David Mezzacapa, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

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