didattica della filosofia, filosofia pubblica

Digital World: Luciano Floridi

Segnaliamo qui una puntata di Digital World – Le voci: Luciano Floridi – RaiPlay

Un breve documentario (26 minuti) monografico sul lavoro di ricerca di uno dei grandi pensatori del nostro tempo, il Prof. Luciano Floridi (Oxford). Un’occasione per comprendere in un linguaggio semplice e accessibile alcune delle principali sfide del nostro tempo.

“Una puntata interamente dedicata al filosofo Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli del panorama internazionale: accademico di Oxford, consulente di Google, divulgatore e generatore di neologismi come infosfera, quarta rivoluzione, iperstoria e onlife. Le sue riflessioni coprono un orizzonte molto vasto di temi: parleremo di dati, di privacy, di etica, di intelligenza artificiale e di tanto altro. Conduce Matteo Bordone Regia di Giancarlo Ronchi”

[Link nell’immagine]

Digital World _ Le voci: Luciano Floridi (26 min)

Noi aggiungiamo a questo contenuto video un piccolo esercizio di analisi e comprensione, da utilizzare a scuola o per chiunque volesse esercitarsi in un ascolto attivo.

Attività didattica _Esercizio di comprensione: ascolta il video e prova a rispondere a queste domande.

  • In che modo ‘paghiamo’ i servizi gratuiti offerti dai social e quali problemi pone questa gratuità?
  • Floridi parla di “economia dell’attenzione”: che cosa significa?
  • Si può regolamentare internet? Cosa non può fare la politica oggi e cosa invece potrebbe e, soprattuto, dovrebbe fare secondo Floridi?
  • Cosa significa ‘digital divide’? Quali conseguenze sociali ha?
  • Le nuove tecnologie hanno portato, con la quarta rivoluzione, un importante insegnamento all’uomo che sembra aver perso del tutto la propria centralità. Cosa significa e quale diversa prospettiva propone Floridi?
  • Stupidità umana e artificiale: in che modo le macchine sono ‘stupide’? Quali sono per Floridi i limiti principali della loro intelligenza?
  • Come l’intelligenza artificiale può condizionare le nostre scelte? Cosa dovremmo fare?

La tua opinione:

  • Quale aspetto, fra quelli toccati dal Prof. Floridi, dell’impatto del mondo digitale sulle nostre vite ti ha maggiormente colpito?
  • Floridi ad un certo punto nel video auspica che la politica intervenga nel definire la ‘direzione’ dello sviluppo tecnologico. A tuo parere, quale direzione dovrebbe dare la politica oggi alle nuove tecnologie, a quale scopo dovremmo mirare per il nostro prossimo futuro, o quale deriva si dovrebbe evitare?
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Metadidattica: perchè insegno come insegno?

A partire dalla convinzione che ogni strategia didattica non sia mai neutrale rispetto all’esito educativo disciplinare, riflettere sulle ragioni (epistemiche, pedagogiche, ma anche storico-culturali) che stanno alla base dei diversi modi di concepire l’insegnamento diventa essenziale per ogni docente che vuole compiere una scelta consapevole rispetto alla propria impostazione metodologica. Si propone quindi un momento di confronto fra docenti in cui ragionare insieme su come si insegna e perché lo si fa così.

Registrazione seminario per Auser Unipop Cremona (ottobre 2020).

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A proposito dello scetticismo e i suoi argomenti

Consigli di visione

Lo scetticismo è quella dottrina filosofica che mette in dubbio la veridicità della nostra conoscenza. Lo scetticismo non sostiene necessariamente che la nostra percezione della realtà sia falsa, nè che la realtà non esista, solo mette in dubbio che quanto noi conosciamo di questa realtà corrisponda al vero.

Lo scetticismo è una delle dottrine più antiche e nel corso della storia è stata ripresa innumerevoli volte da diversi pensatori. Gli argomenti più spesso utilizzati dallo scettico sono generalmente i seguenti.

1) L’argomento della fallibilità della conoscenza sensibile:

I nostri sensi sono continuamente vittima di illusioni percettive e noi non siamo sempre in grado di distinguere le percezioni illusorie da quelle vere.

2) L’argomento del sogno:

È uno dei più antichi e dei più ricorrenti nella riflessione filosofica: non riusciamo sempre a distinguere tra sogno e veglia, quindi dovremmo dubitare della nostra esperienza.

3) L’argomento del genio maligno o del super computer:

Potremmo essere vittima di un’illusione, tutta la nostra realtà potrebbe essere frutto di un artificio ad opera di un genio maligno che vuole ingannarci. In questa versione l’argomento fu formulato da Cartesio. Hilary Putnam nel ‘900 ne ripropose una versione contemporanea, sostituendo alla figura del genio maligno quella di un super computer.

Gli argomenti scettici hanno ispirato moltissime opere della cinematografia. Ve ne consigliamo due, particolarmente celebri. Provate a rivedere questi film in questa chiave. Buona visione!

The Truman Show (1998)

The Truman Show è un film del 1998 diretto da Peter Weir, su soggetto di Andrew Niccol, e interpretato da Jim Carrey.

“Truman Burbank nasce ripreso da una telecamera. Poi, per trent’anni continuerà ad esser ripreso a sua insaputa da telecamere che lo seguiranno in ogni luogo della sua vita, per strada, al lavoro, a letto. Lui non lo sa, ma fa parte di uno show televisivo. Tutto ciò che c’è intorno a lui è un set, le persone sono attori e comparse, le case, la polizia, i vigili del fuoco, tutto è set, persino l’acqua del mare è fasulla. Sua moglie e il suo migliore amico sono attori. Sopra tutti c’è Christof, dio-demiurgo-produttore, che gestisce la vita del poveretto. Naturalmente tutta l’America impazzisce per il programma verità, in virtù della regola del voyeurismo, molla televisiva irresistibile. Poi Truman ha qualche sospetto, diventa sicuro del trucco e cerca di scappare più volte.” (da https://www.mymovies.it/film/1998/thetrumanshow/ ).

  • Riprende l’argomento cartesiano del genio maligno che ci inganna: la realtà che conosciamo è vera o potrebbe essere frutto di una distorsione/finzione?

Matrix (1999)

Scritto e diretto da Andy e Larry Wachowski.

Matrix mette in scena il dubbio scettico: quella che stiamo vivendo non è altro che l’illusione creata da una macchina, siamo cervelli in una vasca attaccati ad un potentissimo computer.

Un gruppo di ribelli si organizza in una resistenza contro le macchine, nel tentativo di risvegliare l’umanità dal sogno artificiale in cui è immersa.

Matrix è ovunque, è intorno a noi. Anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti per nasconderti la verità”.

  • Riprende l’argomento dei cervelli in una vasca proposto dal filosofo Hilary Putnam: non solo la mia conoscenza della realtà potrebbe essere falsa, ma la realtà stessa potrebbe non esistere.
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La verità e i suoi nemici

Quinto ed ultimo incontro oggi con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema del laboratorio filosofico su Postverità e Fake news.

Oggi abbiamo esaminato insieme alcuni dei più antichi e ostici nemici della verità: scetticismo e relativismo.

Di entrambi abbiamo ricostruito tesi e argomenti a sostegno, per poi analizzare le possibili obiezioni. Si è visto come lo scetticismo con i suoi argomenti, dall’antichità a Cartesio, sino ai cervelli in una vasca di Putnam (esperimento mentale magistralmente riproposto al cinema da Matrix), offra il fianco a diverse critiche e contro mosse. Prima fra tutte, l’argomento principale degli scettici, secondo il quale dal fatto che a volte la nostra esperienza sensibile sbaglia si deve inferire che potrebbe sbagliare sempre e perciò dubitare di tutte le nostre esperienza, sia in realtà una falsa generalizzazione. Anche ammesso che a volte la nostra esperienza sia distorta, non ne segue che sia sempre così, o che si abbiamo motivi sufficienti per dubitare di tutte le nostre esperienze e conoscenze.

Riprendendo un argomento di Diego Marconi (Per la verità, 2007), lo scetticismo è forse inconfutabile, ma a prenderlo sul serio è una posizione imbarazzante.

Del relativismo abbiamo chiarito le diverse varianti: a seconda di cosa si assuma per relativo, vi è un relativismo epistemico (riguardante la verità), uno etico (riguarda la morale) e uno culturale (riguarda gli usi e costumi di ciascuna cultura). Queste tipologie di relativismo non si implicano necessariamente l’un l’altra e, sebbene vengano spesso confuse nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, è importante saperle distinguere.

Anche in questo caso, dopo aver presentato gli argomenti del relativista, ne abbiamo discusso le possibili obiezioni. Il relativista epistemico, sostenendo che la verità è relativa al sistema epistemico di riferimento, non sta forse confondendo il piano della verità con quello della giustificazione?

Il relativismo etico e quello culturale sollevano anch’essi una serie di problemi: sostenere che l’etica sia relativa alla cultura e non vi siano metacriteri generali che possano guidarci nel giudicare principi morali differenti non significa forse dover ammettere che sia tutto lecito? Inoltre, se riconduciamo i principi morali alla nostra cultura di appartenenze, che spazio resta all’autonomia del singolo?

Abbiamo concluso il nostro laboratorio filosofico chiedendoci infine che tipo di valore fosse per noi quello della verità. La verità è per noi un valore in sè o solo strumentale? In altri termini, è fine o un mezzo per raggiungere altri beni (la felicità, la salute, la ricchezza, ecc.)?

Il filosofo Robert Nozick ci offre un esperimento mentale per aiutarci a capirlo, quello della macchina dell’esperienza o della felicità:

«Supponiamo che esista una macchina dell’esperienza capace di darci qualsiasi esperienza desideriamo. Un gruppo di neuropsicologi eccezionali si offre di stimolarci il cervello in modo da farci pensare e sentire come se stessimo scrivendo un grande romanzo, o stringessimo amicizie, o leggessimo un libro interessante. Per tutto il tempo galleggeremmo in una vasca, con elettrodi applicati al cervello. […] Naturalmente, mentre siamo nella vasca non sappiamo di essere lì; penseremo che tutto sta accadendo realmente» (Robert Nozick ,Anarchia, stato e utopia, 1974).

La domanda che dovete porvi è: accettereste di entrare nella macchina della felicità? A seconda della vostra risposta capirete se per voi la verità è un fine a cui tendere, anche se scomoda o dolorosa, o un mezzo per altri fini.

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(Dis)informazione ai tempi di internet

Quarto incontro del laboratorio filosofico su Postverità e fake news al Liceo Dante Alighieri di Crema. Abbiamo discusso di ‘(Dis)informazione ai tempi di internet e libertà di parola’. Siamo partiti dall’analisi di alcune vecchie e nuove dinamiche della (dis)informazione: dal ruolo dei bias cognitivi e pregiudizi, all’uso che algoritmi e social network fanno degli stessi per incentivare la nostra fruizione di notizie, indipendentemente dalla loro veridicità.

Abbiamo definito fenomeni come quelli della polarizzazione dell’opinione, le eco chambers (bolle epistemiche) e il microtargeting, nel tentativo di acquisire maggior consapevolezza su alcune dinamiche che possono distorcere, se non adeguatamente comprese, la nostra percezione dell’informazione online.

Legato ad essi sembra essere anche l’aumento negli ultimi tempi del ricorso all’hate speech: il discorso che esprime odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sulla base di discriminazione (razziale, etnico, religioso, di genere o di orientamento sessuale). Il discorso d’odio è una prerogativa della comunicazione contemporanea, e sarebbe sbagliato accusare internet o i social della sua diffusione, ma sembra che i meccanismi di polarizzazione e radicalizzazione dell’opinione sui social svolga un ruolo nell’incremento del ricorso all’hate speech, oggi sdoganato anche nei discorsi pubblici da leader politici.

Fenomeni come questi sollevano sempre più frequentemente riflessioni circa l’opportunità o meno di limitare la libertà di parola, al fine di tentare, in qualche modo, di arginare le derive più pericolose legate alla diffusione di notizie false o hate speech. Per ragionare sul tema abbiamo preso in considerazione gli argomenti di J.S. Mill in difesa della libertà di parola e alcune obiezioni che a Mill vengono oggi rivolte, dato il mutato contesto dell’informazione e del discorso pubblico (vedi qui).

Abbiamo concluso il nostro laboratorio discutendo insieme sulla difficoltà di trovare una mediazione possibile tra valori fondamentali, a volte in conflitto tra loro, come quelli della libertà, della verità e del rispetto dell’altro.

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Il numero fa la forza, fa anche la verità?

Terzo incontro ieri con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema per discutere e ragionare insieme di verità (laboratorio filosofico: Fake news e Postverità).

Questa volta l’abbiamo fatto adottando la prospettiva dell’epistemologia sociale e chiedendoci in che modo, ed eventualmente fino a che punto, l’influenza degli altri può determinare il nostro rapporto con la verità.

Siamo partiti dal problema filosofico della testimonianza: la questione è stabilire se la testimonianza di altri possa valere come conoscenza e, se sì, sotto quali condizioni. Ci si chiede, inoltre, se questo tipo di conoscenza abbia un valore epistemico inferiore rispetto all’esperienza diretta.

Molti elementi possono minare l’affidabilità della testimonianza: dalla qualità della comunicazione, all fiducia del destinatario nel mittende, alla incerta neutralità del mezzo di comunicazione. Ci siamo soffermati, fra tutti questi elementi e molti altri, sulla questione dell’onestà del testimone: quanto siamo onesti? In quali occasioni tendiamo ad assecondare la tentazione di mentire e per quali ragioni?

Per ragionare su questi temi ci siamo serviti dei risultati delle ricerche che Dan Ariely, psicologo comportamentale, ha mostrato nel docufilm (Dis)Honesty – The Truth About Lies (2015).

Nella seconda parte del laboratorio, abbiamo trattato la questione del conformismo, chiedendoci quanto la pressione del gruppo possa influire sulla nostra percezione del vero.

Celebri, a questo riguardo, gli esperimenti che lo psicologo polacco-americano Solomon E. Asch (1907-1996) ha condotto nei primi anni ’50, sugli effetti della pressione di gruppo. Con le sue ricerche, Asch dimostra che la tendenza al conformismo è presente in tutti noi e agisce, più o meno consapevolmente, non solo influenzando le nostre decisioni e azioni, ma addirittura portandoci in alcuni casi a rifiutare l’evidenza delle nostre percezioni.

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Difendere la verità è anche una questione etica. Discussioni a margine di un laboratorio filosofico nella scuola

Ieri con i ragazzi del triennio del Liceo Dante Alighieri di Crema abbiamo discusso di verità. Era il secondo incontro di un laboratorio filosofico su “Fake news e Postverità“. Dopo aver indagato, la settimana scorsa, il concetto di postverità e alcuni fenomeni che sembrano aver portato la nostra società contemporanea ad una svalutazione del concetto di verità (come le fake news, la rivendicazione dell’opinione personale, o addirittura di ‘Alternative facts’ da parte della politica), ieri ci siamo soffermati sull’analisi di due paradigmi contrapposti di verità.

Da un lato, la verità come adesione (corrispondenza) ad una realtà data, indipendente da noi e oggettiva; dall’altro la concezione di verità come inevitabilmente condizionata dalla prospettiva epistemica del soggetto.

Dopo aver visto le ragioni a favore di entrambi i paradigmi e discusso su quale i ragazzi trovassero più convincente, si è ragionato insieme sulla dimensione etico-politica del concetto di verità.

Siamo partiti da una sollecitazione di Habermas: non appena il concetto di verità viene meno in favore di una validità-per-noi, dipendente dal contesto, allora nessun argomento è valido per convincere qualcuno a cercare un accordo su ‘p’ al di là dei confini del suo gruppo epistemico (J. Habermas, “Richard Rorty’s Pragmatic Turn,” in Rorty and His Critics, ed. Robert Brandom, Oxford, 2000, pp. 48–49).

Su questo punto i ragazzi erano concordi: anche a prescindere dalle diverse concezioni di ‘verità’ che più o meno implicitamente possiamo assumere nel nostro pensare comune, tutti hanno riconosciuto immediatamente la valenza etica del richiamo alla verità. Capire che cosa sia la ‘verità’, cosa implica questo complesso concetto e quali conseguenze possono derivare da una sua svalutazione non è solo una questione epistemica, è anche – se non soprattuto – una faccenda politica che ci riguarda tutti da vicino e determina inevitabilmente la nostra comunità.

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Metadidattica: un facile esercizio per riflettere sulla propria concezione di insegnamento

Sta per iniziare un nuovo anno scolastico e per migliaia di docenti è il momento in cui si pensa, pianifica e imposta il proprio progetto educativo. Lo si fa ragionando per obbiettivi formativi, anzitutto, che andranno mano a mano ri-calibrati in base al contesto e alla risposta ottenuta. Per ogni obbiettivo formativo che ci si pone, si cerca la strategia didattica migliore. Così, generalmente, un docente legittima il proprio metodo di insegnamento.

Sembra, tuttavia, che a determinare le scelte metodologiche di ogni insegnante siano non solo consapevoli e opportune riflessioni metodologiche, pedagogiche e disciplinari, ma anche – e per lo più in maniera inconsapevole – la propria personale esperienza di apprendimento di quando si era studenti.

Sulla base di questa convinzione – “How we learn informs how we teach” – , Neil Haave (University of Alberta, Augustana Campus) ha elaborato un breve questionario da sottoporre ai docenti per riflettere e comprendere meglio la propria concezione di insegnamento: “Six Questions That Will Bring Your Teaching Philosophy into Focus” (https://www.facultyfocus.com/articles/philosophy-of-teaching/six-questions-will-bring-teaching-philosophy-focus/ )

Proponiamo qui una rielaborazione del questionario:

consigli di lettura, didattica della filosofia

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi 2007

“È difficile anche solo immaginare un’introduzione alla filosofia che sia piú semplice, piú chiara e piú leggibile di questo Primo libro di filosofia, meritatamente diventato una sorta di «best-seller» in Inghilterra.”

Warburton

 

“In sette brevi capitoli piú un’introduzione, Nigel Warburton riesce a dare un’idea precisa di un numero impressionante di problemi filosofici, di proposte di soluzione e di discussioni, mantenendo al minimo (ma non escludendo) i riferimenti storici. Si incontreranno quindi tutti, o quasi tutti, i temi canonici, quelli con cui siamo abituati a identificare la filosofia: le dimostrazioni dell’esistenza di Dio (e le loro confutazioni), il bene e il giusto, lo scetticismo e la conoscenza, l’uguaglianza, la democrazia e il liberalismo, il problema dell’induzione, le varie posizioni sul rapporto tra mente e cervello, la questione della definizione dell’arte; e, accanto a questi, anche domande forse meno prevedibili: che cosa vuol dire che la filosofia è «difficile», se si debbano punire i criminali e perché, qual è il valore artistico dei falsi, perché non possiamo fare a meno di presupporre che la nostra memoria sia attendibile.
Il testo, che può anche essere usato come manuale in un corso universitario di introduzione alla filosofia, si presta in modo particolare all’insegnamento «per problemi» che dovrebbe caratterizzare l’estensione della filosofia all’intera scuola «secondaria»; ma soprattutto può essere letto con profitto da chiunque voglia sapere di che cosa si occupano i filosofi, o voglia cominciare a chiarirsi le idee su uno dei molti problemi che tutti, qualche volta, ci siamo posti.”

Diego Marconi

didattica della filosofia

Resoconto di un’esperienza di formazione a distanza

Si è concluso oggi il corso di formazione Filosofiamo! Fare filosofia nella Scuola dell’Infanzia e Primaria fatto in queste settimane con docenti ed educatrici delle scuole di Cremona.

Il corso era strutturato in due parti, da tre incontri ciascuna, per un totale di 12 ore di formazione. Nella prima parte del corso si sono ricostruiti i fondamenti meta filosofici, pedagogici, ma anche etico-politici per fare filosofia con i bambini. Nella seconda parte del corso, si sono analizzate le metodologie e le strategie operative del portare la filosofia in classe, si è ragionato sugli obbiettivi formativi che ci si può porre, e sulla questione della valutazione di tali interventi.

Si è fatta esperienza di alcuni momenti di dialogo filosofico a partire da pretesti e provocazioni, e si è ragionato alla bozza di possibile percorso didattico di filosofia nella scuola, a partire dalle esigenze formative dei gruppi docenti e calibrato nello specifico contesto scolastico di ciascuno.

Locandina filosofiamo

Si chiude così un percorso, che avrebbe dovuto essere in presenza, e si è svolto invece tutto a distanza. Non mi resta che ringraziare i tanti colleghi che hanno partecipato per il loro contributo ad un’esperienza di ricerca collettiva, le stimolanti discussioni e la attiva partecipazione nonostante la distanza.

Grazie a tutti e arrivederci alla prossima!