didattica della filosofia, Esercizi filosofici, Fil(m)osofia

Cinema, filosofia e Debate!

Esercizio filosofico per gli ultimi giorni di scuola.

  1. Vedremo uno o più trailer o spezzoni di film o serie
  2. Li analizzeremo: quali questioni filosofiche (epistemologiche, etiche, politiche, ecc.) pone?
  3. Proveremo a formulare una ‘mozione’ per ciascuno di essi, ossia una questione dibattibile.
  4. In gruppi, lavoreremo sulla questione, cercando di formulare argomenti PRO o CONTRO.
  5. Debate: due gruppi per ciascuna mozione si sfideranno in un dibattito.

Un modo divertente per ritrovare teorie e concetti affrontati durante l’anno scolastico in altre forme, esercitare lo ‘sguardo filosofico’ di analisi del reale, e un’occasione per discutere insieme di tematiche che ci stanno a cuore.

Per consigli su possibili film da utilizza vai alla rubrica Fil(m)osofia.

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Fil(m)osofia: questioni di etica kantiana nel cinema

I classici nel cinema.

In questo periodo nelle classi quarte dei licei si sta affrontando Kant, il suo è uno dei pensieri forse più complessi, e allo stesso tempo stimolanti del percorso liceale. Alcune delle questioni che pone sono più vitali che mai e le si possono ritrovare in altre forme e in altri linguaggi.

Pensiamo all’etica, ad esempio.

Uno dei principi dell’etica di Immanuel Kant è che si debba seguire quello che la nostra ragione o coscienza morale ci indica come giusto, senza badare alle conseguenze. “Se devi, allora puoi” afferma Kant: se hai un principio morale – non mentire, non rubare – lo puoi rispettare, per quanto possa sembrare difficile, a volte, o controproducente.

Questo tipo di etica viene detta deontologica (etica del dovere) e si contrappone ad un’altra grande famiglia di teorie etiche, quelle consequenzialiste, che invece ritengono che per capire cosa sia giusto o meno fare si debbano considerare le conseguenze delle nostre azioni. In questo caso, ‘non mentire’ non è più un principio morale valido sempre e comunque, ma a seconda della situazione. Non sarebbe, ad esempio, lecito mentire ad un assassino che ci chiedesse dove si nasconde la sua vittima?

Proprio questo esempio fu al centro di una disputa filosofica che vide Kant contrapporsi al filosofo francese Benjamin Constant (Il diritto di mentire).

Contro Kant, che sosteneva che anche in quel caso, il nostro dovere morale fosse quello di dire la verità, per quanto difficile possa sembrare (“se devi, puoi”, appunto…), Constant obbiettava che nessun principio morale debba valere in assoluto, ma sempre in equilibrio con altri. In questo caso, proteggere una vittima innocente, ad esempio.

Entrambi i filosofi, nella distanza delle loro posizioni, pongono in luce due aspetti importanti del nostro agire morale: Kant ci invita a riflettere sull’ambizione della nostra morale ad essere universale e non condizionata da fattori contingenti.

Constant, da parte sua, rileva uno dei problemi principali dell’etica deontologica: preoccuparsi dei princìpi senza valutare le conseguenze può avere esiti (morali) disastrosi.

Il conflitto tra le due istanze emerge in alcuni dilemmi morali, ad esempio:

  • è lecito per lo Stato usare la forza per estorcere un’informazione importante per la salvezza di migliaia di altre vite?
  • è lecito compiere il male se è per evitarne uno maggiore (principio del male minore)?

Proponiamo due pellicole per riflettere qu questi temi:

Il diritto di uccidere [Eye in the Sky], regia di Gavin Hood, 2015

La pellicola ripropone in chiave cinematografica e contemporanea il dilemma del trolley: è lecito sacrificare un innocente per salvare più vite umane? Il dilemma morale viene presentato secondo i rispettivi punti di vista dei diversi poteri dello Stato in conflitto tra loro (potere militare, giuridico e politico).

The Last Supper [Una cena quasi perfetta] _ di Stacy Title (1995)

La riproposizione cinematografica della antica questione morale se sia lecito compiere il male al fine di realizzare un bene superiore. Fino a che punto possiamo adottare la dottrina del ‘male minore’? Da Platone in poi, passando per tutta la tradizione Cristiana, la filosofia ha tentato di rispondere a questa domanda.

In questa pellicola, troviamo la singolare risposta di cinque giovani liberali americani.

Guarda spezzone su youtube.

Fil(m)osofia

Soul (2020) e la ricerca della felicità

Regia di Pete Docter, Kemp Powers.

22 non vuole vivere, e Joe non vuole morire. Le due cose ci sembrano spesso accadere per caso o per destino, e se invece, in entrambi i casi, ci fosse bisogno della giusta preparazione? (https://www.mymovies.it/film/2020/soul/)

Il film racconta la storia di Joe Gardner, un insegnante di musica della scuola media e appassionato pianista jazz. Joe, sebbene sia un uomo maturo, sente che la sua vita non è mai veramente cominciata ed è da sempre in attesa della sua grande occasione. Finalmente la svolta sembra arrivare quando Joe passa l’audizione per debuttare con un celebre quartetto. Proprio quel giorno però cade in un tombino: il suo corpo finisce all’ospedale, mentre la sua anima si ritrova nell’oltre mondo.

Qui le anime dei futuri nascituri vengono formate alla vita. Guidate da anime istruttori (di chi ha già vissuto una vita piena), le anime non ancora nate intraprendono un percorso di educazione che le aiuta a trovare la loro peculiarità, una loro caratteristica – sia essa un talento, una passione, o uno specifico atteggiamento – una ‘chiave’ con la quale affrontare la vita. Joe, scambiato per un istruttore, viene affiancato all’anima “22”, un’anima che da millenni è bloccata nell’Antemondo perché non riesce a trovare la propria specificità, la scintilla con la quale affrontare il mondo.

La storia può essere letta alla luce di alcune tematiche filosofiche.

C’è Platone sullo sfondo, il Platone della teoria delle idee, secondo la quale l’anima prima di unirsi al corpo conosce e comprende tutto, per poi dimenticarsene alla nascita. Tutta la sua vita non sarà altro che un percorso di riscoperta, ricordo, di ciò che già sapeva della realtà e di sé: conoscere il mondo, certo, ma anche, se non anzitutto, per ri-conoscere se stessi, secondo l’antico insegnamento dell’oracolo di Delfi e poi si Socrate.

C’è anche un messaggio epicureo in questa storia, dell’Epicuro che nella Lettera sulla felicità ci insegna di cercare la felicità ognuno nella coltivazione del proprio giardino, vale a dire nella valorizzazione delle piccole o grandi cose – diverse per ciascuno – che danno valore alla nostra vita. Il compito è facile solo in apparenza, perché per poter valorizzare i nostri talenti, i nostri punti di forza, bisogna, anzitutto, saperli riconoscere: bisogna sapere chi siamo, quali desideri possiamo ed ha senso perseguire, e quali invece non ci porterebbero che disillusioni e quindi a soffrire.

Ed è questa la difficoltà dell’anima “22” che impiega millenni per capire cosa è brava a fare, ed è anche in fin dei conti la difficoltà di Joe, che spreca la propria vita nell’attesa di qualcosa di grandioso, perdendo di vista il presente e ciò che riempie le sue giornate di gioie autentiche e di significato.

Un bel film, con un bel messaggio: conosci te stesso, per poter essere felice. Un film per adulti, oltre che per bambini, del resto, come ci ha insegnato sempre Epicuro,

“Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”.

Fil(m)osofia

Una poltrona per due: breve analisi filosofica

Come ogni Natale, Italia1 lo propone ininterrottamente la sera della Vigilia dal 1997, anche quest’anno è andato in onda “Una poltrona per due” [Trading Places] (1983), classico degli anni ’80, con protagonisti Eddie Murphy e Dan Aykroyd.

La trama è nota ai più: Louis Winthorpe (interpretato da Dan Aykroyd) è un giovane, ricco e ambizioso dirigente, mentre Billie Valentine (Eddie Murphy) un povero mendicante, che finge di essere storpio e cieco per raccogliere qualche elemosina. Le loro vite, lontanissime ed entrambe apparentemente ben definite e segnate nelle rispettive traiettorie verso il successo e l’emarginazione sociale, vengono stravolte quando durante le festività natalizie i due ricchissimi fratelli Duke, gli anziani proprietari dell’azienda amministrata da Louis decidono di fare ‘un esperimento scientifico’.

Il più anziano dei due fratelli Randolph è convinto che sia l’ambiente a fare l’uomo: una buona formazione, la migliore società, un certo circolo di relazioni, sono questi gli elementi che decidono del successo o l’insuccesso di una persona. Mortimer, all’opposto, è convinto che siano i talenti di ciascuno a determinare la sua fortuna. Decidono quindi si fare una scommessa, per ben un dollaro le vite dei due malcapitati verranno scambiate: se in poco tempo i due calzeranno perfettamente ciascuno della vita dell’altro, allora avrà ragione Randolph. Le due vittime, accortesi del gioco crudele, si alleeranno e riusciranno a stravolgere gli eventi con una astuta mossa in borsa che rovinerà i due aridi fratelli Duke.

IlPost qualche giorno fa ha dato una spiegazione delle dinamiche finanziarie implicate, soprattutto sul finale, illustrando bene cosa sono i futures e come vengano usati dai protagonisti. Noi, qui, proponiamo invece una spiegazione filosofica dell’interrogativo etico-politico posto all’inizio della storia: è l’ambiente a determinare il successo (o insuccesso di una persona) o sono le sue capacità?

La domanda, posta con una certa preveggenza in questa pellicola degli inizi degli anni ’80, è oggi al centro di un dibattito molto acceso in filosofia: quello sulla natura del merito. Esiste qualcosa come il merito del singolo? O è anch’esso il risultato di una serie di variabili anzitutto sociali? La questione non è di poco conto come si potrebbe ad un primo sguardo pensare. A seconda della risposta, infatti, tutta la retorica sulla meritocrazia e sul premiare i migliori per bilanciare l’equità sociale acquisisce o perde senso.

Solo se possiamo considerare il merito una qualità individuale, frutto delle fatiche e degli sforzi dell’individuo, ha senso, infatti, ricompensarlo e premiarlo (principio della meritocrazia).

Se, invece, il merito è il risultato di diversi fattori, quali l’educazione, l’accesso a servizi e risorse, il contesto sociale e anche emozionale che ci circonda, allora ci si può chiedere perché premiare chi ha già vinto la lotteria della vita, trovandosi a vivere e crescere in condizioni di vantaggio rispetto ad altri. In questo caso, si possono pensare a politiche diverse, come le Affirmative Action (qui per capire cosa siano) attente a ricompensare eventuali svantaggi o discriminazioni subite (teoria della giustizia distributiva).

La questione è complessa, ed implica altri importanti valori della nostra società, quali quello di solidarietà, eguaglianza ed equità, con tutte le loro sfumature di significato. Certamente, porsi l’interrogativo, come fanno i due anziani fratelli Duke, aveva senso negli anni ’80 in cui la retorica della meritocrazia si affermava prepotentemente (e non solo nelle pellicole hollywoodiane), ma continua ad aver senso ancora oggi, quando questo concetto viene da più parti problematizzato (rinviamo sotto ad alcuni approfondimenti).

C’è una logica anche nell’ambientazione natalizia della storia, a pensarci bene, perché è soprattutto a Natale che il principio del ‘vinca il migliore’ si scontra con quello della solidarietà e con il tentativo di lavorare per una società più equa.

Per approfondire la questione del merito:

Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Esercizi filosofici, Fil(m)osofia

Fil(m)osofia: esercizio di filosofia con il cinema

Esercizio filsofico per le vacanze, per gli alunni di liceo o per chiunque ne avesse piacere!

Guarda un film, puoi scegliere tra quelli consigliati (vedi nella sezione Fil(m)osofia del sito) o uno a tuo piacere.

Scrivi una breve recensione filosofica. Individua uno o più temi filosofici che la pellicola propone, possono essere questioni epistemologiche (es: come conosciamo la realtà? La nostra conoscenza è affidabile? Potremmo essere ingannati nella nostra percezione del mondo? Ecc.), metafisiche (cosa esiste? Dio esiste? Abbiamo un’anima? Cosa c’è dopo la morte? Ecc.) o etico-politiche (cosa è giusto o sbagliato? Quali diritti dovrebbero avere i cittadini? Ci sono forme di discriminazione in una data comunità? Quale ruolo svolgono i nostri pregiudizi nella vita di comunità? Ecc.).

Il film potrebbe toccare la questione da te individuata in modo esplicito o implicito: il tema scelto potrebbe svolgere un ruolo centrale nella trama, o servire solo da contorno della storia, non importa. Ciò che conta è che tu l’abbia riconosciuto come una questione degna di interesse.

Illustra brevemente la questione così come viene presentata nel film (puoi anche descrivere una o più scene) e poi spiega con parole tue qual è il problema filosofico posto.

Puoi aggiungere una tua opinione personale sulla questione specifica o su come il film la propone. Pensi che la pellicola aiuti a chiarire il problema filosofico? La storia trattata sollecita una riflessione sul tema e come? Invita il pubblico a riflettere su aspetti generalmente poco trattati del problema? In che modo il film ha aiutato te personalmente a ragionare sulla questione?

L’esercizio vuole fornire un molteplice stimolo formativo: esercitare l’esposizione scritta con un lavoro autonomo e piacevole; invitare a guardare con occhi diversi un film, abituandosi a cercare in qualsiasi opera (anche in quelle meno scontate) un’occasione per riflettere su temi fondamentali della nostra esistenza; infine, e non da ultimo, vuole offrire l’occasione di ritrovare quanto studiato nei ‘classici’ della filosofia in altre forme e linguaggi più vicini alla sensibilità di chi li sceglie.

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A proposito dello scetticismo e i suoi argomenti

Consigli di visione

Lo scetticismo è quella dottrina filosofica che mette in dubbio la veridicità della nostra conoscenza. Lo scetticismo non sostiene necessariamente che la nostra percezione della realtà sia falsa, nè che la realtà non esista, solo mette in dubbio che quanto noi conosciamo di questa realtà corrisponda al vero.

Lo scetticismo è una delle dottrine più antiche e nel corso della storia è stata ripresa innumerevoli volte da diversi pensatori. Gli argomenti più spesso utilizzati dallo scettico sono generalmente i seguenti.

1) L’argomento della fallibilità della conoscenza sensibile:

I nostri sensi sono continuamente vittima di illusioni percettive e noi non siamo sempre in grado di distinguere le percezioni illusorie da quelle vere.

2) L’argomento del sogno:

È uno dei più antichi e dei più ricorrenti nella riflessione filosofica: non riusciamo sempre a distinguere tra sogno e veglia, quindi dovremmo dubitare della nostra esperienza.

3) L’argomento del genio maligno o del super computer:

Potremmo essere vittima di un’illusione, tutta la nostra realtà potrebbe essere frutto di un artificio ad opera di un genio maligno che vuole ingannarci. In questa versione l’argomento fu formulato da Cartesio. Hilary Putnam nel ‘900 ne ripropose una versione contemporanea, sostituendo alla figura del genio maligno quella di un super computer.

Gli argomenti scettici hanno ispirato moltissime opere della cinematografia. Ve ne consigliamo due, particolarmente celebri. Provate a rivedere questi film in questa chiave. Buona visione!

The Truman Show (1998)

The Truman Show è un film del 1998 diretto da Peter Weir, su soggetto di Andrew Niccol, e interpretato da Jim Carrey.

“Truman Burbank nasce ripreso da una telecamera. Poi, per trent’anni continuerà ad esser ripreso a sua insaputa da telecamere che lo seguiranno in ogni luogo della sua vita, per strada, al lavoro, a letto. Lui non lo sa, ma fa parte di uno show televisivo. Tutto ciò che c’è intorno a lui è un set, le persone sono attori e comparse, le case, la polizia, i vigili del fuoco, tutto è set, persino l’acqua del mare è fasulla. Sua moglie e il suo migliore amico sono attori. Sopra tutti c’è Christof, dio-demiurgo-produttore, che gestisce la vita del poveretto. Naturalmente tutta l’America impazzisce per il programma verità, in virtù della regola del voyeurismo, molla televisiva irresistibile. Poi Truman ha qualche sospetto, diventa sicuro del trucco e cerca di scappare più volte.” (da https://www.mymovies.it/film/1998/thetrumanshow/ ).

  • Riprende l’argomento cartesiano del genio maligno che ci inganna: la realtà che conosciamo è vera o potrebbe essere frutto di una distorsione/finzione?

Matrix (1999)

Scritto e diretto da Andy e Larry Wachowski.

Matrix mette in scena il dubbio scettico: quella che stiamo vivendo non è altro che l’illusione creata da una macchina, siamo cervelli in una vasca attaccati ad un potentissimo computer.

Un gruppo di ribelli si organizza in una resistenza contro le macchine, nel tentativo di risvegliare l’umanità dal sogno artificiale in cui è immersa.

Matrix è ovunque, è intorno a noi. Anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti per nasconderti la verità”.

  • Riprende l’argomento dei cervelli in una vasca proposto dal filosofo Hilary Putnam: non solo la mia conoscenza della realtà potrebbe essere falsa, ma la realtà stessa potrebbe non esistere.
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Dark, Tenet e il (nuovo) paradigma del viaggio nel tempo nell’immaginario cinematografico

È da poco uscito l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet. Il film, uno spy movie fantascientifico, sta facendo molto parlare di sé: il primo grande successo internazionale post lock down è una intricata storia di viaggi nel tempo – resa da spettacolari soluzioni cinematografiche e registiche.

La pellicola richiama inevitabilmente Dark, serie televisiva tedesca di grande successo, prodotta da Netflix in tre stagioni (2017-2020). Dark e Tenet sono entrambe storie di viaggi nel tempo. Senza entrare troppo nel dettaglio (ed evitando di fare spoiler), i loro protagonisti riescono a spostarsi nel passato e nel futuro, intervenendo di volta in volta negli eventi, incontrando i loro stessi di diverse età e (apparentemente) modificando la loro storia.

Nulla di nuovo dal tipico topos dei viaggi nel tempo già descritto negli anni ’80 dal film cult Ritorno al futuro (1985)? In realtà no. Siamo di fronte a una distinta concezione del tempo, con tutte le rispettive conseguenze metafisiche ed esistenziali che ne derivano.

In Ritorno al futuro si assume una concezione lineare del tempo – quella che probabilmente più risponde alla nostra intuizione comune –, pensato come progressione di prima e dopo che non si incontrano mai, succedendosi in una retta che si potenzialmente continua all’infinito. Ogni intervento su questa linea produce una variazione nella storia e quindi crea un universo parallelo di eventi, una nuova linea del tempo. Quando Marty agisce sul proprio passato, inevitabilmente lo modifica, e genera una nuova serie temporale di eventi che produrrà un futuro diverso da quello dal quale egli è venuto.

Dark e Tenet, invece, nella differenza delle loro rispettive storie e ambientazioni, assumono entrambi una concezione circolare del tempo, in cui passato e futuro si incontrano dando via all’eterna ripetizione dell’uguale.

Viene riproposta così una comprensione del tempo tipica del mondo antico. Per gli antichi greci tutto ciò che è chiuso, finito, è compiuto, e pertanto perfetto: il finito trova nel proprio limite la propria determinazione e quindi anche la propria specifica natura o essenza. Per il pensiero greco solo qualcosa di finito è ordinato, regolato da proporzioni e quindi è misurabile, comprensibile, intellegibile. Al contrario l’infinito, l’illimitato (anche temporale) era associato all’indeterminato, a qualcosa di non compiuto e quindi di inevitabilmente difettoso. L’infinito, sfuggendo a qualsiasi misura e ordine, si apre al caos, non lo si può dominare, nè comprendere. L’uomo non può nulla contro l’infinito.

Lo spettatore moderno, tuttavia, fatica ad apprezzare questa compiutezza. Siamo abituati a pensare all’infinitezza (di tempo, denaro, felicità, ecc.) come ad una risorsa desiderabile, nella sua impossibilità. Al nostro sguardo risultano sconvolgenti i mondi di Tenet o Dark, in cui passato e futuro si ripiegano l’uno sull’altro, influenzandosi a vicenda e rendendo impossibile capire cosa abbia originato cosa o se vi sia una causa prima del tutto.

Soprattuto, però, viene da chiedersi: se l’inizio è già predeterminato dalla sua fine, il passato dal futuro, che spazio resta al libero arbitrio dell’individuo? L’uomo è davvero libero di determinare il proprio destino o è una pedina che segue la necessità del suo destino, già inesorabilmente scritto?

In gioco vi è la questione della libertà o determinatezza dell’uomo di fronte al proprio destino. Forse è questa la ragione per la quale la visione ciclica del tempo si mostra così maledettamente asfissiante agli occhi moderni: la nostra intuizione comune sembra legata all’idea che l’uomo sia libero, almeno in parte, di scegliere chi essere e chi diventare.

Fra i due topos cinematografici di viaggi nel tempo, ci appare addirittura rassicurante nel confronto lo scenario descritto da Ritorno al futuro, dove tutto aveva una sua chiara logica lineare, di progressione tra causa ed effetto.

Ritorno al futuro – in linea con il sogno americano anni ’80 – ci proponeva un soggetto protagonista della propria storia, così capace e potente rispetto alla sua esistenza da poter intervenire con anche un solo gesto significativo (ribellarsi ad un bullo, il coraggio di baciare la ragazza dei propri sogni…) a cambiare per sempre la propria vita.

Gli universi chiusi e compiuti di Dark e Tenet suggeriscono tutt’altro. Qui l’individuo, per quanto perspicace, capace, o abile, non ha per nulla il controllo della propria esistenza, neppure quando giunge a comprendere il segreto che la governa. Nemmeno la conoscenza della legge (logos) che regge la realtà gli consente il potere di intervenire su di essa. In questo, Dark e Tenet si allontanano dal pensiero greco, rivelandosi in tutta la loro postmodernità: per i loro protagonisti non c’è nessuna funzione liberatoria della ragione, nella comprensione del logos, viaggiare nel tempo e comprenderne i segreti non li rendi più liberi nè felici.

Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

American_History_X_poster

Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

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Fil(m)osofia

Questione di tempo. Tra fantascienza e ricerca della felicità

Questione tempo [About time], (2013), scritto e diretto da Richard Curtis.

La storia si apre con Tim, giovane inglese di 21 anni, che viene informato dal padre di possedere, assieme a tutti i membri maschi della loro famiglia, il dono di viaggiare nel tempo. Possono viaggiare solo a ritroso, però, nel tempo da loro effettivamente già vissuto: niente visite a Elena di Troia o possibilità di boicottare un giovane Hitler, per intenderci, ma solo la possibilità di rivivere – e modificare – eventi del proprio passato.

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Parliamo di questa pellicola in questa rubrica di ‘Fil(m)osofia’ non per indagare i paradossi metafisici di un eventuale viaggio nel tempo, ma per riflettere su un suo possibile effetto epistemico (di prospettiva, se vogliamo).

La fantasia di viaggiare nel tempo è stata molto battuta dalla cinematografia, che l’ha affrontata in alcune celebri pellicole, ma che questo film sembrerebbe lasciare inesplorata nelle sue potenzialità a prima vista più eclatanti: il protagonista non usa il suo potere per diventare più ricco, o famoso, o per modificare drasticamente il corso della propria vita.

Tim, guidato dal saggio padre, ne scopre un risvolto ben più importante, un risvolto che forse inizialmente non farà venire i brividi agli appassionati di fantascienza, ma che – a ben guardare – ci si rivela in tutta la sua straordinarietà. Tim impara ad apprezzare il proprio tempo.

Tim prova a rivivere due volte la stessa, normalissima, giornata. Mentre la prima volta si fa travolgere dalle ansie, arrabbiature, stanchezze e brutture che quotidianamente ci consumano, la seconda volta riesce ad apprezzarne la bellezza, anche nei piccoli gesti (il sorriso di una commessa, la possibilità di condividere con colleghi difficoltà e successi), e a non dare per scontato quanto di meraviglioso si ha (una moglie innamorata, dei figli, o una casa, per quanto incasinata).

Quello che ne viene stravolto è lo sguardo con cui il protagonista guarda la propria vita: la prospettiva muta, le priorità anche, alcune delle ‘piccole’ cose che tendiamo a dimenticare nella nostra quotidianità acquistano un nuovo significato, diventando quelle che non vorremmo scoprire di non avere nelle nostre vite: gli affetti, l’amore (tra partner e tra genitori e figli), l’amicizia, la gentilezza.

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Viene alla mente l’insegnamento di Epicurolo stiamo leggendo proprio in questi giorni e il rimando è inevitabile. L’antico filosofo greco, in una celebre Lettera sulla felicità (o a Meneceo), ci invita ad apprezzare il nostro tempo, a godercelo appieno, senza farci travolgere dall’ansia progettuale per il futuro, perché volenti o nolenti il futuro non è in nostro potere, o quantomeno non lo è quanto vorremmo. Dalla filosofia epicurea i latini trarranno la celebre formula Carpe diem (diventata anch’essa topos frequentato dalla cinematografia): un ‘cogli l’attimo’ che non è da intendersi esclusivamente e riduttivamente come un ‘non sprecare le occasioni’, ma come un godi appieno del presente.

Il tempo che ci è dato è finito, anche per i protagonisti di questo film che non potranno fuggire la morte, ma l’esperimento consente a Tim di trasformarsi nel perfetto epicureo: saprà apprezzare i piaceri importanti e rifuggire da quelli inutili o addirittura dannosi.

«Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.» (Epicuro, Lettera sulla felicità)

Tim non avrà, infine, neppure più bisogno di ricorrere al suo straordinario potere: avendo imparato a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, apprezzandone i dettagli, e avendo acquisito consapevolezza di ciò che conta per lui, non ha più interesse a rifare le cose, o a modificarle. Ha semplicemente trovato la sua ricetta per la felicità. Se non è un risvolto eclatante questo?!