Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Squid Game: l’etica in gioco

Serie televisiva sudcoreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. Uscita il 17 settembre 2021 su Netflix, la serie è subito diventata un successo globale, probilmente la serie ad oggi più vista al mondo.

Squid game letteralmente significa “il gioco del calamaro”, un gioco per bambini popolare in Corea, che nella serie diviene un gioco per la sopravvivenza: 456 giocatori, accettano di giocare le loro vite per denaro. Portati su un’isola a loro ignota e vestiti di verde, saranno sorvegliati per tutto il tempo da guardie mascherate e armate (vestite di rosso) e dal loro capo, il frontman, un’inquietante figura mascherata di nero. I giocatori non avranno alcun accesso al mondo esterno o via di fuga. Potranno abbandonare il gioco solo se la maggioranza di loro è d’accordo nel farlo; in quel caso, tuttavia, non sarà dato loro alcun premio in denaro.

Tre sono le semplici regole che definiscono i giochi:

  1. Il giocatore non può lasciare il gioco
  2. Se rifiuta di giocare il giocatore è eliminato
  3. I giochi possono finire se la maggioranza è d’accordo.

Le sei sfide che dovranno affrontare richiamano tutte giochi popolari per bambini – da un due tre stella, al tiro alla fune, al gioco alle biglie – ma in versione macabra: chi perde viene brutalmente eliminato. Solo chi arriverà al termine delle sei gare da vincitore potrà andarsene con il ricchissimo bottino: un montepremi di 45,6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro).

Squid Game ci propone, tra le altre cose, un laboratorio di etica, lo fa rappresentando con un linguaggio truce, a tratti estremo, dilemmi tragici della scelta morale, che tutti noi – si auspica in forme molto diverse – ci troviamo prima o poi ad affrontare nel nostro agire.

Tra le moltissime questioni etiche che solleva, emerge sin dall’inizio quella della libertà.

È un tema che ritorna spesso in Squid Game e che gioca un ruolo chiave nel giudizio che noi spettatori ci formiamo dei vari protagonisti della storia. La serie insiste molto nel farci notare che tutti i giocatori accettano liberamente di unirsi al gioco: addirittura torneranno a giocare anche quando hanno pienamente capito che la posta in gioco è la loro stessa vita. Sul finale, la mente ideatrice dei giochi, userà proprio questo argomento per difendere il proprio operato:

Non ho mai costretto nessuno a giocare a quel gioco. Sei persino tornato di tua spontanea volontà (ep. 9: Un giorno fortunato)

Sembrerebbe un argomento solido e incontrovertibile: i giocatori, tutti adulti, hanno scelto di aderire, dando per iscritto il loro consenso ai giochi. Significa pertanto che solo loro i veri responsabili di quanto accaduto e non l’artefice dei giochi?

Per rispondere a questa domanda dovremmo però porcene prima un’altra: sono queste persone veramente libere di scegliere?

I partecipanti al gioco, pur avendo storie e vite molto diverse fra loro, hanno tutti una cosa in comune: sono persone fortemente indebitate e, per questa ragione, vivono ai margini della società o sono sul punto di cadervi. Il gioco offre loro quella che pare essere l’ultima occasione di rifarsi una vita, di rimediare al passato e costruire un futuro migliore, per loro stessi o per i loro cari. Non tutti sono finiti in questa situazione per loro colpa, molti sono vittime di altri o della sventura, tutti, però, hanno perso le speranze di potercela fare da soli, con le proprie forze.

Quando sono tornato qui, ho capito che quello che dicevano era vero. La vita qui è un inferno persino peggiore (ep. 2: L’inferno)

Fino a che punto riteniamo una persona che si sente schiacciata dagli eventi, senza via di uscita (indipendentemente dal fatto che lo sia veramente), libera di scegliere come agire? È davvero ‘libero’ di scegliere l’alcolista in astinenza al quale venga offerto un alcolico o chi soffre di ludopatia di fronte ad una slot machine? E quanto è corresponsabile chi, sapendo della debolezza di chi ha di fronte, la sfrutta a proprio vantaggio?

Il problema etico che si pone è quello dell’autonomia morale dell’agente razionale. Entro quali condizioni è l’agente libero di scegliere? Possiamo ritenere disperazione, istinto di sopravvivenza e necessità di proteggere chi amiamo attenuanti alla nostra responsabilità morale? O nessuna situazione, per quanto eccezionale o drammatica, può giustificare comportamenti che riteniamo ‘immorali’?

Vi è un celebre caso storico, The Mignonette Case, che enuncia emblematicamente questo dilemma morale:

Qui per un approfondimento filosofico del caso: Justice Harvard.

La questione assume inevitabilmente anche un risvolto politico e sociale: se riteniamo, infatti, che fame e disperazione possano indurre le persone a compiere azioni illecite, al punto da ritenerle possibili attenuanti del loro agire, possiamo mostrarci indifferenti a povertà e disuguaglianze sociali? Combatterle e tentare di ridurle non diventa un dovere di tutti, anche di chi, per meriti o fortuna, si trova dall’altro lato della scala sociale?

Il tema dell’autonomia morale e della libertà di scelta cresce di complessità nel proseguo della serie. Via via che si avanza nel gioco, i giocatori verranno sempre più coinvolti nel determinare la morte dei propri compagni di gioco, diventando così sempre più corresponsabili degli omicidi.

[spoiler alert da qui in avanti]

Le prime sfide non implicano per il singolo una partecipazione morale alla morte dei compagni: nei primi due giochi, ‘un due tre stella’ e il gioco del biscotto, ognuno gioca per sé, non vince a discapito di altri. La situazione cambia drasticamente con la terza sfida, il tiro alla fune. Da lì in poi il dilemma morale dei giocatori si fa tragico: la vittoria, e sopravvivenza al gioco, è ottenuta attraverso l’eliminazione della squadra avversaria, il singolo giocatore è personalmente e attivamente coinvolto nell’azione criminale, ne diventa palesemente co-responsabile.

Ed è a questo punto che le coscienze dei vari protagonisti si dividono: tra chi accetta questa corresponsabilità e decide di farsene padrone, giocando in attacco e muovendo guerra agli altri giocatori, e chi la rifugge, sperando (e forse illudendosi) di non rendersi complice del gioco. Un’illusione che si assottiglia sempre più, lasciando intravedere tutta la tragicità della situazione.

Ne è un esempio il conflitto che viene ad un certo punto a crearsi tra due dei protagonisti della serie. A dividere e contrapporre Seong Gi-hun, il giocatore numero 456, dal suo vecchio amico di infanzia, Cho Sang-woo il numero 218, è l’agire di quest’ultimo che non esita a sacrificare i propri compagni di gioco, con la forza o con l’inganno, per guadagnare la vittoria ai giochi. Cho Sang-woo non sembra far altro che accettare fin in fondo le conseguenze della scelta iniziale di partecipare al gioco: vinco se altri perdono.

Vale anche in questo caso la considerazione iniziale circa le attenuanti alla responsabilità dei singoli? In fin dei conti, si potrebbe dire, i giocatori sono costretti ad agire in quel modo, pena la perdita della loro stessa vita. Questo l’argomento che il razionale Cho Sang-woo fa valere di fronte alle recriminazioni dell’amico di infanzia, che invece non accetta – pur non senza dubbi e sensi di colpa per la propria ipocrisia – di contribuire attivamente alla morte dei compagni al di fuori delle partite giocate.

C’è un’alternativa possibile al “mors tua vita mea”?  

Socrate ci ha mostrato di sì: meglio subire il male che agirlo, anche se a discapito della propria vita. Il Socrate che accetta da innocente la condanna a morte rifuggendo la fuga ci insegna che l’integrità morale di una persona, la sua dignità di essere razionale e morale vale di più della propria vita.

Essere dei nuovi Socrate è difficile, e il protagonista lo sa bene, ha scelto anche lui di salvarsi mentendo al proprio rivale. Lo ha fatto con un anziano solo, già condannato a morte imminente da un tumore; è tuttavia questa un’azione meno grave di quella dell’amico che ha ingannato un giovane padre di famiglia?

La serie ci offre molti esempi di come l’essere umano possa reagire di fronte a scelte moralmente difficili: ciascuno dei diversi personaggi è moralmente ben caratterizzato, non semplicisticamente, in bianco e nero, ma in tutta la complessità e nelle molteplici sfumature che la coscienza morale può assumere e mutare via via che si modificano le situazioni esterne e il contesto che ci provoca.

filosofia pubblica, metafilosofia

Vi è un “diritto alla filosofia”?

Come è noto la filosofia in Italia viene insegnata solo all’ultimo triennio dei licei, non è presente nelle altre scuole superiori di primo e secondo grado e manca del tutto nella scuola Primaria. Le ragioni di ciò affondano in una precisa concezione di scuola e di società, che risale agli inizi del ‘900 a Gentile, e oggi può e deve essere messa in discussione.

Gli appelli a portare la filosofia anche al di fuori dei licei si ripetono da anni, se a livello centrale di politica scolastica sono per lo più rimasti inascoltati, non è così nella pratica. Numerosissime e di grande efficacia formativa didattica sono le iniziative che hanno introdotto la filosofia negli istituti tecnici – cito il lavoro di Enrico Liverani ad esempio[1] – o ai bambini della scuola dell’Infanzia e Primaria – si guardi al mondo in continua evoluzione della Philosophy for Children.

A muovere queste proposte vi è l’idea che la pratica della filosofia – fatta in un certo modo, che andrebbe naturalmente esplicitato e definito – sia formativa di tutta una serie di abilità e competenze trasversali imprescindibili per lo studente di qualsiasi disciplina e per il cittadino di domani. Il fare filosofia implica, tra le altre cose, la capacità di problematizzazione e critica del dato, di analisi di una questione complessa, di fare inferenze logiche corrette, la pratica di una buona argomentazione, l’ascolto attivo dell’altro, la consapevolezza di sé e dei propri limiti o condizionamenti e il sapere riconoscere quelli altrui. Tutte competenze dall’indubbio valore cognitivo, ma anche etico-politico[2].

Interessante sarebbe allora sviluppare l’idea di un “diritto alla filosofia” degli adulti come dei bambini.

Se guardiamo, ad esempio, alla Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia (1989) troviamo negli articoli 12, 13 e 14 il richiamo ai seguenti diritti:

  • “il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa” (Art. 12),
  • “il diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo” (art. 13)
  • “il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione” (Art. 14).

Eppure non basta una libertà negativa, cioè l’assenza di impedimenti esterni, per poter garantire questi diritti ai bambini, serve una libertà positiva: serve dotare i bambini degli strumenti necessari per esercitare questi diritti.

Ecco, allora, che la filosofia, intesa come pratica volta a formare ed esercitare le competenze necessarie ad un pensiero autonomo e consistente e un’argomentazione efficacie, diviene a tutti gli effetti un diritto esigibile.

#dirittoallafilosofia #didattica #formazione #publicphilosophy #metafilosofia


[1] https://www.corriere.it/scuola/secondaria/21_maggio_26/insegnare-filosofia-istituti-tecnici-professionali-si-puo-ecco-come-7509bf1e-be0c-11eb-a5e7-170774e96424.shtml

[2] Si aprirebbe qui la questione di quale didattica della filosofia per quale tipo di formazione, discorso che non possiamo affrontare nel breve spazio di questo post e che rinviamo ad altri interventi. La letteratura sulla didattica della filosofia e sui suoi esiti formativi è vastissima. Come primo possibile riferimento si veda “Comunicazione filosofica” rivista di didattica della filosofia a cura della SFI, Società Filosofica Italiana.

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Debate: quando l’argomentazione non funziona

Terzo incontro di formazione docenti del corso “Introduzione al Debate”.

In questa occasione ci siamo occupati di quando le cose non vanno come dovrebbero: quando, ossia, l’argomentazione non funziona.

«Per essere completa, la filosofia del ragionamento deve comprendere tanto la teoria del cattivo ragionamento quanto la teoria del ragionamento buono

(J.S. Mill, Sistema di logica, 1843)

Le fallacie logiche

«La logica è reale, e spesso governa le nostre relazioni umane. Molte calunnie e molti stereotipi funzionano proprio in questo modo, attraverso inferenze fallaci. La capacità di smascherare le fallacie è una delle cose che rende degna la vita democratica»

(M. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2010, p. 75)

Abbiamo esaminato alcune fra le principali incoerenze argomentative, le fallacie logiche, riflettendo sul fatto che – per quanto non validi logicamente – le fallacie possano essere comunque argomenti persuasivi, soprattutto se chi li ascolta non è in grado di valutarne la solidità.

Bias e pregiudizi: elementi di psicologia della (dis)informazione

Non basta, tuttavia, saper evitare e riconoscere le fallacie logiche nei propri ragionamenti e in quelli altrui. Anche l’argomentazione coerente e logicamente fondata può a volte comunque non essere sufficiente a generare un dialogo costruttivo tra individui o a provocare una revisione critica delle proprie opinioni. Questo capita molto più spesso di quanto forse non saremmo disposti ad ammettere ed a causa di alcune distorsioni del nostro giudizio, i bias cognitivi.

Abbiamo esaminato cosa sono i bias cognitivi e come agiscono, condizionandola in modo irriflesso, la nostra capacità di giudizio.

Neutralizzare i propri bias è possibile?

Si è quindi concluso l’incontro con una riflessione sulla possibilità di neutralizzare bias e mancanze nel nostro giudizio. Forse evitarli non è sempre possibile, ma imparare a conoscerli e a riconoscerli (in noi stessi e negli altri) ci aiuta quantomeno a prendere consapevolezza dei limiti della nostra ragione [ne abbiamo discusso qui].

Un esercizio di modestia cognitiva che ci mette in guardia dalle facili risposte e dalle convinzioni indiscusse: presupposto necessario per ogni bravo debater!

Evento, filosofia pubblica

Post-verità e Fake news: laboratorio filosofico online

Si inizia venerdì 9 aprile, per cinque serate ragionemeremo insieme sul concetto di verità e i suoi nemici.

Non sono richieste conoscenze filosofiche pregresse!

Per info scrivi a info.filosoficamente@gmail.com o vai sul sito Auser Cremona: http://www.auserunipopcremona.it/corsi/fake-news-e-post-verita-la-sfida-odierna-alla-nozione-di-verita/

consigli di lettura, didattica della filosofia, filosofia pubblica

Filosofia per immagini: La meravigliosa vita dei filosofi di Masato Tanaka

UN LIBRO ORIGINALE E VISIONARIO PER RISCOPRIRE LA FILOSOFIA
2600 ANNI DI STORIA DEL PENSIERO SPIEGATI PER IMMAGINI

Oltre 200 concetti cardine della storia del pensiero occidentale tradotti in immagini vivide, concrete e innovative, capaci di trasformare processi mentali di grande complessità e astrazione in un racconto straordinario alla portata di tutti.

Vallardi Editore, 2018

https://www.vallardi.it/catalogo/scheda/la-meravigliosa-vita-dei-filosofi-libro.html

Masato Tanaka è un artista e scrittore nato in Giappone nel 1970. Con questo lavoro ha rappresentato concetti e teorie della storia del pensiero in visioni e immagini che potessero parlare a tutti.

Un libro per scoprire e riscoprire la storia della filosofia in un linguaggio diverso, più accessibile, ma non banalizzante. Settanta filosofi, da Talete a Negri, spiegati in modo semplice, in quella che si presenta come un’importante opera divulgativa del pensiero filosofico, utile anche a finalità didattiche.

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I processi alla storia: Napoleone, colpevole o innocente?

Nei giorni in cui la Francia discute se si sebba celebrare, ed eventualmente come, il bicentenario dalla morte di Napoleone, riproponiamo uno spettacolo teatrale del 2015: “Napoleone Bonaparte: colpevole o innocente?”, presso il Centro d’arte contemporanea Carcano.

Lo spettacolo è parte del format “Personaggi e protagonisti, incontri con la Storia”, a cura di Elisa Greco, che ha portato al banco degli imputati numerosi protagonisti della storia e della politica, come Giuseppe Garibaldi, Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair, Artemisia Gentileschi, Erasmo da Rotterdam, Lucrezia Borgia, Francois Mitterrand, Helmut Kohl.

Gli spettacoli hanno registrato un grande successo di pubblico, sempre coinvolto nell’emissione del verdetto, e offrono un interessante stimolo anche didattico all’approfondimento delle vicende e della vita di personaggi storici.

Ci pongono, infine, la questione storiografica e filosofica su fino a che punto sia possibile comprendere e giudicare con le categorie dell’oggi personaggi del passato.

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L’errore del tacchino induttivista

Il tacchino induttivista è la storiella che Bertrand Russell, logico e matematico nel ‘900, propose la per spiegare i limiti dell’induzione.

L’induzione è uno dei procedimenti cardine del nostro pensiero: lo applichiamo in continuazione nel nostro ragionamento quotidiano, ogniqualvolta formuliamo ipotesi a partire da dei dati.

Per Aristotele, l’induzione era uno dei due principali procedimenti conoscitivi, contrapposta alla deduzione. L’induzione è l’operazione di risalire dal particolare all’universale, per astrazione: ogni volta che faccio sport mi sento meglio (considerazione particolare), quindi induco che lo sport faccia sempre bene (teoria universale).

Mentre la deduzione parte dall’universale, dal concetto, per dedurre delle conseguenze: dal concetto di triangolo posso dedurre che la somma degli angoli interni sia di 180°.

Già Aristotele aveva fatto notare, tuttavia, che per quanto comune fosse il procedimento induttivo, non ci possa dare certezza delle nostre conclusioni: non si può generalizzare dal particolare all’universale.

Potrebbe sempre capitare, infatti, che in quella data situazione fare sport non mi faccia bene. Potrebbe succedere di fare una nuova esperienza, che smentisca quanto esperito sino ad allora. Con la sola induzione, quindi, non è possibile fondare un ragionamento scientifico.

In epoca moderna scienziati come Bacone e Galilei tornerranno sul problema, ma sarà soprattutto David Hume a riflettere sui limiti dell’induzione: l’induzione è alla base del nostro modo di comprendere il mondo, c’è in noi la tendenza a ragionare induttivamente e ad affidarci a quanto abbiamo esperito in passato per anticipare quanto vivremo in futuro. Lo facciamo, spiega Hume, per abitudine e perchè diamo per scontato che la natura sia uniforme e si comporterà sempre allo stesso modo. Eppure, non c’è nulla nelle cose di cui facciamo esperienza che ci garantisce ciò: siamo abituati al fatto che la mattina sorga il sole, ma potrebbe essere che domani non sia così.

Hume coglie una falla importante nel procedimento induttivo: per quanti cigni bianchi io abbia visto, non posso indurre la tesi generale che tutti i cigni siano bianchi. Questa ipotesi era valida per gli europei del XV secolo, ma non lo sarà più per gli europei che giunti in Australia faranno esperienza di cigni di colore nero.

Allo stesso modo, l’errore del tacchino induttivista è stato quello di assumere che quanto ha esperito in passato si ripeterà necessariamente anche in futuro, un errore che commettiamo tutti molto spesso, ma al quale dovremmo prestare attenzione se non vogliamo fare la stessa fine.

filosofia pubblica

La tirannia del merito

Abbiamo parlato spesso di merito, dei suoi limiti e contraddizioni, provando a mostrare la problematicità di questa nozione – contrariamente al linguaggio comune che tende ad assumerla sempre e solo come valore certamente positivo e aproblematico.

Abbiamo visto come sia anzitutto molto complesso dare una definizione di ‘merito’ (Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico), come non tutto ciò che riteniamo meritevole sia misurabile e non tutto ciò che misuriamo (valutiamo) sia effettivamente l’esito di meriti personali (Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito), e come il merito non riesca a combattere le disuguaglianze funzionando da ascensore sociale, almeno non quanto vorremmo (Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?).

In questo breve video di animazione, Michael Sandel, auterovole filosofo morale e politico (Harvard University), e una delle voci oggi più celebri nel panorama della filosofia pubblica e della divulgazione filosofica, spiega in modo semplice e accessibile a tutti alcune delle insidie del concetto di ‘merito’.

Buona visione!

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Utopia 25: l’assenza di ostacoli rende l’individuo infelice?

Si parlava con alcuni studenti di IV liceo del tema del male e della teodicea. Nel medioevo e nella filosofia moderna teologi e filosofici si interrogarono a lungo sulla possibilità di giustificare la presenza del male: come possibile, se esiste un Dio onnipotente e buono, che vi siano dolori, sofferenze e malvagità nel mondo?

La risposta dei ragazzi a questa domanda è stata – per lo più unanime – che il male è necessario per poter apprezzare e conquistare il bene.

A supporto della loro tesi, alcuni di loro hanno citato un celebre esperimento degli anni ’60: noto come Utopia 25.

L’esperimento condotto su una colonia di topi era in realtà teso a misurare gli effetti della sovrappopolazione in una comunità, ma i miei studenti lo hanno letto come un esperimento sulla ‘felicità’.

Sì, perché i topi dell’esperimento avrebbero dovuto essere felici, senza problemi di alcun tipo (niente predatori, niente bisogno di procacciarsi cibo, nessuna difficoltà a trovare partner con cui procreare, ecc.). Eppure, a lungo andare i topi hanno mostrato distorsioni comportamentali: aggressività, autolesionismo, isolazione, apatia, ecc., provocando la lenta ma inesorabile estinzione della loro colonia. L’esperimento si è concluso dopo circa 5 anni dal suo inizio con la morte dell’ultimo topo della colonia.

La lettura data dai ragazzi all’esperimento ritiene la mancanza di problemi e difficoltà causa della mancanza di stimoli e ragioni per vivere. Per i miei studenti era chiaro che l’assenza di problemi di qualsiasi tipo avrebbe a lungo andare reso l’individuo apatico, senza motivazione, privo di stimoli per la sua stessa sopravvivenza. Quanto successo alla colonia di topi mostrava – a loro parere – quanto potrebbe succedere all’uomo nelle stesse condizioni di assenza totale di sfide o difficoltà.

L’assunto implicito di questa posizione è che la felicità sia qualcosa da conquistare continuamente, il frutto di piccole o grandi vittorie, o scampati pericoli, certamente non qualcosa di dato una volta per sempre. Nemmeno gli affetti, una tranquilla vita sociale o famigliare, sembrano a questo proposito sufficienti a motivare l’individuo ad una vita serena, pacata e priva di difficoltà.

Secondo questo modo di vedere la natura umana, allora, il male e la sofferenza diventano un ingrediente imprescindibile per una vita degna di essere vissuta, piena di significato e di un qualche volere. Una posizione che forse non tutti si aspetterebbero da un gruppo di adolescenti.

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Digital World: Luciano Floridi

Segnaliamo qui una puntata di Digital World – Le voci: Luciano Floridi – RaiPlay

Un breve documentario (26 minuti) monografico sul lavoro di ricerca di uno dei grandi pensatori del nostro tempo, il Prof. Luciano Floridi (Oxford). Un’occasione per comprendere in un linguaggio semplice e accessibile alcune delle principali sfide del nostro tempo.

“Una puntata interamente dedicata al filosofo Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli del panorama internazionale: accademico di Oxford, consulente di Google, divulgatore e generatore di neologismi come infosfera, quarta rivoluzione, iperstoria e onlife. Le sue riflessioni coprono un orizzonte molto vasto di temi: parleremo di dati, di privacy, di etica, di intelligenza artificiale e di tanto altro. Conduce Matteo Bordone Regia di Giancarlo Ronchi”

[Link nell’immagine]

Digital World _ Le voci: Luciano Floridi (26 min)

Noi aggiungiamo a questo contenuto video un piccolo esercizio di analisi e comprensione, da utilizzare a scuola o per chiunque volesse esercitarsi in un ascolto attivo.

Attività didattica _Esercizio di comprensione: ascolta il video e prova a rispondere a queste domande.

  • In che modo ‘paghiamo’ i servizi gratuiti offerti dai social e quali problemi pone questa gratuità?
  • Floridi parla di “economia dell’attenzione”: che cosa significa?
  • Si può regolamentare internet? Cosa non può fare la politica oggi e cosa invece potrebbe e, soprattuto, dovrebbe fare secondo Floridi?
  • Cosa significa ‘digital divide’? Quali conseguenze sociali ha?
  • Le nuove tecnologie hanno portato, con la quarta rivoluzione, un importante insegnamento all’uomo che sembra aver perso del tutto la propria centralità. Cosa significa e quale diversa prospettiva propone Floridi?
  • Stupidità umana e artificiale: in che modo le macchine sono ‘stupide’? Quali sono per Floridi i limiti principali della loro intelligenza?
  • Come l’intelligenza artificiale può condizionare le nostre scelte? Cosa dovremmo fare?

La tua opinione:

  • Quale aspetto, fra quelli toccati dal Prof. Floridi, dell’impatto del mondo digitale sulle nostre vite ti ha maggiormente colpito?
  • Floridi ad un certo punto nel video auspica che la politica intervenga nel definire la ‘direzione’ dello sviluppo tecnologico. A tuo parere, quale direzione dovrebbe dare la politica oggi alle nuove tecnologie, a quale scopo dovremmo mirare per il nostro prossimo futuro, o quale deriva si dovrebbe evitare?