didattica della filosofia, filosofia pubblica

Il numero fa la forza, fa anche la verità?

Terzo incontro ieri con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema per discutere e ragionare insieme di verità (laboratorio filosofico: Fake news e Postverità).

Questa volta l’abbiamo fatto adottando la prospettiva dell’epistemologia sociale e chiedendoci in che modo, ed eventualmente fino a che punto, l’influenza degli altri può determinare il nostro rapporto con la verità.

Siamo partiti dal problema filosofico della testimonianza: la questione è stabilire se la testimonianza di altri possa valere come conoscenza e, se sì, sotto quali condizioni. Ci si chiede, inoltre, se questo tipo di conoscenza abbia un valore epistemico inferiore rispetto all’esperienza diretta.

Molti elementi possono minare l’affidabilità della testimonianza: dalla qualità della comunicazione, all fiducia del destinatario nel mittende, alla incerta neutralità del mezzo di comunicazione. Ci siamo soffermati, fra tutti questi elementi e molti altri, sulla questione dell’onestà del testimone: quanto siamo onesti? In quali occasioni tendiamo ad assecondare la tentazione di mentire e per quali ragioni?

Per ragionare su questi temi ci siamo serviti dei risultati delle ricerche che Dan Ariely, psicologo comportamentale, ha mostrato nel docufilm (Dis)Honesty – The Truth About Lies (2015).

Nella seconda parte del laboratorio, abbiamo trattato la questione del conformismo, chiedendoci quanto la pressione del gruppo possa influire sulla nostra percezione del vero.

Celebri, a questo riguardo, gli esperimenti che lo psicologo polacco-americano Solomon E. Asch (1907-1996) ha condotto nei primi anni ’50, sugli effetti della pressione di gruppo. Con le sue ricerche, Asch dimostra che la tendenza al conformismo è presente in tutti noi e agisce, più o meno consapevolmente, non solo influenzando le nostre decisioni e azioni, ma addirittura portandoci in alcuni casi a rifiutare l’evidenza delle nostre percezioni.

consigli di lettura, filosofia pubblica

Altre menti: cosa ne sappiamo e cosa non potremo mai sapere

«Quanto sai davvero di quello che avviene nella mente di chiunque altro?».

Con questa domanda Thomas Nagel apre il secondo capitolo di Una brevissima introduzione alla filosofia (1987), dedicato al problema filosofico delle Altre menti [ne stiamo discutendo qui].

Come possiamo sapere se quello che provano gli altri quando mangiano del gelato al cioccolato, ad esempio, è lo stesso – o quantomeno simile – a ciò che proviamo noi? Non è solo una questione di gusti, in gioco vi è la domanda circa la comparabilità stessa delle esperienze, e anche di più.

Ma procediamo per gradi. Su cosa fondo la mia intuizione che la correlazione stimolo-esperienza sia simile tra individui differenti? Certamente non sul linguaggio, perché potremmo aver imparato a chiamare ‘rosso’ o ‘amaro’ gli stessi stimoli, ma questo non è garanzia del fatto che l’esperienza del rosso o dell’amaro sia la stessa tra individui. Nemmeno la correlazione tra stimolo e organi di senso è garanzia del fatto che l’esperienza soggettiva sia la medesima.

Seguendo questo filo di ragionamenti, dalla conoscibilità delle altre menti o coscienze, si può giungere a problematizzare la loro stessa esistenza.

«Se continuiamo su questa strada alla fine essa conduce allo scetticismo più radicale su tutto ciò che è relativo a altre menti. Come fai anche a sapere che il tuo amico è cosciente? Come fai a sapere che vi sono altre menti oltre la tua?»

Questa domanda si può porre in molti modi. Così come non posso essere certa che l’altro essere umano abbia una coscienza (potrebbero essere macchine sofisticatissime come nel miglior o peggiore scenario fantascientifico), non potrei forse anche chiedermi se altri esseri invece ce l’abbiano? Probabilmente pochi di noi avrebbero difficoltà a concedere che diversi animali abbiano coscienza – dovremmo naturalmente capirci su questo termine e le sue implicazioni. Forse qualcuno in più dubiterebbe che invertebrati possano averla, o addirittura vegetali. E che ne è dei computer e dei sistemi di intelligenza artificiale?

La questione circa la possibilità per una macchina di sviluppare coscienza ha impegnato la riflessione filosofica almeno da Cartesio in poi, diventando a partire da Turing una delle grandi problematiche del ‘900, molto battuta anche dalla letteratura di fantascienza (fra tutti Asimov) e dal cinema (giusto per dare un paio di titoli: Ex-Machina[2015] e A.I. Intelligenza Artificiale [2001]).

Non meno interessante, tuttavia, è l’interrogativo a proposito della coscienza di altri esseri viventi. In questo libro, Altre menti: il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, Adelphi 2018 (ed. orig. 2016), Peter Godfrey-Smith, filosofo della scienza presso l’Università di Sydney, affronta la questione con uno sguardo a una specie vivente curiosa, che probabilmente non definiremmo ‘intelligente’ e che pure ci sa sorprendere per il suo comportamento complesso e sofisticato: i polpi. Non è possibile, si chiede Godfrey-Smith, che anche la mente abbia subito un processo evolutivo simile a quello di altri organi? E che quindi anche specie animali molto lontane dalla nostra abbiano sviluppato una loro forma di coscienza?

Altre menti2

Tornando allora a Nagel e alle sue domande:

«Quindi la questione è: cosa puoi veramente sapere sulla vita cosciente in questo mondo oltre al fatto che tu stesso hai una mente cosciente?  È possibile che vi sia molta meno vita cosciente di quella che assumi (nessuno eccetto la tua), o molta di più (anche in cose che assumi essere incoscienti)?»

Anche ammesso che gli studi biologici giungano a dimostrare che i polpi abbiano una qualche forma di esperienza cosciente, resta il fatto che noi non potremo mai sapere cosa di prova ad essere polpi, o robot, o pipistrelli. Questo, come ci ha insegnato proprio Nagel in un altro suo celebre lavoro, What is like to be a bat? (“The Philosophical Review”, 1974), rimarrà per noi sempre un mistero: i limiti dell’esperienza soggettiva sono invalicabili.

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Introduzione alla filosofia I

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. A partire da un testo, si viene condotti nell’esame di alcune questioni filosofiche attraverso la discussione in gruppo. Si lavora sull’argomentazione, provando a riconoscere buoni da cattivi argomenti, smascherando assunzioni e pregiudizi impliciti nelle opinioni di ciascuno, ed esercitando la capacità di analisi di questioni complesse.

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone), non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Il testo scelto è la celebre introduzione alla filosofia di Thomas Nagel. L’opera è ormai un classico della divulgazione filosofica, Nagel riesce con un linguaggio semplice ma preciso a presentare alcune delle più grandi domande filosofiche: come conosciamo qualcosa, il problema delle altre menti, il problema mente-corpo, la natura del linguaggio, il libero arbitrio, il fondamento della moralità, l’idea di giustizia sociale, la natura della morte, il significato della vita.

«Questo libro è una breve introduzione alla filosofia per persone che del soggetto ignorano i rudimenti. […] Questa è una introduzione diretta a nove problemi filosofici, ciascuno dei quali può essere compreso in se stesso, senza riferimento alla storia del pensiero. Non discuterò i grandi scritti filosofici del passato o lo sfondo culturale di quegli scritti. Il nucleo della filosofia sta in certe questioni che lo spirito riflessivo umano trova naturalmente sconcertanti, e il modo migliore per cominciare lo studio della filosofia è pensarci sopra direttamente. Una volta fatto ciò, si è nella posizione migliore per apprezzare il lavoro di altri che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi.»

Nagel, una brevissima introduzione_

Come funziona:

Useremo Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Una selezione di brani verrà inviata via mail agli iscritti.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Tematica Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Come conosciamo qualcosa Venerdì 10 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 9 luglio

Ore 20.30-22

Il problema delle altre menti Venerdì 17 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 16 luglio

Ore 20.30-22

Il problema mente-corpo Venerdì 24 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 23 luglio

Ore 20.30-22

La natura del linguaggio Venerdì 31 luglio

Ore 14-15.30

Giovedì 30 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

 

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

Evento, filosofia pubblica

Filosofia d’estate: laboratorio filosofico online

Esercizi di dialogo filosofico: per fare filosofia con i bambini

Che cos’è un laboratorio filosofico:

È un momento di riflessione e dialogo razionale guidato. Lo scopo specifico di questa proposta è avvicinare insegnanti ed educatori alla pratica del far filosofia con i bambini, e consentire a chi già la conosce di affinare tecniche e strategie operative facendo esperienza di momenti di dialogo filosofico con adulti e colleghi. Può essere anche un lavoro preparatorio per sessioni da portare in classe.

Lavoreremo su un bellissimo racconto illustrato, appositamente pensato per fare filosofia con i bambini: A. Sátiro, La coccinella Isabella, edizioni Junior 2004. Leggeremo insieme il testo, e a partire da questo si discuteranno le questioni emerse in un momento di dialogo guidato. Alla fine, ragioneremo insieme su quanto fatto (metacognizione), provando a ricostruire il percorso che ha preso il nostro ragionare collettivo, le eventuali risposte individuate e le molte domande aperte.

La coccinella isabella

Il laboratorio è aperto a tutti gli interessati (sino ad un massimo di 8 persone),

non sono necessarie conoscenze filosofiche pregresse.

Come funziona:

Ci troviamo a cadenza settimanale, a distanza, usando Zoom. Vi basterà scaricare l’app gratuita Zoom Cloud Meeting (https://zoom.us/meetings ). Riceverete alla mail da voi indicataci un invito prima di iniziare il nostro incontro, dovrete cliccare sul link e accettare di unirvi all’incontro (“Join Meeting”).

Non è necessario l’acquisto del libro.

Sono possibili due opzioni, una pomeridiana ed una serale. Gli incontri partiranno se si raggiunge un numero minimo di 4 iscritti, per un numero massimo di 8. Al momento della prenotazione, indicare l’opzione scelta.

Gruppo pomeridiano Gruppo serale
Martedì 7 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 8 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 14 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 15 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 21 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 22 luglio

Ore 20.30-22

Martedì 28 luglio

Ore 14-15.30

Mercoledì 29 luglio

Ore 20.30-22

 

Quanto costa:

40 euro per 4 incontri da 1,5 ore ciascuno, per un totale di 6 ore.

Come iscriversi:

Per prenotarsi, o per ulteriori informazioni scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

www.filosoficamentelab.com ; https://www.facebook.com/filosoficamente.lab/

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Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Gran parte del favore che incontra il principio del merito è dovuto al fatto che dovrebbe essere un principio contrario ai privilegi e a status sociali ereditari, consentendo in teoria a tutti di poter accedere a beni e posizioni sulla base unicamente di alcune sue capacità o competenze dimostrate. È davvero così? Il merito è davvero in grado di superare le disuguaglianze promuovendo l’equità tra cittadini? Ne abbiamo discusso nel terzo modulo tematico del nostro percorso didattico sul merito.

Siamo partiti dalla questione di come definire il merito e quali criteri adottare per valutarlo (primo modulo), per poi passare all’esame di alcune critiche al principio del merito che, contrariamente al sentire comune, sarebbe per gran parte determinato da fattori contingenti o indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra fatica (secondo modulo). Ora si tratta di vedere quanto l’applicazione di questo principio riesca effettivamente a neutralizzare privilegi e discriminazioni, ponendosi come valido strumento di mobilità sociale.

La letteratura sul tema è infinita. Numerosi studi mostrano come gli studenti provenienti da strati sociali benestanti ottengano mediamente risultati migliori. Si veda ad esempio questo grafico, riportato in un recente articolo nel New York Times, in cui si mostra la distribuzione per reddito degli studenti delle scuole americane: i più ricchi riescono ad accedere per la grande maggioranza nelle scuole di élite, mentre i più poveri finiscono per la maggior parte nelle scuole senza selezione.

Reddito e merito

 

Statistiche come queste ci mettono di fronte all’evidenza che il merito è in gran parte determinato del contesto sociale di appartenenza. Giovani appartenenti ad una classe sociale alta avranno accesso alle risorse educative migliori, potranno facilmente ottenere sostegno in caso di necessità, e difficilmente dovranno sacrificare il tempo per lo studio e la loro formazione ad altre esigenze. Al contrario, chi nasce in un ambiente povero e culturalmente svantaggiato dovrà faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati.

merito e società

Non solo la disuguaglianza economica e sociale, ma anche discriminazione e pregiudizi costituiscono un ostacolo importante all’applicazione neutrale del principio del merito. A partire dai celebri studi di Daniel Kahneman sui bias cognitivi (ne abbiamo parlato qui), molti studi hanno confermato che la nostra valutazione su cosa o chi sia meritevole o meno sia influenzata da pregiudizi e stereotipi che impediscono di fatto la piena neutralità e razionalità di giudizio.

Drammatici i risultati di uno studio del 2016 (K. DeCelles, S. Kang, Whitened Resumes: Race and Self-Presentation in the Labor Market, in “Administrative Science Quarterly”, 2016), che mostra come studenti asiatici abbiano il doppio di possibilità di venir chiamati per un colloquio di lavoro se nascondono la loro identità asiatica nel CV, percentuale che arriva al triplo di possibilità in più per gli studenti afroamericani che hanno “sbiancato” (whitened) il loro curriculum.

merito e discriminazione

 

A parità di titoli e di merito, pregiudizi e stereotipi razzisti fanno a tutt’oggi la differenza.

La questione è discussa da tempo, nel 1958 nel saggio “Crisi in Education” Hannah Arendt sosteneva che la meritocrazia contraddice il principio di equità, tanto quanto ogni altra oligarchia. La gara è giusta (fair), come ci piace immaginare che sia, solo se si parte tutti dallo stesso punto di via, altrimenti il principio del merito non fa altro che perpetuare la forbice della disuguaglianza sociale, tradendo di fatto chi crede di poter giocarsela ad armi pari.

merito e equità

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Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

[Segue: 3/ Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?]

filosofia pubblica

Alla ricerca della felicità. Fare filosofia a distanza: l’esperienza di un gruppo di lettura online

Si è conclusa ieri sera l’iniziativa ‘Pillole di felicità’, un gruppo di lettura a distanza. L’idea, nata come esperimento in tempo di quarantena, era quella di mettere la filosofia e il dialogo filosofico a disposizione come pungolo, sostegno, o anche solo distrazione di chi volesse in questi tempi difficili.

“Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.”

Ci siamo incontrati ogni venerdì, per sei settimane, e insieme abbiamo letto e commentato la Lettera sulla felicità (o a Meneceo) di Epicuro.

Locandina gdl2_felicità

La ricetta di Epicuro, vecchia più di 2000 anni, offre soluzioni potenti, solo apparentemente semplici. È difficile godere del proprio tempo senza farsi prendere dall’ansia per un futuro che è solo parzialmente in nostro controllo; difficile discernere un piacere salutare e utile al nostro benessere da uno nocivo; difficile, soprattutto, conoscere – come Epicuro ci invita a fare – le cause delle nostre scelte e dei nostri piaceri.

Tuttavia, Epicuro è stato un ottimo pretesto, una perfetta pietra di paragone o di inciampo, che ci ha permesso di prendere le misure – almeno un po’ – di quella che è la nostra idea di felicità. Molti gli assunti impliciti, le convinzioni irriflesse che il dialogo e la ricerca insieme hanno fatto emergere.

Abbiamo trovato la felicità?

Forse no, o forse in parte. Sicuramente ci abbiamo riflettuto su, acquisendo ognuno di noi maggiore consapevolezza di ciò che più ci muove. Ma se Epicuro ha ragione quando ci ammonisce che «non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto», allora il nostro lavoro ci dovrebbe aver messo almeno sulla buona strada.

filosofia pubblica

Cosa hanno da insegnarci un’oca, una pecora e un maiale sulla felicità?

Come siamo arrivati a disturbare un’oca, una pecora e un maiale per ragionare di felicità?  Proviamo a ricostruire il filo del discorso.

Venerdì scorso, 17 aprile, nel nostro consueto incontro con il gruppo di lettura a distanza “Pillole di felicità”, abbiamo discusso il secondo precetto di Epicuro per trovare la felicità: non temere la morte. Il primo precetto epicureo è non temere gli dei.

L’idea della morte costituisce per noi «il più atroce di tutti i mali» – riconosce il filosofo – la temiamo, il suo pensiero ci turba al punto che il più delle volte ne rifuggiamo. Eppure, argomenta Epicuro: «Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi». Perché temere un qualcosa che non incontreremo?

È chiaro che Epicuro non crede nell’immortalità dell’anima o in una vita dopo la morte: noi conosciamo solo ciò di cui facciamo esperienza tramite i sensi e poiché con la morte i nostri sensi verranno meno, di essa non faremo esperienza.

È il pensiero della morte, dunque, non la morte stessa, che ci procura dolore:

«Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa».

(Epicuro, Lettera a Meneceo)

Insegnamento che dovremmo estendere a qualsiasi altra preoccupazione di qualcosa che ha da venire.

Non sta allora forse meglio l’animale o lo stolto che non si cura del pensiero della morte – o di alcun che –, vivendo in piena serenità il proprio presente? Siamo sicuri che siano loro gli sciocchi o non piuttosto, come sagacemente ci pungola Epicuro, gli uomini che si dannano per qualcosa che ancora non c’è e che quando arriverà potrebbe non creare loro alcun male?

Viene in mente l’oca di Guido Gozzano:

 

Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca

gracidante alla riva del canale?

Pare felice! Al vespero invernale

protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:

né certo sogna d’essere mortale

né certo sogna il prossimo Natale

né l’armi corruscanti della cuoca.

O papera, mia candida sorella,

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!

Che l’essere cucinato non è triste,

triste è il pensare d’essere cucinato.

(G. Gozzano, La differenza, 1907)

Oca felice

Cosa ci insegnano gli animali sull’uomo? E cosa ci vuole dire Epicuro? Probabilmente che buona parte del dolore e delle preoccupazioni che proviamo sono dovuti alla proiezione di un’idea, all’attesa per qualcosa, più che all’effettiva esperienza di quel dolore.

A differenza dell’oca (per quello che ne sappiamo), l’uomo vive proiettato nel futuro, ed è questa sua proiezione a causare gran parte del suo dolore. Riuscire ad apprezzare il presente, ad esserne pienamente immersi, potrebbe invece aprirci un orizzonte di serenità.

Un pensiero simile era sorto anche a Nietzsche guardando all’esistenza pacifica e imperturbabile che vive un gregge di pecore:

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, 1874.)

 

Eppure, ci siamo chiesti, possiamo davvero fare a meno di tendere verso qualcosa che verrà? Non è forse questo stesso meccanismo di attesa, anticipazione, progettazione di un futuro, per quanto ipotetica e fallace nella sua capacità predittiva, fonte di gran parte della gioia e felicità dell’uomo?

Accetteremmo di vivere totalmente e pienamente assorbiti nel presente, come le oche di Gozzano o le pecore di Nietzsche? Sarebbe una felicità altrettanto piena di quella che prova l’uomo quando, seppure saltuariamente, realizza qualcosa che ha a lungo desiderato e per la quale ha duramente lavorato?

C’è un terzo celebre animale della tradizione filosofica che forse può aiutarci nel nostro ragionamento: il maiale di J.S. Mill. Non ha forse egli qualcosa da insegnarci quando ci rammenta che, dopotutto,

«è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto: è meglio essere Socrate infelice che uno stupido soddisfatto. E se lo stupido, o il maiale, sono di diversa opinione, ciò si deve al fatto che essi conoscono soltanto un lato della questione»

(J.S. Mill, Utilitarismo, 1861)

Lasciamo aperta per ognuno la questione. Noi torneremo a rifletterci e a discuterne il prossimo venerdì.

[Pillole di felicità è un gruppo di lettura a distanza, ad accesso gratuito. Si riunisce online ogni venerdì sera, alle ore 20.30. Per aderire o chiedere informazioni scrivete a: info.filosoficamente@gmail.com]

filosofia pubblica

Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

Esercizi filosofici, filosofia pubblica

Pillole di felicità. Primo esercizio filosofico: conosci te stesso

Primo incontro del gruppo di lettura a distanza ieri, venerdì 3 aprile. Abbiamo discusso della celebre apertura della Lettera sulla felicità di Epicuro, che abbiamo commentato in due traduzioni:

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro“.

/

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima“.

 

Ci siamo chiesti se anche per noi oggi il filosofare corrisponda ad una ricerca della conoscenza della felicità e abbiamo ragionato insieme sull’invito di Epicuro a conoscere, noi stessi e il mondo attorno a noi, per trovare la via al nostro benessere.
Qualcuno ha notato che ci vengono insegnate moltissime cose nel corso della nostra vita, ma non a ricercare la conoscenza della felicità: “un’educazione alla felicità”, l’abbiamo definita.
 
Ci siamo lasciati con un piccolo esercizio filosofico da compiere ognuno per questa settimana. Qui l’esercizio, se volete farlo anche voi:


Ci ritroviamo giovedì prossimo, 9 aprile, sempre alle 20.30, online.
Per partecipare scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

epicuro precetto2
Vignetta tratta da: Jean-Philippe Thivet e Jérôme Vermer, 10 filosofi, 10 approcci alla felicità, disegni di A. Combeaud, Whitestar 2018.