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In The Age of AI – Nell’era dell’intelligenza artificiale

Uno straordinario documentario sugli effetti previsti dell’imminente rivoluzione industriale portata dalla AI (Artificial Intelligence). Una rivoluzione che si prevede sarà così profonda e pervasiva in tutti gli aspetti delle nostre vite da essere paragonabile a solo pochissimi eventi nella storia dell’uomo, come l’avvento dell’elettricità o del computer. Una rivoluzione, che ci piaccia o no, sta arrivando molto presto.

Fino a che punto le persone sono a conoscenza di quanto ci spetta? Come possiamo prepararci a qualcosa che nel giro di pochissimi anni stravolgerà interamente il nostro modo di vivere?

Questo documentario propone 5 capitoli, cinque prospettive dalle quali guardare alla rivoluzione AI, per riflettere e diventare consapevoli delle enormi potenzialità che questa tecnologia sta aprendo (per la ricerca medica o la sicurezza stradale), ma anche degli effetti collaterali che ne seguiranno, ad esempio sull’occupazione (si stima che il 50% degli attuali lavori verranno svolti entro breve da AI), e di conseguenza sulla disuguaglianze nella società, o sulla privacy dell’individuo, diventato inconsapevole produttore di dati che ci rendono consumatori perfettamente prevedibili e manipolabili.

https://www.pbs.org/video/in-the-age-of-ai-zwfwzb/

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Il “Driverless Dilemma”: il dilemma etico delle auto autonome

Immaginate in un futuro neanche troppo lontano che i nostri spostamenti avvengano su mezzi a guida autonoma. Un imprevisto obbliga l’auto intelligente a scegliere tra alcuni tragici scenari, ognuno dei quali coinvolge possibili vittime: come regolare la scelta dell’auto?

Si prevede che l’impiego delle driverless car possa avere in futuro molti benefici, ad esempio sulla sicurezza (eliminando gli errori e i cattivi comportamenti dell’uomo si dovrebbero ridurre drasticamente gli incidenti stradali), sull’impatto ambientale (dovuto principalmente a minori emissioni nocive), e anche sulla qualità della vita delle persone (non più stressate da ore di guida nel traffico). Eppure, le questioni etiche, giuridiche e politiche poste da queste tecnologie sono molto complesse.

In questo video per Ted-Ed del 2015, Patrick Lin esplora l’etica controversa delle vetture autonome. Vengono proposti alcuni esperimenti mentali per illustrare il dilemma e le moltissime implicazioni etiche che si aprono.

Ad esempio, nel caso di un incidente stradale che coinvolga auto automatiche, il principio di minimizzazione del danno ci può aiutare a risolvere tutte le situazioni o vi sono casi in cui porterebbe ad esiti che giudicheremmo immorali? Soprattutto, fino a che punto è quantificabile il danno prodotto? La scelta tra salvare 5 vite o 1 può sembrare semplice, ma se si deve scegliere tra due individui come fare? Dare ad una macchina gli strumenti per quantificare il danno in tutta una serie di possibili scenari significherebbe attribuire un valore numerico a valori come la vita, la salute, l’età, e tantissime altre caratteristiche di un individuo. Siamo sicuri di poterlo / volerlo fare?

Ci si chiede, inoltre, chi debba farsi carico di queste decisioni: i produttori di questa tecnologia? La politica? Qualche comitato etico?

Il nodo del problema è che, mentre la reazione dell’uomo ad un imprevisto è spontanea, istintiva e quindi non deliberata – con tutte le conseguenze che ne derivano sulla mancata intenzionalità e sul diverso grado di responsabilità imputabile al conducente rispetto al danno prodotto –, la reazione di una macchina ad una situazione imprevista è l’esito di un calcolo programmato con largo anticipo dai produttori e quindi in un certo senso sempre deliberata e intenzionale. La decisione presa dall’auto senza conducente è frutto di una scelta operata a tavolino su come regolamentare un possibile conflitto tra diversi diritti dell’uomo; una scelta, questa, che evidentemente non potrà mai essere eticamente neutrale.

Our Driveless Dilemma, Science1

Per approfondire: la questione del Driverless Dilemma è discussa in J.D. Greene, Our driverless dilemma. Science, 352(6293), 1514-1515, 2016, di cui qui è disponibile un estratto.

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Per un’etica della robotica: rileggendo Isaac Asimov

Isaac Asimov è considerato il padre della fantascienza e uno dei più grandi scrittori del Novecento. Profeta della “robotica”, termine da lui coniato nel 1942, di cui con straordinaria preveggenza immagina lo sviluppo. Nei suoi numerosi scritti, Asimov anticipa alcune delle principali questioni etiche e filosofiche legate all’implementazione di robotica e intelligenza artificiale.

Le tre leggi della robotica:

Famosissime sono le leggi della robotica, formulate da Asimov negli anni ’40 e diventate un caposaldo della letteratura e della filmografia fantascientifica.

Prima Legge: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.

Seconda legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

Terza legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge.

A queste tre leggi Asimov ne aggiungerà successivamente una quarta, la legge zero:

Legge zero: Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Con la legge zero, la questione del possibile danno causato dalla tecnologia viene ampliata dal singolo individuo all’intera umanità, legittimando così, in casi estremi, la violazione della prima legge in funzione di un bene universale, un bene superiore.

roboetica

Un uso etico della tecnologia?

Una delle questioni sulle quali Asimov ci invita a riflettere nella sua opera è quella del rapporto tra etica e tecnologia: in particolare, Asimov ci chiede se la tecnologia, il suo sviluppo e il suo impiego, non vada subordinata all’etica.

Quella da lui proposta con le tre leggi della robotica sembra essere un’etica minimale, che si limita al principio del non arrecare danno agli umani. Eppure, questo (in apparenza) semplice principio nasconde una molteplicità di questioni: che cosa significa “non arrecare danno” all’uomo? Si pensa solo a danni fisici (e se sì, di che tipo?), o anche psicologici e morali? Possiamo accettare un piccolo danno a fronte di un beneficio maggiore nell’individuo? E un danno ad alcuni in cambio di beneficio per molti – lo scenario aperto dalla Legge zero – lo possiamo accettare? O ancora, deve essere vietata solo quella tecnologia che possa provocare un pericolo immediato per l’uomo o anche quella che induce azioni/abitudini pericolose nel lungo periodo? Ecc. È evidente che le questioni etiche implicate dall’uso di tecnologia sono moltissime e di grande complessità.

La roboetica oggi:

Oggi la roboetica è diventata una vera e propria branca dell’etica e della filosofia. Prova a rispondere alle grandi domande etiche poste dalle nuove tecnologie (come: di chi sarà la responsabilità di un incidente causato da un robot? Dei programmatori, dei proprietari, dei produttori? Che effetti può avere una certa tecnologia sull’ambiente o sulla società?) e si interroga sulle possibili ricadute di una tecnologia sui diritti dell’uomo (ad es. il diritto al lavoro, alla libertà di scelta, a non essere discriminati, o alla privacy).

La riflessione filosofica e politica spesso arranca, inseguendo il troppo rapido sviluppo di nuove tecnologie, e ancora più in ritardo arriva la riflessione giuridica a regolamentare l’uso di tecnologie già da tempo diffuse e impiegate nella società. Al fine di invertire questo trend, oggi l’Europa sta lavorando all’elaborazione di linee guida per un uso affidabile dell’intelligenza artificiale (qui per saperne di più).

Per alcuni, il tentativo è ingenuo, se non addirittura vano: la tecnologia risponde anzitutto alla logica dell’efficacia e del profitto, non a quella dell’etica. Per altri, è un tentativo doveroso di qualsiasi ‘buona’ politica.

Sono questioni importanti, all’ordine del giorno dell’agenda educativa. Asimov forse non  fornisce le risposte a questi problemi, ma offre a giovani e adulti, a esperti e neofiti, l’occasione per riflettervi, immedesimandosi, grazie alla forza evocativa di una delle più potenti penne del secolo scorso, in scenari immaginari, oggi neanche troppo lontani.

Cosa leggere (per incominciare):

Io Robot (I Robot) è una raccolta di 9 racconti di fantascienza scritti da Asimov tra il 1940 e il 1950. In ognuno di questi racconti, Asimov affronta diverse questioni etiche del possibile (all’epoca solo immaginario) rapporto tra uomini e macchine. Protagonisti sono i robot positronici: particolare tipologia di robot umanoidi dal cervello positronico. Sono generalmente innocui per l’uomo, perché seguono le leggi della robotica.

Asimov, Io robot

La Trilogia della Fondazione è forse la sua opera più riuscita. Sono tre romanzi (FondazioneFondazione e ImperoSeconda Fondazione) scritti tra il 1951 e il 1953, che valsero ad Asimov il Premio Hugo nel 1966 come miglior ciclo di fantascienza. L’opera narra le vicende dell’Impero Galattico e di un gruppo di scienziati che, grazie ad una particolare scienza, la psicostoria, è in grado di prevedere gli eventi futuri della galassia.

«Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore» (Fondazione e impero).

Spinto dal grande successo della trilogia, decenni dopo Asimov tornerà a scrivere della Fondazione, aggiungendo nuovi capitoli alla saga, due prequel e due sequel. I sette romanzi costituiranno così il Ciclo delle Fondazioni.

Asimov trilogia della fondazione

Cosa vedere:

Moltissime le opere di fantascienza che hanno tratto ispirazione dal lavoro di Asimov. Di grande successo le saghe Star Wars e Star Trek e i film basati su alcuni suoi racconti, come:

  • Io, Robot (2004) diretto da Alex Proyas, con Willie Smith.

«Le leggi sono fatte per essere infrante». Che succede se un robot viole le tre leggi della robotica?

  • L’uomo bicentenario (1999) diretto da Chris Columbus, con Robin Williams.

Cosa manca ad un robot per poter essere ‘umano’?

Link utili:

Dagli archivi Rai, Intervista a Isaac Asimov, l’uomo delle stelle, del 1988:

http://www.teche.rai.it/2017/01/ricordando-isaac-asimov-luomo-delle-stelle/

Per gli appassionati di robotica, segnaliamo un sito italiano interamente dedicato al genere, con notizie, consigli di lettura e di visione e tanto altro:

https://www.robotiko.it/

 

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Quote rosa e “Affirmative Action”: per capirne di più

Il tema delle quote genera solitamente reazioni immediate, fra oppositori e sostenitori, eppure è una questione molto complessa: presuppone considerazioni di tipo storico, politico e giuridico, e risposte a problemi etici enormi, come quello della definizione di uguaglianza fra cittadini o della distribuzione della giustizia.

In quanto segue ci proponiamo, senza alcuna pretesa di esaustività, di ricostruire alcuni degli argomenti pro o contro la “discriminazione positiva” che il dibattito filosofico-politico ha prodotto negli anni, augurandoci di fornire così elementi utili a inquadrare meglio la questione.

Cosa sono le quote:

Le quote, quelle rosa o etniche sono le più diffuse, sono una forma di intervento nota in inglese come “Affirmative Action”, azione positiva o, meglio, discriminazione positiva: sono politiche volte alla correzione di ingiustizie subite da gruppi di cittadini sulla base della loro appartenenza di genere, etnica, religiosa o ad altre categorie protette. Constatata una situazione di disparità tra cittadini, il governo o un ente privato può decidere di intervenire attivamente a neutralizzare questa ingiustizia favorendo i soggetti colpiti, ad esempio dando loro un punteggio più alto in una selezione, o riservando loro una percentuale di posti – quote appunto.

Lo strumento della Affirmative Action è stato introdotto in USA a partire dagli anni ’60 come forma di “restituzione” per le ingiustizie subite dalla popolazione afroamericana. Molte Università a numero chiuso lo hanno da allora adottato (seppur in forme e modalità differenti) per agevolare l’accesso di studenti provenienti da gruppi sociali storicamente sottorappresentati nella popolazione studentesca, con il duplice obbiettivo di riparare un torto e di incentivare la diversità del corpo studentesco.

La Affirmative Action vuole essere una forma di redistribuzione della giustizia e, allo stesso tempo, di promozione della diversità di genere, etnica e culturale.

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Nel corso degli anni sono stati sollevati numerosi dubbi sul significato e sulle conseguenze di queste politiche. Di seguito proviamo a discuterne alcuni.

1.      Un problema di percezione: un trattamento di favore o la rimozione di ostacoli?

Quando si applica una politica di supporto alle pari opportunità come quella delle quote, può succedere che parte della popolazione (generalmente quella esclusa dalla quota) la percepisca come una forma ingiustificata di ingerenza, un’agevolazione illegittima di alcuni. Spesso non vi è piena consapevolezza del problema: non si vede un soggetto discriminato come tale perché la discriminazione è frutto di pregiudizi o bias per lo più inconsapevoli. Stereotipi di genere e culturali fanno sì che una situazione di disparità venga recepita come esito naturale delle cose, del tipo: “sono loro [donne o minoranze] che preferiscono fare altro / sono meno portate per quel ruolo”.

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Eppure, le discriminazioni esistono e oggi vi sono tutti gli strumenti per dimostrarlo. È proprio in ragione della acclarata situazione di disuguaglianza di trattamento subita da determinati gruppi sociali che i promotori difendono la Affirmative Action, non come un regalo o sconto ad alcuni, ma valorizzazione delle maggiori difficoltà incontrate durante il percorso formativo e professionale.

L’argomento è ben espresso in una celebre frase di Lyndon Johnson, 36° Presidente degli Stati Uniti: «Tu non prendi una persona che, per anni, è stata immobilizzata con le catene, la liberi, la porti al punto di partenza di una gara, le dici “ora sei libero di competere con gli altri”, per poi pensare che la competizione sia davvero giusta» (discorso alla Howard University, Washington D.C., del 4 giugno 1965).

2.     Lo statuto giuridico della discriminazione positiva: dubbi di costituzionalità

La storia giuridica della Affirmative Action è piuttosto travagliata. Moltissimi i casi giudiziari negli USA che nel tempo hanno contribuito a ridefinirne l’attuazione, generando di volta in volta accesi dibattiti (qui una breve storia dei più significativi).

Sì, perché, posto che le carte costituzionali moderne sanciscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e vietano trattamenti discriminatori, come è possibile legittimare l’adozione di politiche di protezione di alcune categorie di cittadini rispetto ad altre? Principi come il XIV emendamento della Costituzione statunitense e, paradossalmente, conquiste della lotta per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani come il Civil Rights Act del 1964 vengono frequentemente invocate contro l’adozione di questi strumenti.

Negli USA la Corte Suprema già nel 1971 aveva stabilito che il richiamo al trattamento uguale sancito nel titolo VII del Civil Rights Act andasse interpretato nell’ottica del raggiungimento dell’eguaglianza, e non dell’adozione di procedure apparentemente neutrali ma che di fatto “congelano” ingiustizie esistenti. La Corte aveva aperto così a interventi volti a correggere l’attuale situazione di disuguaglianza.

Questo non ha però fermato la controversia giuridica. I diversi esiti dei singoli casi e le divisioni interne alla stessa Corte Suprema sono indice dell’enorme ambiguità e del grande margine di interpretazione dello statuto giuridico della Affirmative Action.

Affirmative action, Court cases

E in Italia? Nel 2003, è stato riformato l’articolo 51 della Costituzione con la seguente integrazione:

«Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

L’aggiunta ribadisce che l’uguaglianza dei cittadini, sancita nell’Art. 3 della Costituzione, non è un dato di fatto, ma un compito da perseguire. Politiche come le quote rosa trovano quindi nella nostra Costituzione il loro fondamento giuridico.

3.      Un ostacolo alla meritocrazia?

Intervenendo nel processo di selezione, la discriminazione positiva si presenta come una deroga al principio del merito come criterio esclusivo nella distribuzione di premi o posizioni. Per molti, questo è un aspetto problematico: non dovrebbe un’Università, un’azienda privata, e anche lo Stato preferire i migliori, sempre e comunque, a prescindere da altre considerazioni?

Chi generalmente usa questo argomento è preoccupato che una politica di quote (rosa, etniche, di reddito, estrazione sociale o altro ancora) possa produrre una selezione di persone meno qualificate, penalizzando i più meritevoli e abbassando il livello generale. L’assunto implicito è che il merito sia immune da pregiudizi, perché oggettivamente quantificabile sulla base delle prestazioni raggiunte dal candidato, ad esempio in un test, in un colloquio, o nel suo lavoro, e sia pertanto un criterio equo.

In realtà, una più attenta riflessione sul concetto di merito mostrerebbe che ciò che noi riteniamo “meritevole” è sempre storicamente e culturalmente determinato – e quindi soggetto a bias, pregiudizi e discriminazioni. Vi è, inoltre, un circolo vizioso o virtuoso (a seconda) tra stereotipi, offerta di opportunità e prestazioni ottenute dai singoli: il genere, ad esempio, è riconosciuto essere uno dei bias che influiscono sulle scelte di assunzione e promozione del personale (qui) o di riconoscimento del valore del lavoro svolto (qui).

Secondo i difensori della Affirmative Action, è sbagliato pensare che chi senza di essa resterebbe indietro sia necessariamente meno qualificato: la discriminazione positiva non avvantaggia i meno meritevoli, ma rimuove quelle barriere che altrimenti impedirebbero a tutti di partecipare alla competizione in situazione di parità.

meritocrazia

Vi è un’ulteriore considerazione da fare sul complesso rapporto tra merito e disuguaglianza. È stato osservato che mediamente i più bravi provengono dalle classi sociali più alte: figli di famiglie agiate, colte e privilegiate hanno a disposizione i migliori strumenti e possono conseguire i loro successi con minore fatica rispetto ad altri. Lo confermano anche i dati sulla distribuzione del reddito fra la popolazione studentesca dei college americani.

merito e reddito

La disuguaglianza economica sembra essere oggi il vero fattore di ingiustizia sociale e per questa ragione ci si chiede se non sia opportuno adottare forme di discriminazione positiva basate sul reddito.

4.      Uno strumento contraddittorio

Una critica frequente alla Affirmative Action riguarda il suo carattere contraddittorio: non sono forse le Università, le aziende o le Istituzioni ad agire sulla base di criteri discriminatori, nel momento in cui considerano il genere, l’etnia o la religione un criterio rilevante per l’accesso? Il sospetto è che, incentivando trattamenti diversificati per i singoli candidati, si perpetuino quelle stesse forme di discriminazione che si vorrebbero combattere.

Se giuridicamente, lo abbiamo visto, la questione solleva dubbi di costituzionalità, dal punto di vista teorico-politico si aprono qui due visioni antitetiche, che dipendono da cosa si intende per giustizia sociale e da che tipo di uguaglianza vogliamo tra i cittadini di una comunità. La questione solleva domande del tipo: possiamo/dobbiamo considerarci tutti uguali? Un trattamento uguale è veramente equo? O l’equità consiste nel trattare diversamente persone con diverse caratteristiche, storie e background?

A seconda delle risposte che diamo a queste domande, la discriminazione positiva può essere condannata invocando un trattamento neutrale, formalmente uguale per tutti, o rivendicata come strumento necessario per riparare l’inevitabile disparità delle condizioni di partenza.

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5.      Un beneficio per tutti

Questo un argomento di natura utilitaristica: le politiche delle pari opportunità avvantaggiano tutti, non solo chi ne è direttamente soggetto. L’assunto è che la diversità (etnica, culturale, di genere) costituisca un valore aggiunto per tutta la comunità.

Una recente ricerca, condotta su più di 200 aziende, avrebbe ad esempio mostrato che maggiore è la diversità per età, genere, provenienza geografica dei membri di in un gruppo dirigenziale e migliori sono le decisioni prese da quel gruppo per l’azienda. L’eterogeneità di background e punti di vista promuoverebbe la creatività, la flessibilità, la capacità di risolvere problemi e trovare nuove soluzioni. Per un’azienda tutto questo si traduce in migliori prestazioni e, quindi, maggiore competitività.

diversità valore aggiunto

La conferma viene anche da un caso che ci riguarda da vicino: i dati Consob del 2018 mostrano che le quote di genere introdotte nel 2011 dalla legge Mosca per aumentare la rappresentatività femminile nei board delle società quotate in borsa abbiano avuto effetti positivi sulla performance delle stesse aziende.

Lungi dal mettere a rischio la competitività di un’azienda o il livello di un gruppo di studenti, una politica a supporto della diversità sembra migliorare le prestazioni di tutti.

6.      Abbiamo alternative possibili?

Ci si può chiedere, infine, se per promuovere un’equa partecipazione sociale ci sono alternative possibili, magari anche più efficaci e meno problematiche della discriminazione positiva. Proviamo a considerarne qualcuna.

Anzitutto, l’educazione. È normale ritenere che sia l’educazione a dover assumere un ruolo fondamentale nella promozione di un cambiamento che deve essere infine culturale. Eppure, da sola può richiedere troppo tempo o anche non bastare a sanare situazioni di disparità. Il problema è che stereotipi, pregiudizi e bias, per quanto noti, sono molto difficili da estirpare (ne abbiamo discusso qui). Sembra necessario, quindi, intervenire anche con strumenti ad hoc, per promuovere nell’immediato le pari opportunità tra cittadini.  

Uno può essere quello di incentivare processi di selezione blind (ciechi), che nascondano dati sensibili ai selezionatori immunizzando stereotipi e bias. È una strategia già adottata da tempo in molti processi selettivi e che dà i suoi frutti: questo studio ha mostrato che i candidati di provenienza latina, afroamericana o asiatica che presentano un cv ‘sbiancato’ (whitened) nascondendo la loro provenienza hanno maggiori possibilità di venir chiamati a un colloquio. Ma rendere cieco il proprio profilo a pregiudizi non è sempre possibile in un processo di selezione, né è a volte sufficiente. È stato mostrato che anche procedure selettive apparentemente neutrali, come i test attitudinali, possono nascondere meccanismi che sfavoriscono un certo gruppo rispetto ad altri.

blind hiring

Nemmeno l’intelligenza artificiale pare, ad oggi, immune dagli stereotipi della società: celebre il caso di Amazon che ha dovuto abbandonare un progetto di selezione del personale tramite intelligenza artificiale perché questa aveva autonomamente imparato, sulla base dei dati a disposizione, a favorire gli uomini alle donne. 

Tutte queste difficoltà nel neutralizzare stereotipi e bias offrono ai difensori di questa politica un argomento importante: fino a che non si riesca a superare in altro modo l’azione di bias nei processi di selezione/premiazione, la Affirmative Action rimane uno dei pochi strumenti a disposizione per combattere le discriminazioni e ridurre i gap di diseguaglianza.

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 “Our goal has always been consciousness not quotas”
Erin Belieu (co-founder of Vida: Women in Literary Arts)

Il termine “quota” non piace a nessuno, a chi da esse viene escluso sentendosi scavalcato, e a chi in esso è incluso, poiché avrà sempre il sospetto di non meritarsi veramente quanto ottenuto. L’auspicio di tutti, anche di chi le quote le difende, è che esse possano un giorno non servire più: che non vi siano più gruppi di cittadini bisognosi di venir retribuiti per gli svantaggi sociali sofferti a causa della loro appartenenza a un certo genere o etnia o categoria sociale. Una volta raggiunta l’eguaglianza sostanziale tra cittadini, così come auspicato dall’Art. 3 della nostra Costituzione, potremo fare a meno di interventi di questo tipo.

Per ora questa è una bella speranza, che purtroppo sembra essere vana. I dati ci dicono che nei casi in cui una Affirmative Action è stata rimossa, la rappresentatività dei gruppi protetti è rapidamente tornata vicina ai numeri pre-quota (si veda ad esempio qui e qui).

Forse, dovremmo allora accettare invece il fatto che uguali non siamo e non potremo essere mai, e che in ragione di questo la disparità di trattamento è necessaria al fine di neutralizzare privilegi e svantaggi e avere tutti pari opportunità.

disuguaglianza

Per approfondire:

Quelle qui rapidamente affrontate sono solo alcune delle questioni che animano il dibattito sulla discriminazione positiva. La letteratura di riferimento è vastissima, per lo più in lingua inglese. Per chi volesse approfondire suggeriamo di partire dalla voce Affirmative Action della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ricca di indicazioni bibliografiche:

Segnaliamo anche due brevi video, utili per la didattica, e due report sullo stato dell’uguaglianza di genere.

Video:

Report:

pari opportunità

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Diritti e doveri intergenerazionali. Zagrebelsky e l’enigma di Pasqua

In un momento storico in cui gravi problematiche del nostro tempo, fra tutte quella del cambiamento climatico, ci impongono la questione delle generazioni future e del fondamento filosofico e giuridico dei loro diritti, riproponiamo qui un articolo di Zagrebelsky del 2011, uscito su Repubblica. Il costituzionalismo, si chiedeva Zagrebelsky, può ignorare di regolamentare il complesso rapporto di diritti e doveri intergenerazionale?

NEL NOME DEI FIGLI SE IL DIRITTO HA IL DOVERE DI PENSARE AL FUTURO

Il costituzionalismo si trova oggi di fronte alla sfida, che è una vitale necessità, di allargare lo sguardo in una nuova dimensione, finora ignorata: il tempo. Per introdurre questo argomento con una digressione, prendo a prestito dal volume dell’ archeologo-antropologo Jared Diamond, intitolato Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi), la storia di Pasqua, l’isola polinesiana a 3700 chilometri a est delle coste del Cile, scoperta dagli europei nel 1722, celebre per i 397 megaliti. Pasqua, quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, era una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall’aria, che arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano a stento poche centinaia di persone.

L’enigma di Pasqua, per com’è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale su cui la vita nell’isola si basava. Pasqua è un monito. Non parla soltanto di polinesiani d’ un millennio fa. Parla di noi: di sfruttamento imprevidente delle risorse, con effetti funesti sulle generazioni a venire.

isola di pasqua

Come possiamo condensare in una sola frase la parabola di Pasqua? Per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’ è comportata come se fosse l’ ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare. Il costituzionalismo può ignorare questioni di questo genere? Se il suo nucleo minimo essenziale e la sua ragion d’ essere sono – secondo la sintesi di Ronald Dworkin – la protezione del diritto di tutti all’uguale rispetto, la risposta, risolutamente, è no, non può ignorarle.

Fino al tempo nostro non c’ era ragione di affrontarle. Ogni generazione compariva sulla scena della storia in un ambiente naturale e umano che, se pure non era stato migliorato dai padri, certamente non ne era stato compromesso. Il costituzionalismo non ha avuto finora ragioni per occuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Ma molte ragioni ha oggi, e drammatiche. Per quale ragione la cerchia de “i tutti” che hanno il diritto all’uguale rispetto dovrebbe essere limitata ai viventi e non comprendere anche i nascituri? Basta porre la domanda per rispondere che non c’ è alcuna ragione: gli uomini di oggi e di domani hanno lo stesso diritto all’uguale rispetto, perché uguale è la loro dignità.

Ma oggi assistiamo alla separazione nel tempo dei benefici – anticipati – rispetto ai costi – posticipati -: la felicità, il benessere, la potenza delle generazioni attuali al prezzo dell’ infelicità, del malessere, dell’ impotenza, perfino dell’ estinzione o dell’ impossibilità di venire al mondo, di quelle future. La rottura della contestualità temporale segna una svolta che non può lasciare indifferenti la morale e il diritto. In termini giuridici, la questione che si pone al costituzionalismo è la seguente: fin dall’inizio (ricordiamo l’ art. 16 della Déclaration dei diritti del 1789), la sua nozione chiave è stata il diritto soggettivo, da contrapporre in vario modo al potere arbitrario. Ma il diritto soggettivo presuppone un titolare presente. “Diritti delle generazioni future” è una di quelle espressioni improprie che usiamo per nascondere la verità: le generazioni future, proprio perché future, non hanno alcun diritto da vantare nei confronti delle generazioni precedenti. Tutto il male che può essere loro inferto, perfino la privazione delle condizioni minime vitali, non è affatto violazione di un qualche loro “diritto” in senso giuridico. Quando incominceranno a esistere, i loro predecessori, a loro volta, saranno scomparsi dalla faccia della terra, e non potranno essere portati in giudizio. I successori potranno provare riconoscenza o risentimento, ma in ogni caso avranno da compiacersi o da dolersi di meri e irreparabili “fatti compiuti”.

Bisogna prendere atto che la categoria del diritto soggettivo, in tutte le sue varianti di significato (diritti di, da, negativi, positivi, di prestazione, ecc.), è inutilizzabile tutte le volte in cui è rotta l’ unità di tempo. È invece la categoria del dovere, quella che può aiutare. Le generazioni successive non hanno diritti da vantare nei confronti di quelle precedenti, ma queste hanno dei doveri nei confronti di quelle; esattamente la condizione della madre, nei confronti del bambino quando lo porta ancora in grembo. Il costituzionalismo dei diritti, senza rinunciare alla sua aspirazione centrale di essere al servizio della resistenza all’arbitrio, deve scoprire i doveri, non semplicemente in quanto riflessi, cioè in quanto controparte dei diritti, ma come posizioni giuridiche autonome che vivono di vita propria, senza presupporre l’ esistenza (attuale) delle corrispondenti situazioni di vantaggio e dei relativi titolari.

Dobbiamo riconoscere che questo mutamento di paradigma vede il costituzionalismo completamente impreparato, anzi ostile. In nome dei diritti, non dei doveri, da due secoli conduce la sua battaglia. I doveri sono stati e sono tuttora la parola d’ ordine dei regimi autoritari e di quelli totalitari. Si tratta però di costruire una mentalità, una cultura, e da ciò trarre spunto per comportamenti adeguati, anche senza che si debbano attendere proclamazioni giuridiche formali. Innanzitutto, le norme che riconoscono diritti e facoltà dovrebbero essere interpretate, tutte le volte in cui siano alle viste conseguenze potenzialmente pregiudizievoli sulla condizione di coloro che verranno, in una prospettiva oggettiva, in base alla massima: la terra appartiene tanto ai viventi quanto ai non ancora viventi; i diritti dei primi sono condizionati dall’uguale valenza anche per i secondi. Il che – non si può non riconoscere – comporta possibili restrizioni ai diritti in senso soggettivo.

I diritti, nei casi anzidetti, devono essere intesi come beni o istituzioni di lungo periodo. Per estenderli nel tempo futuro, può essere necessario ridurne la portata nel tempo presente. Conosciamo già situazioni di questo genere, nelle quali entra in gioco il cosiddetto “principio di precauzione”, vigente, in forza di norme di diritto nazionale, europeo e internazionale, per esempio in materia ambientale, energetica e sanitaria. Qui, parlando di costituzionalismo, si dice che quel principio dovrebbe essere assunto come elemento conformativo dell’ intero modo di concepire il diritto costituzionale. Il diritto costituzionale di oggi deve essere un “diritto prognostico”, che guarda avanti, fin dove, nel tempo, le previsioni scientifiche permettono di gettare lo sguardo.

Ma c’è dell’ altro. Il giudizio prognostico non è un giudizio politico; è un giudizio tecnico-scientifico. Ora, a parte la difficoltà forse insuperabile di individuare scienziati e tecnici realmente indipendenti dagli interessi immediati da sottoporre a verifica, la prospettiva che si apre è la tutela tecnocratica sulla politica. Orbene, la politica, nella sua versione democratica come nelle sue degenerazioni populiste e demagogiche, s’ incarna in istituzioni dei (non: dai) tempi brevi. Le decisioni devono essere in sintonia con l’ interesse prevalente che la società, come più o meno autonomamente e veridicamente se lo rappresenta, ed è a dir poco improbabile che, nella considerazione di tale interesse, entrino con il peso che meriterebbero ansie e preoccupazioni per la sorte di società diverse, ipotetiche, lontane nel tempo. A questo interesse momentaneo, infatti, la politica deve rendere conto.

Fermiamoci qui. Siamo nel regno delle contraddizioni. Il costituzionalismo, nel quadro di allora, era il mondo dei diritti, ma ora il mondo ha bisogno di doveri. Il costituzionalismo ha prodotto democrazia, ma oggi la democrazia mostra di poter essere une regime di saccheggio delle risorse, per i viventi contro i posteri. Per questo, si ricorre a momenti ed elementi di natura scientifico-tecnocratica, ma la ragione del saccheggio sta precisamente nello sviluppo della tecnica senza altro fine che se stessa. Quindi, la tecnica, per essere benefica, dovrebbe poter essere a sua volta controllata. Ma da chi? Dalla democrazia, che è proprio colei che ha ne ha bisogno? Doveri e tecnocrazia fanno paura, non c’ è che dire. Ma sono necessari proprio alla luce delle premesse e delle promesse del costituzionalismo, una volta che non lo si intenda come mero egoismo dei viventi. Le contraddizioni sono intrinseche. Saranno distruttive? Non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che esse chiamano a un compito non facile, su un terreno incerto dove molto è da pensare e costruire, tutti coloro i quali, nello studio e nella pratica, richiamandosi ai valori permanenti del costituzionalismo, intendono agire “costituzionalisticamente”. Il costituzionalismo ha avuto una storia. La questione è se avrà una storia. L’ avrà in quanto riuscirà a incorporare nella democrazia, senza annullarla o umiliarla, la dimensione scientifica delle decisioni politiche. Questa, mi pare, è l’ ultima sfida del costituzionalismo, l’ ultima sua metamorfosi.

GUSTAVO ZAGREBELSKY

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La Costituzione come progetto ancora da compiere: Calamandrei agli studenti.

Il 26 gennaio 1955 Piero Calamandrei tiene agli studenti universitari di Milano quello che diverrà uno dei più celebri discorsi sulla Costituzione. Lo riproponiamo qui, trascritto o udibile al link sotto (dal min. 1), perché è un discorso di rara forza e bellezza, che ci parla ancora oggi e richiede di essere ascoltato dai cittadini di domani.

 

L’art.34 dice:  “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Eh! E se non hanno i mezzi?

Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“ – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: “Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.

E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

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Libertà di parola ai tempi di internet. A partire da Mill

Quando si parla di libertà di parola il riferimento obbligato è un piccolo scritto di John Stuart Mill, On Liberty [Saggio sulla libertà] del 1859. È un’opera che ha avuto sin da subito un enorme successo di pubblico, considerata un classico del pensiero liberale, in cui il filosofo utilitarista assume una posizione radicale in difesa della libertà di parola. Ci si chiede fino a che punto gli argomenti di Mill possano valere ancora oggi, nelle mutate condizioni del dibattito pubblico.

L’argomento di Mill

Secondo Mill la libertà dell’individuo, compresa quella di parola, va garantita sempre e comunque, con l’unica condizione che non provochi danni ad altri (principio del danno). Qualsiasi altro motivo non è lecito per limitare a qualcuno la propria libertà:

«Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell’opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente».

Una posizione estremamente liberale come quella di Mill trova da sempre oppositori in chi ritiene invece che vi siano ragioni per le quali la libertà di parola vada limitata: ad esempio, per impedire l’offesa o la blasfemia (dibattito riapertosi anche di recente in seguito alla pubblicazione di alcune vignette satiriche a sfondo religioso che hanno portato ai tragici eventi dell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hedbo del 2015). Mill però rifiuta anche questi due casi e lo fa sulla base di tre argomenti principali:

  • Qualsiasi opinione, anche quella apparentemente più assurda o lontana dalle nostre credenze, potrebbe essere vera, negarlo significa presumere di essere infallibili;
  • In ogni opinione vi può essere una parte di verità, reprimere quell’opinione significa dunque precludere a tutti, posteri compresi, quella parte di verità;
  • Anche l’opinione falsa è utile alla verità, perché ci obbliga a riflettere sulle nostre convinzioni e a non assumerle dogmaticamente.

 

Mill, On Liberty

Alla base vi è una concezione socratica della conoscenza come ricerca, processo mai definitivamente concluso di critica e auto-critica delle proprie convinzioni, pena l’irrigidimento delle nostre credenze in assunti irriflessi, opinioni date, anche se vere, ma non autonomamente comprese e confermate. Qualsiasi verità, per Mill, anche la più certa, perderebbe valore se non venisse continuamente riconquistata nel confronto con tesi rivali.

Che ne è oggi della visione di Mill? L’utopia del discorso razionale

In un recente articolo, What Mill got wrong about Freedom of Speech, Jason Stanley (Professore di Filosofia a Yale e autore di How Fascism Works: The Politics of Us and Them, 2018 ) ha sostenuto che la posizione di Mill a proposito della libertà di parola si basa su una utopia: «l’assunto che la conversazione funzioni per scambio di ragioni: una parte offre le sue ragioni, che vengono poi contrastate dalle ragioni di un avversario, fino a quando la verità alla fine non emerge». Purtroppo, raramente il dibattito pubblico funziona in questo modo, e ancor più raramente ciò accade in internet.

Ci sono almeno due ordini di problemi. Il primo è che, a differenza di quanto credeva Mill, la pluralità di opinioni non porta necessariamente alla verità: oggi sempre più spesso l’enorme quantità di versioni a disposizione finisce per soffocare quella vera.

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Il secondo aspetto problematico è che non basta una pluralità di voci per creare un dialogo. Il disaccordo, per essere costruttivo, si deve produrre all’interno di un quadro di regole condivise: ad esempio, possiamo proficuamente discutere se una certa terapia sia valida o meno o se la terra sia sferica o piatta solo se accettiamo di muoverci all’interno di un comune paradigma epistemologico che include determinate nozioni di ‘verità’ e di ‘evidenza’. Ma con chi sovverte qualsiasi regola del dialogo e della logica, con chi sistematicamente mente, urla, offende, senza veicolare alcuna ‘ragione’, non può esservi nemmeno un confronto.

Emozione batte ragione

Che fare quindi con chi, anziché apportare ragioni per un dialogo costruttivo in vista della conoscenza del vero, tende deliberatamente ad alimentare paura, pregiudizi, o addirittura odio per ottenere consenso politico o qualche beneficio personale? Si ha comunque il dovere di difendere questi discorsi o la libertà di parola incontra qui un suo limite?

La conclusione di Stenley, contro Mill, è chiara: dare spazio a qualsiasi opinione nel dibattito pubblico, lungi dal favorire il processo che porta alla conoscenza, ne mina la sua stessa possibilità. Nello scontro tra buone e cattive ragioni, è purtroppo l’appello emotivo ad avere la meglio.

Nell’epoca della Post-truth e del discorso di odio (hate speech), ci si chiede se la posizione di Mill sia ancora valida, anche all’interno della prospettiva utilitaristica da lui adottata: possiamo dire oggi che lasciare i cittadini liberi di dire pubblicamente tutto ciò che vogliono sia un bene perché ciò produce il maggior beneficio per la collettività? I dubbi sono legittimi.

[Filosoficamente organizza laboratori e seminari per la scuola e la comunità su questi temi, se interessati scrivete per informazioni a info.filosoficamente@gmail.com]