didattica della filosofia, filosofia pubblica

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

filosofia pubblica

Alla ricerca della felicità. Fare filosofia a distanza: l’esperienza di un gruppo di lettura online

Si è conclusa ieri sera l’iniziativa ‘Pillole di felicità’, un gruppo di lettura a distanza. L’idea, nata come esperimento in tempo di quarantena, era quella di mettere la filosofia e il dialogo filosofico a disposizione come pungolo, sostegno, o anche solo distrazione di chi volesse in questi tempi difficili.

“Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.”

Ci siamo incontrati ogni venerdì, per sei settimane, e insieme abbiamo letto e commentato la Lettera sulla felicità (o a Meneceo) di Epicuro.

Locandina gdl2_felicità

La ricetta di Epicuro, vecchia più di 2000 anni, offre soluzioni potenti, solo apparentemente semplici. È difficile godere del proprio tempo senza farsi prendere dall’ansia per un futuro che è solo parzialmente in nostro controllo; difficile discernere un piacere salutare e utile al nostro benessere da uno nocivo; difficile, soprattutto, conoscere – come Epicuro ci invita a fare – le cause delle nostre scelte e dei nostri piaceri.

Tuttavia, Epicuro è stato un ottimo pretesto, una perfetta pietra di paragone o di inciampo, che ci ha permesso di prendere le misure – almeno un po’ – di quella che è la nostra idea di felicità. Molti gli assunti impliciti, le convinzioni irriflesse che il dialogo e la ricerca insieme hanno fatto emergere.

Abbiamo trovato la felicità?

Forse no, o forse in parte. Sicuramente ci abbiamo riflettuto su, acquisendo ognuno di noi maggiore consapevolezza di ciò che più ci muove. Ma se Epicuro ha ragione quando ci ammonisce che «non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto», allora il nostro lavoro ci dovrebbe aver messo almeno sulla buona strada.

filosofia pubblica

Cosa hanno da insegnarci un’oca, una pecora e un maiale sulla felicità?

Come siamo arrivati a disturbare un’oca, una pecora e un maiale per ragionare di felicità?  Proviamo a ricostruire il filo del discorso.

Venerdì scorso, 17 aprile, nel nostro consueto incontro con il gruppo di lettura a distanza “Pillole di felicità”, abbiamo discusso il secondo precetto di Epicuro per trovare la felicità: non temere la morte. Il primo precetto epicureo è non temere gli dei.

L’idea della morte costituisce per noi «il più atroce di tutti i mali» – riconosce il filosofo – la temiamo, il suo pensiero ci turba al punto che il più delle volte ne rifuggiamo. Eppure, argomenta Epicuro: «Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi». Perché temere un qualcosa che non incontreremo?

È chiaro che Epicuro non crede nell’immortalità dell’anima o in una vita dopo la morte: noi conosciamo solo ciò di cui facciamo esperienza tramite i sensi e poiché con la morte i nostri sensi verranno meno, di essa non faremo esperienza.

È il pensiero della morte, dunque, non la morte stessa, che ci procura dolore:

«Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa».

(Epicuro, Lettera a Meneceo)

Insegnamento che dovremmo estendere a qualsiasi altra preoccupazione di qualcosa che ha da venire.

Non sta allora forse meglio l’animale o lo stolto che non si cura del pensiero della morte – o di alcun che –, vivendo in piena serenità il proprio presente? Siamo sicuri che siano loro gli sciocchi o non piuttosto, come sagacemente ci pungola Epicuro, gli uomini che si dannano per qualcosa che ancora non c’è e che quando arriverà potrebbe non creare loro alcun male?

Viene in mente l’oca di Guido Gozzano:

 

Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca

gracidante alla riva del canale?

Pare felice! Al vespero invernale

protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:

né certo sogna d’essere mortale

né certo sogna il prossimo Natale

né l’armi corruscanti della cuoca.

O papera, mia candida sorella,

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!

Che l’essere cucinato non è triste,

triste è il pensare d’essere cucinato.

(G. Gozzano, La differenza, 1907)

Oca felice

Cosa ci insegnano gli animali sull’uomo? E cosa ci vuole dire Epicuro? Probabilmente che buona parte del dolore e delle preoccupazioni che proviamo sono dovuti alla proiezione di un’idea, all’attesa per qualcosa, più che all’effettiva esperienza di quel dolore.

A differenza dell’oca (per quello che ne sappiamo), l’uomo vive proiettato nel futuro, ed è questa sua proiezione a causare gran parte del suo dolore. Riuscire ad apprezzare il presente, ad esserne pienamente immersi, potrebbe invece aprirci un orizzonte di serenità.

Un pensiero simile era sorto anche a Nietzsche guardando all’esistenza pacifica e imperturbabile che vive un gregge di pecore:

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, 1874.)

 

Eppure, ci siamo chiesti, possiamo davvero fare a meno di tendere verso qualcosa che verrà? Non è forse questo stesso meccanismo di attesa, anticipazione, progettazione di un futuro, per quanto ipotetica e fallace nella sua capacità predittiva, fonte di gran parte della gioia e felicità dell’uomo?

Accetteremmo di vivere totalmente e pienamente assorbiti nel presente, come le oche di Gozzano o le pecore di Nietzsche? Sarebbe una felicità altrettanto piena di quella che prova l’uomo quando, seppure saltuariamente, realizza qualcosa che ha a lungo desiderato e per la quale ha duramente lavorato?

C’è un terzo celebre animale della tradizione filosofica che forse può aiutarci nel nostro ragionamento: il maiale di J.S. Mill. Non ha forse egli qualcosa da insegnarci quando ci rammenta che, dopotutto,

«è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto: è meglio essere Socrate infelice che uno stupido soddisfatto. E se lo stupido, o il maiale, sono di diversa opinione, ciò si deve al fatto che essi conoscono soltanto un lato della questione»

(J.S. Mill, Utilitarismo, 1861)

Lasciamo aperta per ognuno la questione. Noi torneremo a rifletterci e a discuterne il prossimo venerdì.

[Pillole di felicità è un gruppo di lettura a distanza, ad accesso gratuito. Si riunisce online ogni venerdì sera, alle ore 20.30. Per aderire o chiedere informazioni scrivete a: info.filosoficamente@gmail.com]

filosofia pubblica

Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

Esercizi filosofici, filosofia pubblica

Pillole di felicità. Primo esercizio filosofico: conosci te stesso

Primo incontro del gruppo di lettura a distanza ieri, venerdì 3 aprile. Abbiamo discusso della celebre apertura della Lettera sulla felicità di Epicuro, che abbiamo commentato in due traduzioni:

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro“.

/

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima“.

 

Ci siamo chiesti se anche per noi oggi il filosofare corrisponda ad una ricerca della conoscenza della felicità e abbiamo ragionato insieme sull’invito di Epicuro a conoscere, noi stessi e il mondo attorno a noi, per trovare la via al nostro benessere.
Qualcuno ha notato che ci vengono insegnate moltissime cose nel corso della nostra vita, ma non a ricercare la conoscenza della felicità: “un’educazione alla felicità”, l’abbiamo definita.
 
Ci siamo lasciati con un piccolo esercizio filosofico da compiere ognuno per questa settimana. Qui l’esercizio, se volete farlo anche voi:


Ci ritroviamo giovedì prossimo, 9 aprile, sempre alle 20.30, online.
Per partecipare scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

epicuro precetto2
Vignetta tratta da: Jean-Philippe Thivet e Jérôme Vermer, 10 filosofi, 10 approcci alla felicità, disegni di A. Combeaud, Whitestar 2018.
Evento, filosofia pubblica

Pillole di felicità – gruppo di lettura a distanza

In un momento in cui le nostre routine sono stravolte e le priorità stanno cambiando, proponiamo brevi incontri, virtualissimi, in cui trovarci a ragionare assieme.

Saranno pillole di sollecitazioni filosofiche. E siccome se ne sente il bisogno, partiamo da ciò che più ci sembra lontano in questo momento: la felicità.

Ecco a voi, le “Pillole di felicità: far filosofia ai tempi del covid-19“.

Un’occasione di approfondimento o, perché no, di distrazione, un momento per riflettere insieme su che cosa sia la felicità.

Libero accesso, su prenotazione.

Gruppo di lettura_ pillole di felicità

filosofia pubblica, Senza categoria

Il Trolley Dilemma ai tempi del Covid-19

Ethical dilemmas in the age of coronavirus: Whose lives should we save?

Titola un articolo di Jenny Jervie uscito sul Los Angeles Times il 19 marzo 2020. Il riferimento è purtroppo alla situazione venutasi a creare in Italia e che si teme si proporrà a breve anche in altre parti del mondo.

Il dilemma è semplice nella sua crudeltà: “Tre pazienti – un ragazzo di 16 anni con diabete, una madre di 25 anni e un nonno di 75 anni – sono stipati in una tenda di ricovero ospedaliero e hanno difficoltà a respirare. È rimasto solo un ventilatore. A chi va?”

Dilemma coronavirus

https://www.latimes.com/world-nation/story/2020-03-19/ethical-dilemmas-in-the-age-of-coronavirus-whose-lives-should-we-save

La questione, in termini più astratti, può essere posta così: in una situazione di scarsità di risorse sanitarie per cui non è possibile offrire cure a tutti coloro che ne avrebbero bisogno, quali criteri potremmo/dovremmo adottare per compiere delle scelte?

Adottiamo il criterio dell’ordine di arrivo, o preferiamo che i medici concentrino i loro sforzi su chi sembrerebbe aver più possibilità di recupero? L’età del paziente dovrebbe essere un elemento di discrimine? E perché non considerare anche il numero di persone a carico del paziente?

Insomma, la questione è complessa e chiama in causa le nostre intuizione etiche più profonde. La bioetica se ne occupa da sempre e, mai come in questi tempi di crisi e di scarsità di risorse, è chiamata a mettere in campo tutti i suoi strumenti per aiutare chi di dovere a definire protocolli e  linee guida.