consigli di lettura, didattica della filosofia

Il re della foresta di Stefania Nardone

Materiali per fare filosofia nell’Infanzia.

“La storia di Lucio, un bambino di 4 anni impegnato insieme ai compagni e all’insegnante nella realizzazione di uno spettacolo teatrale e affascinato dalla figura del “capo”, stimola spunti interessanti per riflettere insieme ai bambini su diversi temi: la sottile dialettica tra libertà e necessità, la possibilità di valutare cosa sia da ritenere giusto e di prendere decisioni in comune” (dalla pagina dell’editore Liguori).

Nardone il re della foresta1

Noi abbiamo usato il primo paragrafo per una simulazione di una sessione in classe durante il corso di formazione docenti Filosofiamo:

“Graauuurr! Io sono il re della foresta. Sono il più bello e il più forte di tutti gli animali.

Indovina che animale sono? Quando faccio un grande ruggito tutti scappano.

Graauuurr! Se ancora non hai indovinato, ti aiuto. Sono giallo, ho i denti appuntiti, la coda lunga con un ciuffo alla fine e una bella criniera marroncina.

Ora che hai indovinato, forse stai pensando: «Ma come è possibile che un leone parli?».

In realtà non sono proprio leone vero. Sono un bambino come te. Mi chiamo Lucio. A scuola stiamo preparando la recita di Carnevale. Io sono stato scelto per fare il leone. Sono contento. Il leone mi piace proprio tanto. Qual è l’animale che ti piace di più?”

Nella analisi del breve testo fatta insieme ai docenti, sono emerse molte possibili tematiche e questioni da affrontare con i bambini per un momento di dialogo-ricerca filosofica. Eccone alcune:

  • il tema della bellezza: chi/cosa è bello secondo te? che caratteristiche deve avere qualcosa per essere ‘bello’? tutti definiscono bello la stessa cosa? ecc.;
  • della forza: chi è il più forte secondo te? vincere significa essere il più forte? Il più forte è anche colui o colei che deve comandare? ecc.;
  • della paura: quando avete paura? cosa hanno in comune le varie situazioni che ci avete elencato? la paura può essere utile a qualcosa? Cosa fai per avere meno paura di qualcosa? ecc.;
  • della verità: quand’è che qualcosa è vero o finto? Travestirsi è come mentire? Ci possono essere bugie buone? ecc.;
  • della comunicazione: gli animali parlano? Come comunicano tra loro? Possiamo comunicare anche in modi diversi dalle parole? Se non trovi le parole, come puoi dire una certa cosa? ecc.;
  • della felicità: quando ti capita di essere contento per qualcosa? Le persone sono tutte felici per gli stessi motivi? ecc.

Per ognuna di queste macro tematiche, le insegnanti e le educatrici possono immaginare, o farsi guidare dalle proposte del manuale didattico in appendice al racconto, tutta una serie di attività ludiche o creative da proporre ai bambini. Un modo per continuare a ragionare sul tema giocando, elaborando, e creando.

Buona lettura e buona ricerca filosofica con i bambini!

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La filosofia stoica può esserci oggi d’aiuto?

In questi giorni complicati, la filosofia dello stoicismo può offrirci qualche risorsa utile a gestire le nostre paure, affrontare una realtà complessa e stare bene con noi stessi? Ne è da sempre convinto Massimo Pigliucci, Professore di Filosofia al CUNY-City College di New York ed uno dei massimi esperti di filosofia stoica.

Pigliucci cura un blog sulla pratica della filosofia stoica nel nostro mondo contemporaneo, How to Be a Stoic: an evolving guide to practical Stoicism for the 21st century, ed è autore di un bestseller sull’argomento: Come essere stoici. Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Garzanti 2018.

Pigliucci, Come essere stoici

Il termine “stoico” è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcuno che dimostra grande fermezza, forza d’animo e sangue freddo nell’affrontare le sfide della vita. Qualità di cui abbiamo tutti bisogno oggi. Ma da dove deriva quest’uso?

In questo breve video animato (6 min) per TedEd, Pigliucci ci guida in modo semplice e chiaro a conoscere i tratti salienti dello stoicismo come dottrina filosofica.

Stoicism_ Video

Lo stoicismo nasce ad Atene con Zenone di Cizio, intorno al 300 a.C. Il nome deriva dal luogo in cui Zenone teneva le sue lezioni ai suoi discepoli, la Stoà Pecìle di Atene o «portico dipinto». La filosofia stoica ha attraversato il pensiero occidentale per secoli, influenzando la cultura romana (vanta tra i propri seguaci personaggi illustri come Seneca e l’imperatore Marco Aurelio), il pensiero cristiano medievale, e giungendo sino alla modernità, dove è ripreso da alcune correnti psicologiche contemporanee. Il suo successo e la sua enorme diffusione è dovuta probabilmente alla capacità dello stoicismo di rispondere ad alcune delle più pressanti esigenze dell’uomo.

Gli stoici ritenevano che il mondo fosse regolato da una struttura razionale, il logos. Sebbene noi esseri umani non abbiamo controllo del reale e della struttura razionale che lo governa, possiamo (e dovremmo) prendere controllo del nostro modo di affrontare gli eventi e di reagire ad essi.

Ma come trarre il maggior vantaggio dalle situazioni, anche gravose, che ci si presentano? Secondo la dottrina stoica, attraverso l’esercizio di quattro virtù:

  • La saggezza: è una saggezza pratica, rivolta all’azione, che ci guida a comprendere una situazione complessa e a riconoscere ciò che si deve fare;
  • La temperanza: la moderazione degli impulsi dell’uomo e l’esercizio della nostra facoltà di scegliere il bene ed evitare il male;
  • La giustizia: è il saper distribuire oneri e onori, premi e punizioni in maniera equa;
  • Il coraggio: è la capacità di saper affrontare tutte le situazioni con integrità, fermezza e lucidità.

Lo stoicismo ci insegna che siamo noi i fautori della nostra felicità, e lo siamo anzitutto attraverso un’operazione razionale: è il significato che diamo alle nostre vite, a ciò che ci capita e alle nostre persone, a renderle buone o cattive. Se impariamo a dare un senso positivo a quello che stiamo affrontando, sapremo sempre trovare anche nell’ora più buia un raggio di luce.

 

 

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Babe, maialino coraggioso

Una bella storia di ribellione e di disobbedienza (civile), in cui il coraggio protagonista tenta di cambiare dall’interno un sistema ingiusto, che non riconosce i diritti del singolo all’autodeterminazione.

Il film, premio Oscar per gli effetti speciali, diretto da Chris Noonan nel 1995, è l’adattamento cinematografico del libro di Dick King-Smith. Babe affronta importanti questioni legate al tema dell’identità. Come nella fattoria orwelliana, gli animali sono metafora dell’uomo: troviamo gli stupidi (che meritano di finire nel pranzo di Natale), i meno stupidi (ma comunque stupidi, a detta di chi sta sopra), e quelli utili ad una qualche funzione.

Il tema dell’identità e del rapporto con l’altro assume in Babe una particolare torsione: è la nostra funzione sociale, il nostro ruolo nella comunità, a definire chi siamo? Ma se è così, non si riduce l’individuo a mezzo per qualche scopo, con buona pace dell’imperativo kantiano? E che fare se non ci sentiamo adatti alla funzione alla quale il destino o la società sembra averci assegnato?

Babe e ferdinand

Ferdinand: Gli uomini mangiano le anatre!

Babe: [gasps] Come ha detto scusi?

Ferdinand: Ah, molte di noi preferiscono non pensarci, ma gli uomini amano mangiare belle anatre in carne.

Babe: Ohhh, si sbaglia. Non il padrone, e nemmeno la padrona.

Ferdinand: Naaa. Gli uomini non mangiano i gatti… perché?

Babe: Beh, perché sono…

Ferdinand: Indispensabili – acchiappano i topi! Gli uomini non mangiano i galli… perché? Aiutano le galline a fare le uova e danno la sveglia!

Babe: Già…

Ferdinand: Ho provato con le galline, ma non mi apprezzano. Così ho provato a cantare e ho scoperto il mio dono! Ma proprio quando sto per diventare indispensabile si portano a casa un arnese che mi ruba il posto! Ohhhh-oh-oh, ma ci pensi, un gallo meccanico!

Babe: Oh povero me…

Ferdinand: Oh povero te?! [sospiri] Immagino che la vita di un povero papero conti ben poco nell’economia del vasto universo. Ma, maiale, io sono tutto ciò che ho! [But, pig, I’m all I’ve got!]

babe poster

Babe è anche una storia sul pregiudizio, sullo stigma sociale e collettivo, e su quanto sia difficile – ma non impossibile – superarlo.

Suddiviso in 8 capitoli tematici, il film si presta anche ad essere utilizzato come pretesto per la riflessione e discussione filosofica in classe, anche con i più giovani.

Chi sono io? Cosa fa di me ciò che sono? Ogni cosa ha uno scopo? È quello che è per quello scopo? Le persone possono essere mezzi per uno scopo? Io sono quello che faccio? Faccio quello che mi dicono o quello che voglio? A cosa servono le regole? Io e gli altri. Quello che io sono cambia nel tempo? C’è qualcosa di me che è sempre?

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Educare al limite. Filosofia nella scuola dell’infanzia

Un libro a cura di Carlo Altini per Edizioni ETS, 2019.

Fin da bambini l’esperienza del limite si presenta come ordinaria e complessa allo stesso tempo. Ogni giorno dobbiamo tenere conto del fatto che ci sono limiti che è meglio non superare, per evitare spiacevoli conseguenze, e limiti oltre i quali, invece, occorre provare a spingersi, per imparare e per conoscere qualcosa di nuovo su noi stessi, sugli altri e sul mondo. La cognizione del limite, di conseguenza, è cruciale per il nostro rapporto con la realtà e lo è almeno in una duplice dimensione. È importante tanto per il singolo individuo, in riferimento al suo processo di crescita e di avviamento all’autonomia, quanto per le comunità, impegnate nel difficile compito di non oltrepassare quei limiti che potrebbero mettere a rischio la convivenza pacifica tra gli esseri umani e la preservazione del nostro pianeta.

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Data la centralità della nozione di limite per l’esistenza umana, in questo volume cerchiamo di mostrare come si possa iniziare a riflettere sul concetto di limite fin dalla scuola dell’infanzia, riportando esempi ragionati di conversazione filosofica che hanno coinvolto in modo appassionante bambine e bambini dai 3 ai 5 anni. Il lettore troverà sia molte idee per proporre dialoghi con i più piccoli attraverso gli strumenti della filosofia con i bambini (a partire da enigmi, esperimenti mentali, casi concreti e storie), sia suggerimenti perché insegnanti e educatori possano condurre queste attività in maniera efficace nei differenti contesti nei quali si trovano a operare. (Dalla pagina dell’editore)

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The Learning Pit (la buca dell’apprendimento)

O anche The Learning Challenge (la sfida dell’apprendimento), è un’efficacie rappresentazione grafica che riproduce la curva dell’apprendimento secondo le teorie del costruttivismo di Vygostky. È stata sviluppata da James Nottingham, per consentire ai docenti di riflettere sulle proprie metodologie didattiche, e agli studenti di prendere consapevolezza del loro processo di apprendimento.

Secondo questo modello, studenti che non affrontino da sé i problemi, le criticità, e le sfide poste da ogni nuovo concetto o contenuto di sapere, non lo hanno appreso veramente: “se salti la buca, non stai apprendendo”, questo il motto che torna spesso in molte rappresentazioni del The Learnign Pit.

Viene sottolineata la dimensione attiva (pragmatismo) e intersoggettiva (costruttivismo) dell’apprendimento, secondo l’idea che si apprende facendo, e soprattutto facendo parte di una comunità di ricerca (concetto formulato da Peirce e poi ripreso e sviluppato dalla Philosophy for Children e dalla pratica filosofica).

Attraverso il dialogo filosofico, gli studenti, siano giovanissimi o adulti professionisti, vengono posti di fronte a un problema – il momento della destabilizzazione dalle proprie certezze, la discesa nella buca –, per poi essere invitati alla ricerca di una soluzione, di una spiegazione, aiutandosi l’un l’altro. Fino a giungere, possibilmente insieme, a risalire la buca, al momento dell’Eureka! Eureka, ci spiega Nottingham, significa “l’ho trovato!”, “io, l’ho trovato!”.

The learning Pit

Quante volte – Nottingham ci fa notare – chiediamo ai nostri figli “cosa hai fatto a scuola?” e tutto quello che otteniamo è un laconico “niente”. Provate a far tacere un bambino che ha avuto un’esperienza ‘Eureka!’, non ce la farete.

Qui sotto un breve e simpatico video nel quale Nottingham spiega fondamenti ed effetti del dialogo filosofico come pratica di insegnamento, e come lui guida i suoi studenti a cadere e poi risalire dalla buca.

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La filosofia in favole

di Ermanno Bencivenga, Oscar Mondadori, ultima edizione 2017.

Un esperimento originale, iniziato nel 1991 e poi riproposto a più riprese in forme ampliate: la filosofia in favole. Una bellissima raccolta di brevissime storie, racconti, favole, per riscoprire la filosofia in una chiave diversa e avvicinare alle grandi e complesse questioni del pensiero anche i più piccoli. Un libro da leggere da soli o, ancor meglio, in compagnia.

Bencivenga filosofia in favole

«Per illustrarci i temi chiave sui quali la filosofia da sempre si interroga, Ermanno Bencivenga ha scelto un linguaggio insolito: quello delle favole. Ne è nato, nel 1991, uno dei libri più originali e di maggior successo della divulgazione filosofica italiana, La filosofia in trentadue favole, poi ampliato in diverse edizioni successive fino ad approdare a La filosofia in ottantadue favole. In queste pagine il noto filosofo torna a parlarci di un mondo nel quale la magia è negli occhi di chi guarda, nella continua meraviglia di chi osserva le cose con l’innocenza di un bambino, di chi gioca a chiedersi «perché» sapendo che ogni risposta cela sempre in sé una nuova domanda. Perché è proprio dal senso di stupore, dall’incantamento con cui i bambini ascoltano le favole che nasce la riflessione filosofica» (dalla pagina dell’editore).

 

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Hannah Arendt: per ricordarla o iniziare a conoscerla

Oggi 14 ottobre nel 1906 nasceva la filosofa Hannah Arendt. Abbiamo scelto alcune fra le sue frasi più celebri, un libro e un film per (iniziare a) conoscerne la storia e il pensiero.

La vita:

Nasce a Linden, in Germania. Studiò filosofia a Berlino con Heidegger e poi a Heidelberg con Jasper. A causa delle sue origini ebraiche sarà costretta a lasciare il Paese nel 1937 per fuggire in Francia e, poi nel 1940, negli Stati Uniti. Qui intraprende una prestigiosa carriera accademica e insegnerà presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e dal 1967 alla New School for Social Research di New York.

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Il suo pensiero in pillole, attraverso alcune delle sue frasi più celebri:

  • «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Le origini del totalitarismo, 1951)
  • «Senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà d’opinione diventa una beffa crudele» (Verità e politica, 1967).
  • «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale» (Lettera a Scholem, 1963)
  • «Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.» (La banalità del male, 1963)
  • «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti» (La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro. Sei esercizi sul pensiero politico, 1961)

Le sue opere:

Arendt scrisse molte opere divenute centrali nel dibattito filosofico politico e morale. Particolarmente rilevanti sono i suoi contributi all’analisi e problematizzazione di questioni come la natura del potere, l’autorità, il totalitarismo, l’origine e la natura del male, l’educazione, l’essenza politica dell’uomo.

Accanto a Le origini del totalitarismo (1951) e Vita Activa. La condizione umana (1958),  la sua opera forse più celebre, o quantomeno quella che sicuramente generò più scalpore anche fra il pubblico non accademico, è La banalità del male (1963), in cui Arendt raccoglie le proprie riflessioni maturate assistendo al celebre processo al generale delle SS Adolph Eichmann nel 1961.

banalità del male

Il processo fu il primo grande evento mediatico della storia, milioni di persone da tutto il mondo lo seguirono. Eichmann, latitante in Argentina dalla fine della guerra, venne processato a Gerusalemme; chiamato a rispondere della sua funzione di capo del Gabinetto dell’emigrazione ebraica del Reich, venne ritenuto uno dei principali esecutori materiali della Shoah e quindi condannato a morte nel 1962.

La tesi per molti sconcertante di Arendt fu che Eichmann non era un ‘mostro’, un ‘demonio’, una ‘belva’ (come lo aveva descritto il magistrato dell’accusa), ma un uomo normalissimo, nemmeno particolarmente intelligente o brillante. Non era un astuto criminale, ma una persona piatta, priva di autonomia di pensiero, incapace di riflettere e interrogare le proprie azioni, ma proprio per questo il più pericoloso degli uomini.

Un film e un documentario:

Proprio a questo periodo della vita di Arendt, in cui la filosofa segue la vicenda Eichmann e alle polemiche che seguirono la pubblicazione del suo lavoro, è dedicato il film di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, del 2012. Qui una recensione del film.

Hannah Arendt

Da vedere anche Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt (2015), un documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz.  «Un ritratto intimo e straordinariamente documentato della vita privata e intellettuale della Arendt, attraverso i luoghi dove ha vissuto, lavorato, amato e sofferto, mentre scriveva delle ferite ancora aperte del suo tempo».

VitaActiva_poster

Per approfondire:

  • Boella, Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare praticamente, Feltrinelli 1995.
  • Flores d’Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma, 1995.
  • Guaraldo, Hannah Arendt, Milano, RCS MediaGroup, 2014.
  • Ettinger, Hannah Arendt e Martin Heidegger. Una storia d’amore, tr. Giovanna Bettini, Garzanti, Milano, 1996.
  • Young-Bruehl, Hannah Arendt : una biografia, tr. di David Mezzacapa, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

Arendt1

Fil(m)osofia

I filosofi raccontati da Roberto Rossellini

Sono quattro le pellicole girate da Roberto Rossellini sulla vita e il pensiero di alcuni grandi protagonisti della tradizione filosofica: Socrate (1970), Agostino d’Ippona (1972), Cartesius (1973) e Pascal (1971).

Tutti i film furono pensati e prodotti per la televisione e, assieme a Luigi XIV (1966), costituiscono un ciclo di ritratti di personaggi storici dall’intento divulgativo ed educativo. Sono parte di un più ampio progetto didattico per il quale il regista si proponeva di utilizzare la TV, anziché il cinema, per raggiungere il pubblico più vasto, non necessariamente colto e informato.

In ognuna di queste opere, il pensiero di Socrate, Agostino, Cartesio e Pascal, per lo meno nei loro tratti principali, viene presentato attraverso un ritratto a tutto tondo del personaggio. Grande attenzione viene infatti data non solo alla ricostruzione degli ambienti e delle epoche storiche in cui questi filosofi hanno vissuto, ma anche al loro lato umano, nel tentativo da parte di Rossellini di dare forma alla persona che quel pensiero ha prodotto.

Socrate (1970):

Durata: 120 min.

https://youtu.be/SY-mgZbuxBA

socrate rossellini

Agostino d’Ippona (1972):

Durata: 115 min.

https://youtu.be/f0BiatYwc0w

Agostino rossellini

Cartesius (1973):

Durata 155 min.

https://youtu.be/T9cq7G8hoAE

Cartesius rossellini

 Pascal (1971):

Durata 135 min.

https://vimeo.com/347991557

Pascal Rossellini

Buona visione!

didattica della filosofia

Percezione dell’apprendimento versus apprendimento effettivo: perché la valutazione degli studenti può essere falsata

Uno studio della Harvard Univerity appena pubblicato (Measuring actual learning versus feeling of learning in response to being actively engaged in the classroom, September 4, 2019) ha mostrato esservi una dissonanza tra gli esiti di apprendimento di una certa metodologia didattica e la percezione degli stessi negli studenti.

Gli autori sono partiti dalla constatazione, confermata da molte ricerche in materia, che l’impiego di una metodologia didattica “attiva”, che coinvolge direttamente gli studenti nel processo di apprendimento, consente il raggiungimento di risultati formativi migliori rispetto a strategie didattiche tradizionali, dove lo studente ha un ruolo per lo più passivo. Eppure, molti docenti sono ancora restii ad adottare metodologie didattiche attive. Come mai?

In parte sembra doversi al fatto che nei questionari di valutazione di fine corso gli studenti dichiarano di preferire i corsi che richiedono una partecipazione passiva, per diversi motivi: ad esempio, alcuni ammettono di non amare interagire in classe, o che la metodologia attiva risulti più faticosa.

In questa ricerca gli studiosi hanno voluto testare la percezione che gli studenti hanno del loro apprendimento rispetto ad una metodologia didattica attiva o passiva: lo studio conferma che non vi sia corrispondenza tra quanto gli studenti ritengono di aver appreso e i risultati da loro ottenuti ai test! Come se vi fosse in azione una sorta di bias o pregiudizio nei confronti delle nuove metodologie didattiche, la percezione soggettiva degli studenti è di apprendere più e meglio in corsi che richiedono un ruolo passivo allo studente rispetto a quelli che li coinvolgono attivamente, nonostante i risultati raggiunti in questi ultimi siano sensibilmente migliori.

 

Grafico studio valutazione studenti

Questo grafico lo mostra chiaramente: sebbene il secondo gruppo di studenti, che ha seguito un metodo “attivo” abbia ottenuto un esito migliore ai test finali (prima colonna), il grado di soddisfazione espresso alla fine dagli studenti è stato di gran lunga inferiore per tutte le domande poste: “ Mi è piaciuto questo corso”; “Ritengo di aver imparato molto da questo corso”; “Il docente è stato efficace nel suo insegnamento”; “Desidero che tutti i miei corsi di fisica venissero insegnati in questo modo”.

Gli autori si sono quindi chiesti quali fossero le ragioni di tale scarto tra i risultati ottenuti e la percezione degli studenti, e hanno individuato tre possibili concause di questo fenomeno:

1) il fatto che lezioni tradizionali siano cognitivamente più lineari da seguire, più scorrevoli, può trarre in inganno circa quanto si stia davvero imparando;

2) i principianti in un dato campo di studi (quelli della ricerca lo erano in fisica) hanno scarsa metacognizione del proprio apprendimento e sono poco equipaggiati per giudicare i loro progressi;

3) gli studenti poco familiari con metodologie didattiche attive possono non rendersi conto del fatto che la maggiore difficoltà cognitiva che accompagna un apprendimento attivo sia in effetti indice del fatto che l’apprendimento sia efficace.

self-evaluation

Questo studio ci porta ad una riflessione: ormai da tempo i corsi universitari e sempre più anche quelli della scuola dell’obbligo vengono posti al giudizio finale degli studenti. Intercettare l’opinione degli studenti è uno strumento prezioso per il docente e utile per calibrare le proprie scelte didattiche e metodologiche. Tuttavia, studi come questo mostrano quanto sia rischioso far dipendere la propria impostazione metodologica esclusivamente dalla percezione di chi apprende, poiché – senza un’adeguata formazione metacognitiva – lo studente non è il giudice migliore per valutare l’effettiva riuscita di un processo di apprendimento.

La soluzione non è non ascoltare l’opinione degli studenti, ma dare loro tutti gli strumenti necessari per conoscere e valutare con consapevolezza i meccanismi formativi. L’articolo si chiude, infatti, con la raccomandazione degli autori ai docenti a spiegare questi fenomeni in classe, con l’invito a lavorare con gli studenti anche sulla metacognizione del proprio processo di apprendimento per renderli consapevoli dell’effettivo valore pedagogico-formativo di una metodologia didattica rispetto ad un’altra, contro la percezione che loro stessi possono avere.