filosofia pubblica, metafilosofia

Vi è un “diritto alla filosofia”?

Come è noto la filosofia in Italia viene insegnata solo all’ultimo triennio dei licei, non è presente nelle altre scuole superiori di primo e secondo grado e manca del tutto nella scuola Primaria. Le ragioni di ciò affondano in una precisa concezione di scuola e di società, che risale agli inizi del ‘900 a Gentile, e oggi può e deve essere messa in discussione.

Gli appelli a portare la filosofia anche al di fuori dei licei si ripetono da anni, se a livello centrale di politica scolastica sono per lo più rimasti inascoltati, non è così nella pratica. Numerosissime e di grande efficacia formativa didattica sono le iniziative che hanno introdotto la filosofia negli istituti tecnici – cito il lavoro di Enrico Liverani ad esempio[1] – o ai bambini della scuola dell’Infanzia e Primaria – si guardi al mondo in continua evoluzione della Philosophy for Children.

A muovere queste proposte vi è l’idea che la pratica della filosofia – fatta in un certo modo, che andrebbe naturalmente esplicitato e definito – sia formativa di tutta una serie di abilità e competenze trasversali imprescindibili per lo studente di qualsiasi disciplina e per il cittadino di domani. Il fare filosofia implica, tra le altre cose, la capacità di problematizzazione e critica del dato, di analisi di una questione complessa, di fare inferenze logiche corrette, la pratica di una buona argomentazione, l’ascolto attivo dell’altro, la consapevolezza di sé e dei propri limiti o condizionamenti e il sapere riconoscere quelli altrui. Tutte competenze dall’indubbio valore cognitivo, ma anche etico-politico[2].

Interessante sarebbe allora sviluppare l’idea di un “diritto alla filosofia” degli adulti come dei bambini.

Se guardiamo, ad esempio, alla Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia (1989) troviamo negli articoli 12, 13 e 14 il richiamo ai seguenti diritti:

  • “il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa” (Art. 12),
  • “il diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo” (art. 13)
  • “il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione” (Art. 14).

Eppure non basta una libertà negativa, cioè l’assenza di impedimenti esterni, per poter garantire questi diritti ai bambini, serve una libertà positiva: serve dotare i bambini degli strumenti necessari per esercitare questi diritti.

Ecco, allora, che la filosofia, intesa come pratica volta a formare ed esercitare le competenze necessarie ad un pensiero autonomo e consistente e un’argomentazione efficacie, diviene a tutti gli effetti un diritto esigibile.

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[1] https://www.corriere.it/scuola/secondaria/21_maggio_26/insegnare-filosofia-istituti-tecnici-professionali-si-puo-ecco-come-7509bf1e-be0c-11eb-a5e7-170774e96424.shtml

[2] Si aprirebbe qui la questione di quale didattica della filosofia per quale tipo di formazione, discorso che non possiamo affrontare nel breve spazio di questo post e che rinviamo ad altri interventi. La letteratura sulla didattica della filosofia e sui suoi esiti formativi è vastissima. Come primo possibile riferimento si veda “Comunicazione filosofica” rivista di didattica della filosofia a cura della SFI, Società Filosofica Italiana.