Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Frozen e il bias della bellezza

Se siete amanti dei film di animazione, o avete figli piccoli, avrete sicuramente visto FrozenIl regno di ghiaccio (2013). Il film ha avuto un enorme successo di pubblico (record di incassi nella sua categoria) e di critica, perché abbandona diversi cliché del genere: dall’ideale dell’amore romantico, alla caratterizzazione dei personaggi, che non nascondono ombre e insicurezze.

Soprattutto, Frozen rompe definitivamente con l’associazione tra bellezza e bontà tipica dell’universo disneyano, in cui i buoni sono notoriamente belli e affascinanti, mentre i personaggi cattivi sono tipicamente di brutto aspetto, con tratti buffi, o caricaturali.

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Posto che l’esperienza di tutti noi ci insegna che l’uguaglianza di bello e bene non sia una regola, su cosa si basa questo topos cinematografico?

Se guardiamo alla filosofia, l’accostamento di bellezza e bontà risale almeno sino agli antichi greci che usavano la formula kalokagathòs per esprimere «bello e buono». Sarà Platone a dare all’unità di bellezza e bontà un fondamento ontologico: nella visione platonica il bene supremo coincide con la suprema bellezza, e proprio la bellezza può essere il tramite per attirare gli uomini al bene e al vero.

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Dall’antica Grecia, l’equazione tra bellezza e bontà attraversa tutta la storia del pensiero e giunge sino a noi, per lo più sotto forma di un assunto implicito.

È stato scorso lo psicologo Edward L. Thorndike a descrivere per primo negli anni ’20 la nostra tendenza a valutare positivamente persone di bell’aspetto[1]. Il fenomeno viene descritto in psicologia come l'”effetto alone” (the halo effect): si tratta del pregiudizio, o bias cognitivo, a causa del quale una valutazione positiva o negativa su una particolare caratteristica della persona viene estesa ad altre qualità della stessa.

Il fenomeno funziona sia in positivo sia in negativo: se ci piace una certa caratteristica di una persona (o oggetto), tenderemo ad avere una predisposizione positiva verso tutto ciò che lo riguarda; se, invece, non ci piace un aspetto di qualcosa, matureremo un’avversione generalizzata ad essa.

Questa distorsione del nostro giudizio avviene per lo più inconsciamente e agisce anche su persone che razionalmente non credono che bello sia garanzia di buono. Ciò fa sì che l’aspetto fisico influenzi gran parte delle nostre vite (lo sospettavate già?).

Non è solo un luogo comune: nel 1972 in un famoso studio dal titolo “Quello che è bello è buono”[2], gli psicologi Dion, Berscheid e Walster dimostrano che ci facciamo influenzare dall’aspetto fisico sino al punto da attribuire a persone attraenti– senza fondamento o ragione – tutta una serie di qualità positive, come intelligenza, affidabilità o competenza. Questo fa sì che persone di bell’aspetto abbiano trattamenti di favore in diversi ambiti della loro vita.

Sin dai primi anni di scuola, l’aspetto fisico influisce sui giudizi che si ricevono: insegnanti e professori tendono a dare voti più alti a bambini di bell’aspetto e ad essere più indulgenti in caso di comportamenti negativi[3]. Non solo nella scuola primaria, però, l’effetto alone gioca un ruolo anche nei giudizi di competenza e intelligenza in ambito accademico.

the halo effect

Sul piano professionale, la bellezza gioca un ruolo sulla possibilità di essere chiamati a colloqui di lavoro e poi assunti, sulla percezione che superiori e colleghi hanno della competenza e produttività e persino sul salario percepito[4].

Addirittura, l’essere o meno attraenti può avere un peso in ambito giudiziario, influendo sulla possibilità di venir giudicati colpevoli di un reato e sull’ammontare delle pene da scontare[5].

È probabilmente su questo comune bias cognitivo che ci fa associare bellezza ad altre doti positive, più che sulle pagine platoniche, che l’immaginario disneyano del bello = buono trova fondamento.

Frozen però segna una svolta rispetto a questo paradigma e lo fa con il Principe Hans [spoiler da qui in poi].

hans

Per la prima volta l’antagonista della storia, il personaggio cattivo, è un bellissimo e affascinante principe, che per gran parte della vicenda trae in inganno noi e la coprotagonista, la principessa Anna, che crede di essersene innamorata.

Il colpo di scena finale è spiazzante per tutti, con Hans che si rivela per quello che è, un subdolo e meschino arrivista disposto a tutto pur di conquistare una posizione, e Anna che impara una dura lezione sulla bellezza e bias cognitivi.

 

[1] Thorndike, EL (1920), “A constant error in psychological ratings”, Journal of Applied Psychology4 (1): 25–29,

[2] Dion, K; Berscheid, E; Walster, E (1972), “What is beautiful is good”, Journal of Personality and Social Psychology24 (3): 285–90.

[3] Abikoff, H; Courtney, M; Pelham, WE; Koplewicz, HS (1993), “Teachers’ Ratings of Disruptive Behaviors: The Influence of Halo Effects”, Journal of Abnormal Child Psychology21 (5): 519–33,

[4] Johnson S.K., Podratz K. E., Dipboye R.L., Gibbons E. (2010), Physical Attractiveness Biases in Ratings of Employment Suitability: Tracking Down the “Beauty is Beastly” Effect, The Journal of Social Psychology, 150 (3): 301-318.

[5]Efran, M. G. (1974), “The Effect of Physical Appearance on the Judgment of Guilt, Interpersonal Attraction, and Severity of Recommended Punishment in Simulated Jury Task”, Journal of Research in Personality8: 45–54; Castellow, W. A., Wuensch, K. L. and Moore, C. H. (1990), “Effects of physical attractiveness of the plaintiff and defendant in sexual harassment judgments”, Journal of Social Behavior and Personality, 5: 547–562.

Esercizi filosofici

Verità, credenza e giustificazione

Sulla base della tua intuizione di cosa sia la verità rispondi alle seguenti domande. Cerca di argomentare la tua risposta e fai degli esempi.

1. Puoi credere a qualcosa che non giustifichi? 
2. Puoi giustificare qualcosa a cui non credi?
3. Ci possono essere credenze vere non giustificate?
4. Ci possono essere credenze false giustificate?

Per approfondire la distinzione tra verità, credenza e giustificazione vedi:

Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, ET Saggi, 2007.

Esercizio filosofico

Evento

LABORATORIO FILOSOFICO: VERITÀ, POSTVERITÀ, PIÙ VERITÀ?

19 dicembre 2018 _ Istituto Orsoline di San Carlo (MI) 

Appuntamento all’Istituto Orsoline di San Carlo (MI). Con i ragazzi di terza e di quarta liceo discuteremo di Post-Truth (che cosa significa ‘post-verità’? Il nostro tempo può essere definito l’epoca della postverità? per quali ragioni? ecc.).

Parleremo quindi di Fake-News: esamineremo alcuni casi celebri, più e meno recenti, di notizie false, e ragioneremo sulle caratteristiche e le cause di un fenomeno oggi in espansione.

Con i ragazzi di quinta porremo invece a confronto due paradigmi differenti di verità: le teorie corrispondentistiche della verità e le teorie epistemiche. Esamineremo e discuteremo le ragioni di chi sostiene una teoria epistemica della verità, e quelle di chi per contro sostiene una concezione della verità come corrispondenza.

Post-truth meme

Evento

LABORATORIO FILOSOFICO: La verità e i suoi nemici. Gli argomenti di scetticismo e relativismo e possibili risposte

4 dicembre 2019 _ Liceo Scentifico A. Calini di Brescia

Ultimo incontro del laboratorio filosofico sulla verità con i ragazzi del Liceo scientifico A. Calini (Liceo Scientifico Annibale Calini) di Brescia. Argomento del giorno è le sfide poste da scetticismo e relativismo alla questione della verità.

Ricostruiremo le differenze tra scetticismo antico e moderno, per poi esaminare tre dei principali argomenti scettici:

1) L’illusorietà delle percezioni sensibili;
2) La difficoltà nel distinguere tra sogno e veglia (il maestro Chuang-tzu e Cartesio);
3) La possibilità che vi sia un genio maligno che ci inganni (Cartesio) o che vi sia un super computer che stimoli i nostri cervelli creando percezioni artificiali (Putnam).

Guarderemo quindi ad alcune possibili repliche a questi argomenti scettici, elaborate rispettivamente da Cartesio, Putnam e Austin.

Nella seconda metà del laboratorio affronteremo la questione del relativismo e dei suoi diversi modi:

1) Relativismo epistemico;
2) Relativismo morale;
3) Relativismo culturale.

Concluderemo i lavori chiedendoci se lo scetticismo sia una posizione teoricamente inconfutabile ma imbarazzante (Diego Marconi) e se difendere valori quali la tolleranza e il pluralismo ci obblighi a sposare una posizione relativistica a proposito delle verità morali.

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consigli di lettura

Brockman J. (a cura di), Non è vero ma ci credo. Intuizioni non provate, future verità, Il saggiatore 2005.

[Per un approfondimento della questione della verità e sulla distinzione tra verità, credenza e giustificazione]

«A volte grandi menti riescono a intuire la verità prima di averne le prove o gli argomenti. Diderot lo definiva ‘esprit de divination’. In che cosa credi, anche se non puoi provarlo?»

Il volume raccoglie le brevi risposte a questa domanda di oltre cento tra le più autorevoli voci contemporanee – fisici, filosofi, psicologi, biologi, chimici, artisti, ecc. – ognuno di loro prova a scommettere.

[*Nota bene: nel volume il termine ‘vero’ non è usato nella sua accezione tecnica, distinta da ‘credenza’ e ‘giustificazione’, qui ‘vero’ significa ‘giustificato’, ‘dimostrato’, ‘provato’.]

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Evento

LABORATORIO FILOSOFICO: “IL NUMERO FA LA FORZA”, FA ANCHE LA VERITÀ? ELEMENTI DI EPISTEMOLOGIA SOCIALE

27 novembre 2018 _ Liceo Scientifico A. Calini di Brescia

Con i ragazzi del Liceo Scientifico A. Calini di Bs (Liceo Scientifico Annibale Calini) abbiamo trattato di alcuni elementi di epistemologia sociale.

Ci siamo anzitutto chiesti quale sia l’oggetto di studio dell’epistemologia sociale e a cosa si riferisca l’aggettivo ‘sociale’. Almeno tre sono le risposte possibili:

1) alla fonte sociale di molte delle nostre conoscenze;
2) all’influenza che il gruppo di appartenenza può avere sul processo conoscitivo del singolo;
3) alle dinamiche epistemiche di soggetti collettivi.

Per ognuna di queste tre macro-aree d’indagine dell’epistemologia sociale si è poi affrontata nei suoi tratti principali una questione specifica:

1) il valore epistemico della testimonianza;
2) l’esperimento di Asch e il peso del conformismo sulla percezione visiva del singolo;
3) virtù e difetti epistemici di sistemi di sapere collettivi (es: Wikipedia).

il numero fa la verità

Esercizi filosofici

La filosofia nell’arte

Approfondimento interdisciplinare a proposito di verità e percezione.

Una volta spiegata l’alternativa fra teorie della verità come corrispondenza (la verità è data dalla corrispondenza di rappresentazione e realtà) e teorie epistemiche della verità (la verità è interna al processo epistemico del soggetto che determina l’oggetto della nostra conoscenza), si chiede agli studenti di interpretare la celebre opera di Magritte.

Indipendentemente da quale fosse l’intenzione dell’autore, che tipo di concezione della verità secondo te esprime quest’opera?

[René Magritte, La condizione umana I, 1933, olio su tela, 100×81 cm, Washington, National Gallery of Art]

René_Magritte_The_Human_Condition