didattica della filosofia, filosofia pubblica

Il numero fa la forza, fa anche la verità?

Terzo incontro ieri con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema per discutere e ragionare insieme di verità (laboratorio filosofico: Fake news e Postverità).

Questa volta l’abbiamo fatto adottando la prospettiva dell’epistemologia sociale e chiedendoci in che modo, ed eventualmente fino a che punto, l’influenza degli altri può determinare il nostro rapporto con la verità.

Siamo partiti dal problema filosofico della testimonianza: la questione è stabilire se la testimonianza di altri possa valere come conoscenza e, se sì, sotto quali condizioni. Ci si chiede, inoltre, se questo tipo di conoscenza abbia un valore epistemico inferiore rispetto all’esperienza diretta.

Molti elementi possono minare l’affidabilità della testimonianza: dalla qualità della comunicazione, all fiducia del destinatario nel mittende, alla incerta neutralità del mezzo di comunicazione. Ci siamo soffermati, fra tutti questi elementi e molti altri, sulla questione dell’onestà del testimone: quanto siamo onesti? In quali occasioni tendiamo ad assecondare la tentazione di mentire e per quali ragioni?

Per ragionare su questi temi ci siamo serviti dei risultati delle ricerche che Dan Ariely, psicologo comportamentale, ha mostrato nel docufilm (Dis)Honesty – The Truth About Lies (2015).

Nella seconda parte del laboratorio, abbiamo trattato la questione del conformismo, chiedendoci quanto la pressione del gruppo possa influire sulla nostra percezione del vero.

Celebri, a questo riguardo, gli esperimenti che lo psicologo polacco-americano Solomon E. Asch (1907-1996) ha condotto nei primi anni ’50, sugli effetti della pressione di gruppo. Con le sue ricerche, Asch dimostra che la tendenza al conformismo è presente in tutti noi e agisce, più o meno consapevolmente, non solo influenzando le nostre decisioni e azioni, ma addirittura portandoci in alcuni casi a rifiutare l’evidenza delle nostre percezioni.

Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

consigli di lettura, filosofia pubblica

Altre menti: cosa ne sappiamo e cosa non potremo mai sapere

«Quanto sai davvero di quello che avviene nella mente di chiunque altro?».

Con questa domanda Thomas Nagel apre il secondo capitolo di Una brevissima introduzione alla filosofia (1987), dedicato al problema filosofico delle Altre menti [ne stiamo discutendo qui].

Come possiamo sapere se quello che provano gli altri quando mangiano del gelato al cioccolato, ad esempio, è lo stesso – o quantomeno simile – a ciò che proviamo noi? Non è solo una questione di gusti, in gioco vi è la domanda circa la comparabilità stessa delle esperienze, e anche di più.

Ma procediamo per gradi. Su cosa fondo la mia intuizione che la correlazione stimolo-esperienza sia simile tra individui differenti? Certamente non sul linguaggio, perché potremmo aver imparato a chiamare ‘rosso’ o ‘amaro’ gli stessi stimoli, ma questo non è garanzia del fatto che l’esperienza del rosso o dell’amaro sia la stessa tra individui. Nemmeno la correlazione tra stimolo e organi di senso è garanzia del fatto che l’esperienza soggettiva sia la medesima.

Seguendo questo filo di ragionamenti, dalla conoscibilità delle altre menti o coscienze, si può giungere a problematizzare la loro stessa esistenza.

«Se continuiamo su questa strada alla fine essa conduce allo scetticismo più radicale su tutto ciò che è relativo a altre menti. Come fai anche a sapere che il tuo amico è cosciente? Come fai a sapere che vi sono altre menti oltre la tua?»

Questa domanda si può porre in molti modi. Così come non posso essere certa che l’altro essere umano abbia una coscienza (potrebbero essere macchine sofisticatissime come nel miglior o peggiore scenario fantascientifico), non potrei forse anche chiedermi se altri esseri invece ce l’abbiano? Probabilmente pochi di noi avrebbero difficoltà a concedere che diversi animali abbiano coscienza – dovremmo naturalmente capirci su questo termine e le sue implicazioni. Forse qualcuno in più dubiterebbe che invertebrati possano averla, o addirittura vegetali. E che ne è dei computer e dei sistemi di intelligenza artificiale?

La questione circa la possibilità per una macchina di sviluppare coscienza ha impegnato la riflessione filosofica almeno da Cartesio in poi, diventando a partire da Turing una delle grandi problematiche del ‘900, molto battuta anche dalla letteratura di fantascienza (fra tutti Asimov) e dal cinema (giusto per dare un paio di titoli: Ex-Machina[2015] e A.I. Intelligenza Artificiale [2001]).

Non meno interessante, tuttavia, è l’interrogativo a proposito della coscienza di altri esseri viventi. In questo libro, Altre menti: il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, Adelphi 2018 (ed. orig. 2016), Peter Godfrey-Smith, filosofo della scienza presso l’Università di Sydney, affronta la questione con uno sguardo a una specie vivente curiosa, che probabilmente non definiremmo ‘intelligente’ e che pure ci sa sorprendere per il suo comportamento complesso e sofisticato: i polpi. Non è possibile, si chiede Godfrey-Smith, che anche la mente abbia subito un processo evolutivo simile a quello di altri organi? E che quindi anche specie animali molto lontane dalla nostra abbiano sviluppato una loro forma di coscienza?

Altre menti2

Tornando allora a Nagel e alle sue domande:

«Quindi la questione è: cosa puoi veramente sapere sulla vita cosciente in questo mondo oltre al fatto che tu stesso hai una mente cosciente?  È possibile che vi sia molta meno vita cosciente di quella che assumi (nessuno eccetto la tua), o molta di più (anche in cose che assumi essere incoscienti)?»

Anche ammesso che gli studi biologici giungano a dimostrare che i polpi abbiano una qualche forma di esperienza cosciente, resta il fatto che noi non potremo mai sapere cosa di prova ad essere polpi, o robot, o pipistrelli. Questo, come ci ha insegnato proprio Nagel in un altro suo celebre lavoro, What is like to be a bat? (“The Philosophical Review”, 1974), rimarrà per noi sempre un mistero: i limiti dell’esperienza soggettiva sono invalicabili.

filosofia pubblica, Senza categoria

Infodemia

L’enciclopedia Treccani la definisce «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili».

Ci viene spiegato che “infodemia” deriva dall’inglese infodemic, composto da info(rmation) (informazione) ed (epi)demic (epidemia). Il termine fu usato per la prima volta da David J. Rothkopf in un articolo del «Washington Post» del 2003 a proposito di SARS, When the Buzz Bites Back. Rothkopf apriva il suo articolo affermando che la SARS è la storia di non una, ma ben due epidemie, una sanitaria, e l’altra cognitiva: la seconda ha trasformato la prima in una catastrofe economica e sociale globale.

Il termine viene oggi da più parti ripreso a proposito della nuova emergenza sanitaria creata dal coronavirus, e lo si trova anche in alcune comunicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (vedi il documento dello scorso 2 febbraio 2020 a proposito della disinformazione sul coronavirus).

L’infodemia è un’epidemia informativa dovuta al vorticoso generarsi di informazioni e notizie su una certa situazione o evento. Come scrive Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, in questo appello contro l’infodemia, «mentre l’epidemia biologica avanza, e speriamo si fermi al più presto, l’epidemia cognitiva accelera con informazioni di tutti i tipi date da fonti rilevanti».

Assieme alle fake-news, l’infodemia contribuisce a fare della nostra epoca l’epoca della post-verità, ma è più ampio – e forse più complesso – del fenomeno fake-news, perché non è riducibile alla mera falsificazione della verità. Generata spesso dalle stesse autorità e istituzioni, l’infodemia non è necessariamente un’informazione falsa, può essere un’informazione non accurata, o solo parzialmente vera, o, ancora, vera in un dato contesto che però non viene specificato adeguatamente all’utente, producendo così la percezione di un’informazione contraddittoria. La sovrabbondanza di fonti informative, anche autorevoli, ma non sempre concordanti, non aiuta. Il pubblico che subisce questa ondata epidemica di informazione non riesce a gestirla, ad assimilarla adeguatamente, e ne esce inevitabilmente disorientato e confuso, o addirittura spaventato.

infodemia

 

Che fare allora per arginare questo diverso tipo di epidemia? L’Oms raccomanda ai vari Paesi, ai media e alle agenzie comunicative di essere il più possibili trasparenti e di adottare una narrazione coordinata, se non proprio univoca, tra le diverse voci coinvolte, scientifiche e politiche.

C’è bisogno di verità, una verità che non si possa scegliere al supermercato delle nostre bolle epistemiche.

Fil(m)osofia, filosofia pubblica

(Dis)Honesty – The Truth About Lies

Film documentario del 2015 diretto da Yael Melamede.

Che mentire sia sbagliato è uno dei principi morali maggiormente accettati nell’etica deontologica, eppure tutti noi mentiamo. A volte lo facciamo per validi motivi, altre senza nemmeno rendercene conto.

Basato sul lavoro di Dan Ariely, professore di psicologia ed economia comportamentale, (Dis)Honesty esplora le diverse ragioni per le quali tutti noi mentiamo e i metodi che maggiormente impieghiamo per farlo.

Qui il trailer.

trailer dishonesty

Attraverso testimonianze dirette, filmati e ricerche sperimentali condotte dall’equipe di Ariely, il documentario ci guida a comprendere l’enorme impatto che il mentire ha sulle nostre vite quotidiane e sulla società.

Ci dice anche molto di noi, di come siamo, a discapito di quello che forse ci piacerebbe essere.

(Dis)Honesty_-_The_Truth_About_Lies

 

didattica della filosofia

The Learning Pit (la buca dell’apprendimento)

O anche The Learning Challenge (la sfida dell’apprendimento), è un’efficacie rappresentazione grafica che riproduce la curva dell’apprendimento secondo le teorie del costruttivismo di Vygostky. È stata sviluppata da James Nottingham, per consentire ai docenti di riflettere sulle proprie metodologie didattiche, e agli studenti di prendere consapevolezza del loro processo di apprendimento.

Secondo questo modello, studenti che non affrontino da sé i problemi, le criticità, e le sfide poste da ogni nuovo concetto o contenuto di sapere, non lo hanno appreso veramente: “se salti la buca, non stai apprendendo”, questo il motto che torna spesso in molte rappresentazioni del The Learnign Pit.

Viene sottolineata la dimensione attiva (pragmatismo) e intersoggettiva (costruttivismo) dell’apprendimento, secondo l’idea che si apprende facendo, e soprattutto facendo parte di una comunità di ricerca (concetto formulato da Peirce e poi ripreso e sviluppato dalla Philosophy for Children e dalla pratica filosofica).

Attraverso il dialogo filosofico, gli studenti, siano giovanissimi o adulti professionisti, vengono posti di fronte a un problema – il momento della destabilizzazione dalle proprie certezze, la discesa nella buca –, per poi essere invitati alla ricerca di una soluzione, di una spiegazione, aiutandosi l’un l’altro. Fino a giungere, possibilmente insieme, a risalire la buca, al momento dell’Eureka! Eureka, ci spiega Nottingham, significa “l’ho trovato!”, “io, l’ho trovato!”.

The learning Pit

Quante volte – Nottingham ci fa notare – chiediamo ai nostri figli “cosa hai fatto a scuola?” e tutto quello che otteniamo è un laconico “niente”. Provate a far tacere un bambino che ha avuto un’esperienza ‘Eureka!’, non ce la farete.

Qui sotto un breve e simpatico video nel quale Nottingham spiega fondamenti ed effetti del dialogo filosofico come pratica di insegnamento, e come lui guida i suoi studenti a cadere e poi risalire dalla buca.

Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Frozen e il bias della bellezza

Se siete amanti dei film di animazione, o avete figli piccoli, avrete sicuramente visto FrozenIl regno di ghiaccio (2013). Il film ha avuto un enorme successo di pubblico (record di incassi nella sua categoria) e di critica, perché abbandona diversi cliché del genere: dall’ideale dell’amore romantico, alla caratterizzazione dei personaggi, che non nascondono ombre e insicurezze.

Soprattutto, Frozen rompe definitivamente con l’associazione tra bellezza e bontà tipica dell’universo disneyano, in cui i buoni sono notoriamente belli e affascinanti, mentre i personaggi cattivi sono tipicamente di brutto aspetto, con tratti buffi, o caricaturali.

disney

Posto che l’esperienza di tutti noi ci insegna che l’uguaglianza di bello e bene non sia una regola, su cosa si basa questo topos cinematografico?

Se guardiamo alla filosofia, l’accostamento di bellezza e bontà risale almeno sino agli antichi greci che usavano la formula kalokagathòs per esprimere «bello e buono». Sarà Platone a dare all’unità di bellezza e bontà un fondamento ontologico: nella visione platonica il bene supremo coincide con la suprema bellezza, e proprio la bellezza può essere il tramite per attirare gli uomini al bene e al vero.

nike

Dall’antica Grecia, l’equazione tra bellezza e bontà attraversa tutta la storia del pensiero e giunge sino a noi, per lo più sotto forma di un assunto implicito.

È stato scorso lo psicologo Edward L. Thorndike a descrivere per primo negli anni ’20 la nostra tendenza a valutare positivamente persone di bell’aspetto[1]. Il fenomeno viene descritto in psicologia come l'”effetto alone” (the halo effect): si tratta del pregiudizio, o bias cognitivo, a causa del quale una valutazione positiva o negativa su una particolare caratteristica della persona viene estesa ad altre qualità della stessa.

Il fenomeno funziona sia in positivo sia in negativo: se ci piace una certa caratteristica di una persona (o oggetto), tenderemo ad avere una predisposizione positiva verso tutto ciò che lo riguarda; se, invece, non ci piace un aspetto di qualcosa, matureremo un’avversione generalizzata ad essa.

Questa distorsione del nostro giudizio avviene per lo più inconsciamente e agisce anche su persone che razionalmente non credono che bello sia garanzia di buono. Ciò fa sì che l’aspetto fisico influenzi gran parte delle nostre vite (lo sospettavate già?).

Non è solo un luogo comune: nel 1972 in un famoso studio dal titolo “Quello che è bello è buono”[2], gli psicologi Dion, Berscheid e Walster dimostrano che ci facciamo influenzare dall’aspetto fisico sino al punto da attribuire a persone attraenti– senza fondamento o ragione – tutta una serie di qualità positive, come intelligenza, affidabilità o competenza. Questo fa sì che persone di bell’aspetto abbiano trattamenti di favore in diversi ambiti della loro vita.

Sin dai primi anni di scuola, l’aspetto fisico influisce sui giudizi che si ricevono: insegnanti e professori tendono a dare voti più alti a bambini di bell’aspetto e ad essere più indulgenti in caso di comportamenti negativi[3]. Non solo nella scuola primaria, però, l’effetto alone gioca un ruolo anche nei giudizi di competenza e intelligenza in ambito accademico.

the halo effect

Sul piano professionale, la bellezza gioca un ruolo sulla possibilità di essere chiamati a colloqui di lavoro e poi assunti, sulla percezione che superiori e colleghi hanno della competenza e produttività e persino sul salario percepito[4].

Addirittura, l’essere o meno attraenti può avere un peso in ambito giudiziario, influendo sulla possibilità di venir giudicati colpevoli di un reato e sull’ammontare delle pene da scontare[5].

È probabilmente su questo comune bias cognitivo che ci fa associare bellezza ad altre doti positive, più che sulle pagine platoniche, che l’immaginario disneyano del bello = buono trova fondamento.

Frozen però segna una svolta rispetto a questo paradigma e lo fa con il Principe Hans [spoiler da qui in poi].

hans

Per la prima volta l’antagonista della storia, il personaggio cattivo, è un bellissimo e affascinante principe, che per gran parte della vicenda trae in inganno noi e la coprotagonista, la principessa Anna, che crede di essersene innamorata.

Il colpo di scena finale è spiazzante per tutti, con Hans che si rivela per quello che è, un subdolo e meschino arrivista disposto a tutto pur di conquistare una posizione, e Anna che impara una dura lezione sulla bellezza e bias cognitivi.

 

[1] Thorndike, EL (1920), “A constant error in psychological ratings”, Journal of Applied Psychology4 (1): 25–29,

[2] Dion, K; Berscheid, E; Walster, E (1972), “What is beautiful is good”, Journal of Personality and Social Psychology24 (3): 285–90.

[3] Abikoff, H; Courtney, M; Pelham, WE; Koplewicz, HS (1993), “Teachers’ Ratings of Disruptive Behaviors: The Influence of Halo Effects”, Journal of Abnormal Child Psychology21 (5): 519–33,

[4] Johnson S.K., Podratz K. E., Dipboye R.L., Gibbons E. (2010), Physical Attractiveness Biases in Ratings of Employment Suitability: Tracking Down the “Beauty is Beastly” Effect, The Journal of Social Psychology, 150 (3): 301-318.

[5]Efran, M. G. (1974), “The Effect of Physical Appearance on the Judgment of Guilt, Interpersonal Attraction, and Severity of Recommended Punishment in Simulated Jury Task”, Journal of Research in Personality8: 45–54; Castellow, W. A., Wuensch, K. L. and Moore, C. H. (1990), “Effects of physical attractiveness of the plaintiff and defendant in sexual harassment judgments”, Journal of Social Behavior and Personality, 5: 547–562.

Esercizi filosofici

Verità, credenza e giustificazione

Sulla base della tua intuizione di cosa sia la verità rispondi alle seguenti domande. Cerca di argomentare la tua risposta e fai degli esempi.

1. Puoi credere a qualcosa che non giustifichi? 
2. Puoi giustificare qualcosa a cui non credi?
3. Ci possono essere credenze vere non giustificate?
4. Ci possono essere credenze false giustificate?

Per approfondire la distinzione tra verità, credenza e giustificazione vedi:

Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, ET Saggi, 2007.

Esercizio filosofico

Evento

LABORATORIO FILOSOFICO: VERITÀ, POSTVERITÀ, PIÙ VERITÀ?

19 dicembre 2018 _ Istituto Orsoline di San Carlo (MI) 

Appuntamento all’Istituto Orsoline di San Carlo (MI). Con i ragazzi di terza e di quarta liceo discuteremo di Post-Truth (che cosa significa ‘post-verità’? Il nostro tempo può essere definito l’epoca della postverità? per quali ragioni? ecc.).

Parleremo quindi di Fake-News: esamineremo alcuni casi celebri, più e meno recenti, di notizie false, e ragioneremo sulle caratteristiche e le cause di un fenomeno oggi in espansione.

Con i ragazzi di quinta porremo invece a confronto due paradigmi differenti di verità: le teorie corrispondentistiche della verità e le teorie epistemiche. Esamineremo e discuteremo le ragioni di chi sostiene una teoria epistemica della verità, e quelle di chi per contro sostiene una concezione della verità come corrispondenza.

Post-truth meme