filosofia pubblica

Quote rosa e “Affirmative Action”: per capirne di più

Il tema delle quote genera solitamente reazioni immediate, fra oppositori e sostenitori, eppure è una questione molto complessa: presuppone considerazioni di tipo storico, politico e giuridico, e risposte a problemi etici enormi, come quello della definizione di uguaglianza fra cittadini o della distribuzione della giustizia.

In quanto segue ci proponiamo, senza alcuna pretesa di esaustività, di ricostruire alcuni degli argomenti pro o contro la “discriminazione positiva” che il dibattito filosofico-politico ha prodotto negli anni, augurandoci di fornire così elementi utili a inquadrare meglio la questione.

Cosa sono le quote:

Le quote, quelle rosa o etniche sono le più diffuse, sono una forma di intervento nota in inglese come “Affirmative Action”, azione positiva o, meglio, discriminazione positiva: sono politiche volte alla correzione di ingiustizie subite da gruppi di cittadini sulla base della loro appartenenza di genere, etnica, religiosa o ad altre categorie protette. Constatata una situazione di disparità tra cittadini, il governo o un ente privato può decidere di intervenire attivamente a neutralizzare questa ingiustizia favorendo i soggetti colpiti, ad esempio dando loro un punteggio più alto in una selezione, o riservando loro una percentuale di posti – quote appunto.

Lo strumento della Affirmative Action è stato introdotto in USA a partire dagli anni ’60 come forma di “restituzione” per le ingiustizie subite dalla popolazione afroamericana. Molte Università a numero chiuso lo hanno da allora adottato (seppur in forme e modalità differenti) per agevolare l’accesso di studenti provenienti da gruppi sociali storicamente sottorappresentati nella popolazione studentesca, con il duplice obbiettivo di riparare un torto e di incentivare la diversità del corpo studentesco.

La Affirmative Action vuole essere una forma di redistribuzione della giustizia e, allo stesso tempo, di promozione della diversità di genere, etnica e culturale.

Affirmative action1

Nel corso degli anni sono stati sollevati numerosi dubbi sul significato e sulle conseguenze di queste politiche. Di seguito proviamo a discuterne alcuni.

1.      Un problema di percezione: un trattamento di favore o la rimozione di ostacoli?

Quando si applica una politica di supporto alle pari opportunità come quella delle quote, può succedere che parte della popolazione (generalmente quella esclusa dalla quota) la percepisca come una forma ingiustificata di ingerenza, un’agevolazione illegittima di alcuni. Spesso non vi è piena consapevolezza del problema: non si vede un soggetto discriminato come tale perché la discriminazione è frutto di pregiudizi o bias per lo più inconsapevoli. Stereotipi di genere e culturali fanno sì che una situazione di disparità venga recepita come esito naturale delle cose, del tipo: “sono loro [donne o minoranze] che preferiscono fare altro / sono meno portate per quel ruolo”.

Affirmative action2

Eppure, le discriminazioni esistono e oggi vi sono tutti gli strumenti per dimostrarlo. È proprio in ragione della acclarata situazione di disuguaglianza di trattamento subita da determinati gruppi sociali che i promotori difendono la Affirmative Action, non come un regalo o sconto ad alcuni, ma valorizzazione delle maggiori difficoltà incontrate durante il percorso formativo e professionale.

L’argomento è ben espresso in una celebre frase di Lyndon Johnson, 36° Presidente degli Stati Uniti: «Tu non prendi una persona che, per anni, è stata immobilizzata con le catene, la liberi, la porti al punto di partenza di una gara, le dici “ora sei libero di competere con gli altri”, per poi pensare che la competizione sia davvero giusta» (discorso alla Howard University, Washington D.C., del 4 giugno 1965).

2.     Lo statuto giuridico della discriminazione positiva: dubbi di costituzionalità

La storia giuridica della Affirmative Action è piuttosto travagliata. Moltissimi i casi giudiziari negli USA che nel tempo hanno contribuito a ridefinirne l’attuazione, generando di volta in volta accesi dibattiti (qui una breve storia dei più significativi).

Sì, perché, posto che le carte costituzionali moderne sanciscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e vietano trattamenti discriminatori, come è possibile legittimare l’adozione di politiche di protezione di alcune categorie di cittadini rispetto ad altre? Principi come il XIV emendamento della Costituzione statunitense e, paradossalmente, conquiste della lotta per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani come il Civil Rights Act del 1964 vengono frequentemente invocate contro l’adozione di questi strumenti.

Negli USA la Corte Suprema già nel 1971 aveva stabilito che il richiamo al trattamento uguale sancito nel titolo VII del Civil Rights Act andasse interpretato nell’ottica del raggiungimento dell’eguaglianza, e non dell’adozione di procedure apparentemente neutrali ma che di fatto “congelano” ingiustizie esistenti. La Corte aveva aperto così a interventi volti a correggere l’attuale situazione di disuguaglianza.

Questo non ha però fermato la controversia giuridica. I diversi esiti dei singoli casi e le divisioni interne alla stessa Corte Suprema sono indice dell’enorme ambiguità e del grande margine di interpretazione dello statuto giuridico della Affirmative Action.

Affirmative action, Court cases

E in Italia? Nel 2003, è stato riformato l’articolo 51 della Costituzione con la seguente integrazione:

«Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

L’aggiunta ribadisce che l’uguaglianza dei cittadini, sancita nell’Art. 3 della Costituzione, non è un dato di fatto, ma un compito da perseguire. Politiche come le quote rosa trovano quindi nella nostra Costituzione il loro fondamento giuridico.

3.      Un ostacolo alla meritocrazia?

Intervenendo nel processo di selezione, la discriminazione positiva si presenta come una deroga al principio del merito come criterio esclusivo nella distribuzione di premi o posizioni. Per molti, questo è un aspetto problematico: non dovrebbe un’Università, un’azienda privata, e anche lo Stato preferire i migliori, sempre e comunque, a prescindere da altre considerazioni?

Chi generalmente usa questo argomento è preoccupato che una politica di quote (rosa, etniche, di reddito, estrazione sociale o altro ancora) possa produrre una selezione di persone meno qualificate, penalizzando i più meritevoli e abbassando il livello generale. L’assunto implicito è che il merito sia immune da pregiudizi, perché oggettivamente quantificabile sulla base delle prestazioni raggiunte dal candidato, ad esempio in un test, in un colloquio, o nel suo lavoro, e sia pertanto un criterio equo.

In realtà, una più attenta riflessione sul concetto di merito mostrerebbe che ciò che noi riteniamo “meritevole” è sempre storicamente e culturalmente determinato – e quindi soggetto a bias, pregiudizi e discriminazioni. Vi è, inoltre, un circolo vizioso o virtuoso (a seconda) tra stereotipi, offerta di opportunità e prestazioni ottenute dai singoli: il genere, ad esempio, è riconosciuto essere uno dei bias che influiscono sulle scelte di assunzione e promozione del personale (qui) o di riconoscimento del valore del lavoro svolto (qui).

Secondo i difensori della Affirmative Action, è sbagliato pensare che chi senza di essa resterebbe indietro sia necessariamente meno qualificato: la discriminazione positiva non avvantaggia i meno meritevoli, ma rimuove quelle barriere che altrimenti impedirebbero a tutti di partecipare alla competizione in situazione di parità.

meritocrazia

Vi è un’ulteriore considerazione da fare sul complesso rapporto tra merito e disuguaglianza. È stato osservato che mediamente i più bravi provengono dalle classi sociali più alte: figli di famiglie agiate, colte e privilegiate hanno a disposizione i migliori strumenti e possono conseguire i loro successi con minore fatica rispetto ad altri. Lo confermano anche i dati sulla distribuzione del reddito fra la popolazione studentesca dei college americani.

merito e reddito

La disuguaglianza economica sembra essere oggi il vero fattore di ingiustizia sociale e per questa ragione ci si chiede se non sia opportuno adottare forme di discriminazione positiva basate sul reddito.

4.      Uno strumento contraddittorio

Una critica frequente alla Affirmative Action riguarda il suo carattere contraddittorio: non sono forse le Università, le aziende o le Istituzioni ad agire sulla base di criteri discriminatori, nel momento in cui considerano il genere, l’etnia o la religione un criterio rilevante per l’accesso? Il sospetto è che, incentivando trattamenti diversificati per i singoli candidati, si perpetuino quelle stesse forme di discriminazione che si vorrebbero combattere.

Se giuridicamente, lo abbiamo visto, la questione solleva dubbi di costituzionalità, dal punto di vista teorico-politico si aprono qui due visioni antitetiche, che dipendono da cosa si intende per giustizia sociale e da che tipo di uguaglianza vogliamo tra i cittadini di una comunità. La questione solleva domande del tipo: possiamo/dobbiamo considerarci tutti uguali? Un trattamento uguale è veramente equo? O l’equità consiste nel trattare diversamente persone con diverse caratteristiche, storie e background?

A seconda delle risposte che diamo a queste domande, la discriminazione positiva può essere condannata invocando un trattamento neutrale, formalmente uguale per tutti, o rivendicata come strumento necessario per riparare l’inevitabile disparità delle condizioni di partenza.

uguaglianza-equitc3a0.jpg

5.      Un beneficio per tutti

Questo un argomento di natura utilitaristica: le politiche delle pari opportunità avvantaggiano tutti, non solo chi ne è direttamente soggetto. L’assunto è che la diversità (etnica, culturale, di genere) costituisca un valore aggiunto per tutta la comunità.

Una recente ricerca, condotta su più di 200 aziende, avrebbe ad esempio mostrato che maggiore è la diversità per età, genere, provenienza geografica dei membri di in un gruppo dirigenziale e migliori sono le decisioni prese da quel gruppo per l’azienda. L’eterogeneità di background e punti di vista promuoverebbe la creatività, la flessibilità, la capacità di risolvere problemi e trovare nuove soluzioni. Per un’azienda tutto questo si traduce in migliori prestazioni e, quindi, maggiore competitività.

diversità valore aggiunto

La conferma viene anche da un caso che ci riguarda da vicino: i dati Consob del 2018 mostrano che le quote di genere introdotte nel 2011 dalla legge Mosca per aumentare la rappresentatività femminile nei board delle società quotate in borsa abbiano avuto effetti positivi sulla performance delle stesse aziende.

Lungi dal mettere a rischio la competitività di un’azienda o il livello di un gruppo di studenti, una politica a supporto della diversità sembra migliorare le prestazioni di tutti.

6.      Abbiamo alternative possibili?

Ci si può chiedere, infine, se per promuovere un’equa partecipazione sociale ci sono alternative possibili, magari anche più efficaci e meno problematiche della discriminazione positiva. Proviamo a considerarne qualcuna.

Anzitutto, l’educazione. È normale ritenere che sia l’educazione a dover assumere un ruolo fondamentale nella promozione di un cambiamento che deve essere infine culturale. Eppure, da sola può richiedere troppo tempo o anche non bastare a sanare situazioni di disparità. Il problema è che stereotipi, pregiudizi e bias, per quanto noti, sono molto difficili da estirpare (ne abbiamo discusso qui). Sembra necessario, quindi, intervenire anche con strumenti ad hoc, per promuovere nell’immediato le pari opportunità tra cittadini.  

Uno può essere quello di incentivare processi di selezione blind (ciechi), che nascondano dati sensibili ai selezionatori immunizzando stereotipi e bias. È una strategia già adottata da tempo in molti processi selettivi e che dà i suoi frutti: questo studio ha mostrato che i candidati di provenienza latina, afroamericana o asiatica che presentano un cv ‘sbiancato’ (whitened) nascondendo la loro provenienza hanno maggiori possibilità di venir chiamati a un colloquio. Ma rendere cieco il proprio profilo a pregiudizi non è sempre possibile in un processo di selezione, né è a volte sufficiente. È stato mostrato che anche procedure selettive apparentemente neutrali, come i test attitudinali, possono nascondere meccanismi che sfavoriscono un certo gruppo rispetto ad altri.

blind hiring

Nemmeno l’intelligenza artificiale pare, ad oggi, immune dagli stereotipi della società: celebre il caso di Amazon che ha dovuto abbandonare un progetto di selezione del personale tramite intelligenza artificiale perché questa aveva autonomamente imparato, sulla base dei dati a disposizione, a favorire gli uomini alle donne. 

Tutte queste difficoltà nel neutralizzare stereotipi e bias offrono ai difensori di questa politica un argomento importante: fino a che non si riesca a superare in altro modo l’azione di bias nei processi di selezione/premiazione, la Affirmative Action rimane uno dei pochi strumenti a disposizione per combattere le discriminazioni e ridurre i gap di diseguaglianza.

***************************************

 “Our goal has always been consciousness not quotas”
Erin Belieu (co-founder of Vida: Women in Literary Arts)

Il termine “quota” non piace a nessuno, a chi da esse viene escluso sentendosi scavalcato, e a chi in esso è incluso, poiché avrà sempre il sospetto di non meritarsi veramente quanto ottenuto. L’auspicio di tutti, anche di chi le quote le difende, è che esse possano un giorno non servire più: che non vi siano più gruppi di cittadini bisognosi di venir retribuiti per gli svantaggi sociali sofferti a causa della loro appartenenza a un certo genere o etnia o categoria sociale. Una volta raggiunta l’eguaglianza sostanziale tra cittadini, così come auspicato dall’Art. 3 della nostra Costituzione, potremo fare a meno di interventi di questo tipo.

Per ora questa è una bella speranza, che purtroppo sembra essere vana. I dati ci dicono che nei casi in cui una Affirmative Action è stata rimossa, la rappresentatività dei gruppi protetti è rapidamente tornata vicina ai numeri pre-quota (si veda ad esempio qui e qui).

Forse, dovremmo allora accettare invece il fatto che uguali non siamo e non potremo essere mai, e che in ragione di questo la disparità di trattamento è necessaria al fine di neutralizzare privilegi e svantaggi e avere tutti pari opportunità.

disuguaglianza

Per approfondire:

Quelle qui rapidamente affrontate sono solo alcune delle questioni che animano il dibattito sulla discriminazione positiva. La letteratura di riferimento è vastissima, per lo più in lingua inglese. Per chi volesse approfondire suggeriamo di partire dalla voce Affirmative Action della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ricca di indicazioni bibliografiche:

Segnaliamo anche due brevi video, utili per la didattica, e due report sullo stato dell’uguaglianza di genere.

Video:

Report:

pari opportunità

consigli di lettura

Elvio Fassone Fine pena: ora

“Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.

 

fine pena ora

Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Nemmeno tra due amanti, ammette l’autore, è pensabile uno scambio di lettere così lungo. Questo non è un romanzo di invenzione, ma una storia vera. Nel 1985 a Torino si celebra un maxi processo alla mafia catanese; il processo dura quasi due anni, tra i condannati all’ergastolo Salvatore, uno dei capi a dispetto della sua giovane età, con il quale il presidente della Corte d’Assise ha stabilito un rapporto di reciproco rispetto e quasi – la parola non sembri inappropriata – di fiducia. Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrive d’impulso e gli manda un libro. Ripensa a quei due anni, risente la voce di Salvatore che gli ricorda: «se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia». Non è pentimento per la condanna inflitta, né solidarietà, ma un gesto di umanità per non abbandonare un uomo che dovrà passare in carcere il resto della sua vita. La legge è stata applicata, ma questo non impedisce al giudice di interrogarsi sul senso della pena. E non astrattamente, ma nel colloquio continuo con un condannato. Ventisei anni trascorsi da Salvatore tra la voglia di emanciparsi attraverso lo studio, i corsi, il lavoro in carcere e momenti di sconforto, soprattutto quando le nuove norme rendono il carcere durissimo con il regime del 41 bis.

La corrispondenza continua, con cadenza regolare – caro presidente, caro Salvatore. Il giudice nel frattempo è stato eletto al CSM, è diventato senatore, è andato in pensione, ma non ha mai cessato di interrogarsi sul problema del carcere e della pena. Anche Salvatore è diventato un’altra persona, da una casa circondariale all’altra lo sconforto si fa disperazione fino a un tentativo di suicidio.
Questo libro non è un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, è un’opera che scuote e commuove, che chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato”.

 

Premio Saturnio 2017
(Dalla pagina dell’editore)
filosofia pubblica

Lavori forzati! Buttate via la chiave! Teorie della pena e luoghi comuni 2/2

Buttate via la chiave! 

Nel post precedente di questo thread sulla teoria della pena e luoghi comuni abbiamo preso le mosse dal grido “Ai lavori forzati!” per affrontare la questione del lavoro in carcere. Ora analizziamo un altro mantra del linguaggio giustizialista: “Buttate via la chiave!”.

Anche questa formula sottende una chiara concezione della pena come afflizione, come severa punizione del reo per quello che ha commesso. Il carcere a vita viene principalmente inteso come strumento per “restituire” al criminale il danno che ha arrecato alla società. Abbiamo visto nel post precedente gli aspetti problematici di questa concezione retributiva della pena, qui ci soffermeremo sulle criticità poste dall’istituto dell’ergastolo in quanto tale.

L’ergastolo è in contraddizione con la nostra Costituzione?

L’ergastolo è previsto dall’ordinamento giuridico italiano sin dalla fine dell’Ottocento, era presente prima nella forma dei lavori forzati a vita, ma dal 1889 (ad eccezione del ventennio fascista) è la pena più grave, in sostituzione della pena capitale allora abolita.

Con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana l’ergastolo diviene un istituto problematico, per il suo significato, le sue finalità e la sua funzione sociale. Ci si chiede, anzitutto, come sia possibile legittimare la detenzione a vita se la Costituzione stabilisce che la pena debba essere intesa come processo rieducativo del reo volto al suo reinserimento in società (art. 27)? È il carattere di perpetuità a contraddire la funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Carta.

Proprio per superare questa contraddizione e togliere il carattere di perpetuità della pena, il legislatore nel corso degli anni ha previsto tutta una serie di benefici per gli ergastolani, dai permessi premio, al lavoro all’esterno del carcere, sino alla liberazione condizionale. Resta tuttavia una particolare forma di ergastolo, quello ostativo, prevista per i reati più gravi, per il quale non sono messi benefici. Per questa tipologia di ergastolo permangono dubbi di costituzionalità.

ergastolo

Carcere a vita e diritti umani

Oltre a contraddire il principio rieducativo della pena, il carcere a vita rappresenta una forma di detenzione particolarmente lesiva dell’essere umano. Cesare Beccaria lo descriveva come «pena di schiavitù perpetua più dolorosa e crudele della pena di morte in quanto non concentrata in un momento ma estesa per tutta la vita». Lo stesso tragico pensiero è espresso in una lettera che 310 ergastolani mandarono nel 2007 all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

«Signor presidente della Repubblica, siamo stanchi di morire un pochino tutti i giorni. Abbiamo deciso di morire una volta sola, le chiediamo che la nostra pena dell’ergastolo sia tramutata in pena di morte».

Nel 2013 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha definito l’istituto dell’ergastolo un trattamento degradante e lesivo della dignità di uomo, e per questo una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani (divieto di trattamenti degradanti e inumani). È inoltre notizia di pochi giorni fa [13 giugno 2019 ndr] che per le stesse ragioni la Corte ha condannato l’istituto dell’ergastolo ostativo, sentenza che obbligherà l’Italia a rivedere le proprie leggi sul carcere a vita*.

L’ergastolo è utile a qualcuno?

Resta un ultimo argomento da affrontare, è forse la ragione principale per la quale l’ergastolo viene introdotto negli ordinamenti e difeso da una parte dell’opinione pubblica: l’assunto che la minaccia di pene severe possa servire da deterrente dal compiere reati. Questa è la motivazione spesso invocata anche in difesa della pena capitale. Una concezione della pena di questo tipo viene definita “preventiva”: scopo principale della pena è dissuadere i cittadini dal trasgredire la legge.

La validità di questo assunto è però tutta da dimostrare. Già nel XVIII sec. autori come Montesquieu e Beccaria avevano sostenuto che la funzione preventiva della pena non trovasse conferma nella realtà:

«l’esperienza ha fatto osservare che nei paesi in cui le pene sono miti, lo spirito del cittadino ne è impressionato come altrove lo è delle pene gravi» (Montesquieu, Lo spirito delle leggi, 1748).

Gli studi sulla deterrenza della pena compiuti negli ultimi cinquant’anni confermano le intuizioni di Montesquieu e di Beccaria: è la certezza della pena, e non la sua severità, a funzionare da deterrente. Daniel S. Naginautore di molti lavori in materia, rileva  addirittura che «l’effetto deterrente dell’aumento di una condanna già lunga sembra essere piccolo, forse zero». Se il nostro fine, quindi, è dissuadere i cittadini dal commettere reati, il carcere a vita, come la pena di morte, non serve.

“Buttare via le chiavi!” dunque? A quanto pare, è lesivo dei diritti della persona, incostituzionale e pure inutile.

* Il 7 ottobre 2019 la Corte ha respinto il ricorso del Governo Italiano contro la sentenza di giugno, ribadendo di fatto l’invito al Governo italiano a rivedere l’istituto del carcere ostativo perché contrario alla Convenzione europea dei diritti umani.

[Filosoficamente propone laboratori filosofici per giovani e adulti. Se interessati o per maggiori informazioni scrivete a info@filosoficamente.com]

filosofia pubblica

Ai lavori forzati! Buttate via la chiave! Teorie della pena e luoghi comuni 1/2

Dopo un fatto di cronaca nera particolarmente efferato o un crimine che colpisce la sensibilità pubblica, si levano voci di protesta, che a volte trovano espressione in frasi fatte, luoghi comuni che servono a dare sfogo alla rabbia e al bisogno di vendetta del momento, più che ad esprimere una ragionata teoria della giustizia. Proviamo però a prenderle sul serio e a capire che concezione della pena nascondono; vediamo in che misura possono trovare spazio nel nostro ordinamento giuridico e le ragioni per le quali  eventualmente non lo trovano.

Lo faremo in più post.

“Ai lavori forzati!” Pena e punizione

Quando qualcuno augura ad un criminale i lavori forzati probabilmente lo fa pensando al lavoro come ad una punizione, faticosa e duratura, un modo per espiare con dolore le proprie colpe. Un qualcosa di simile all’immagine del galeotto con la tuta a strisce e la palla al piede, costretto a mansioni estenuanti – questa del resto era la realtà prevista dal legislatore del codice sabaudo del 1859: «I condannati ai lavori forzati sono sottoposti alle opere più faticose, a profitto dello Stato, con le catene ai piedi» (art. 16).

Ma quale idea di pena, e di giustizia, sta dietro l’idea dei lavori forzati?

La pena, in questi casi, è concepita essenzialmente come restituzione del danno: tu hai creato un danno a me (società), e io ti punisco arrecandoti un danno proporzionato. In teoria della pena si chiama concezione “retributiva”, nota anche come legge del taglione, quella del “occhio per occhio, dente per dente”. È fra le concezioni di pena più antiche, la si trova nel codice di Hammurabi (1792 -1750 a.C.), nella Bibbia, e nel diritto romano.

Tra le critiche a questa concezione della pena vi sono ragioni di ordine etico e ragioni di ordine pratico o di utilità sociale. Nel primo caso, si obbietta che la pena come retribuzione non sia altro che una forma di vendetta, seppur legale, ma non è affatto scontato che debba essere questa la funzione della giustizia. Nel secondo caso, si fa notare che ricambiare un criminale con la sua stessa moneta, per quanto possa appagare il desiderio di vendetta di qualcuno, non è di alcuna utilità per la società; rischia anzi di essere controproducente se i cittadini sentono di subire pene ingiuste. Anche l’argomento che pene severe servono da deterrente alla criminalità è stato confutato dai dati (ma su questo torneremo nel prossimo post).

Per queste e altre ragioni, la concezione della pena come retribuzione non è quella assunta dalla nostra Costituzione.

lavori forzati

La pena come rieducazione del reo

La legge italiana sposa una concezione della pena come rieducazione del detenuto: il vero fine della pena non è punire il reo, né vendicare le vittime, ma rieducare chi ha commesso reati al fine di poterlo reinserire in società.

I riferimenti giuridici principali sono l’articolo 27 della Costituzione, «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»,  e l’articolo 1 dell’Ordinamento penitenziario, «nei confronti dei condannati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda (…) al reinserimento sociale degli stessi» (corsivo mio).

È proprio in ragione della funzione rieducativa della pena che il lavoro in carcere può giocare un ruolo fondamentale, non più come strumento afflittivo – il lavoro “forzato” è soppresso in Italia dal 1866 – ma come mezzo di formazione morale e professionale in vista del reinserimento in società.

Il lavoro in carcere: un’opportunità per tutti

Il tasso di recidiva (la percentuale di detenuti che una volta in libertà commettono nuovamente reati) in Italia è altissimo, intorno al 70 per cento – con buona pace della funzione rieducativa della pena, del tutto disattesa, e con un enorme costo per la società.

Ebbene, proprio il lavoro è il migliore strumento per combattere la recidiva.

Secondo i dati emersi in un’inchiesta di Andrea Malagutti per La Stampa, laddove il lavoro dietro le sbarre è presente, e lo è in maniera qualificante, formando competenze e professionalità poi spendibili nella società, il tasso di recidiva si abbatte notevolmente, sino a scendere attorno al 2-3%.

Purtroppo, nonostante i buoni propositi, sono pochissimi i detenuti che possono fare esperienze lavorative alle dipendenze di cooperative o soggetti privati: il rapporto Antigone di metà anno 2019 uscito i giorni scorsi registra appena l’1.8% del totale. La percentuale si alza al 24,4% dei detenuti che lavora per l’Amministrazione Penitenziaria facendo funzionare biblioteche, mense, cucine, laboratori, e tanto altro.

La situazione è desolante, e non è solo una questione di diritti mancati, ma una perdita per tutti. Ogni punto di recidiva abbattuto significa diminuzione dei reati e un risparmio per lo Stato di diversi milioni di euro (tra i 30 e i 50 a seconda delle stime).

Lavorare è una risorsa morale, dà dignità e significato alla vita dei detenuti, offrendo anche una prospettiva praticabile e concreta per il dopo pena: una “punizione”, insomma, se così ci ostiniamo a volerla vedere, che molti carcerati si infliggerebbero volentieri.

 

[Filosoficamente propone laboratori filosofici per giovani e adulti. Se interessati o per maggiori informazioni scrivete a info@filosoficamente.com ]

Fil(m)osofia

Blade Runner (1982): “E’ tempo di morire” (in memoria di Rutger Hauer)

Regia di Ridley Scott, con Harrison Ford e Rutger Hauer (da poco scomparso). Blade Runner, tratto dal romanzo Philip K. Dick, “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (trad. Il cacciatore di androidi) del 1968, è un film cult degli anni ’80 che invecchia particolarmente bene, o non invecchia affatto.

La pellicola è un capolavoro del cinema, alcune delle sue scene e dei suoi dialoghi sono entrati nell’immaginario collettivo. Ambientato in un futuro distopico, dove l’ingegneria genetica è riuscita a realizzare replicanti (robot) del tutto simili agli umani, da utilizzare a proprio piacere, come forza lavoro o oggetto sessuale.

Tantissime le tematiche filosofiche toccate, che ruotano attorno ai problemi posti dall’intelligenza artificiale: possono le macchine pensare? Hanno coscienza di sé? Possono soffrire? Dovrebbero avere dei diritti?

Soprattutto, però, è l’uomo – e non la macchina – al centro degli interrogativi posti dal film: sono gli stessi esseri umani che nel confronto/scontro con gli androidi tentano di definirsi e affermarsi nella propria specificità. Centrale la scena in cui il cacciatore di replicanti Rick Deckard (Harrison Ford), sottopone Rachel al test di “Voight-Kampff”, liberamente ispirato al test di Turing, ideato dal matematico Alan Turing nel 1950 per poter distinguere una macchina da un essere umano.

Il tema dell’”altro”, insomma, come specchio per ritrovarsi e ri-conoscersi.

Buona visione!

blade runner1

didattica della filosofia, metafilosofia

La filosofia serve: insegnare etica può modificare i comportamenti degli studenti

Buone notizie per i filosofi: un recente studio dimostra che insegnare etica può influire sulle scelte delle persone. Lo studio (Ethics Classes Can Influence Student Behavior: Students Purchase Less Meat after Discussing Arguments for Vegetarianism) è stato condotto da Eric Schwitzgebel, Bradford Cokelet, e Peter Singer e verrà presentato in questi giorni al meeting 2019 della Society for Philosophy and Psychology.

L’indagine ha monitorato i comportamenti di un gruppo di studenti dopo che avevano partecipato ad un corso di etica. Il tema era quello dell’etica del vegetarianismo. A questi studenti è stato fatto leggere un saggio che difendeva il vegetarianismo da un punto di vista etico (James Rachels, The basic argument for vegetarianism, in Steve F. Sapontzis, Food for Thought: The Debate over Eating Meat, 2004), hanno quindi preso parte ad un gruppo di discussione sul tema e visto un video (opzionale). Ad un altro gruppo di studenti (gruppo di controllo) è stato regalato materiale simile da consultare.

Dopo qualche giorno, è stato chiesto a tutti gli studenti coinvolti, più di mille, di compilare un questionario, in cui si chiedeva di esprimere il loro accordo o disaccordo con l’affermazione “mangiare carne di animali da allevamento non è etico”. Il 46% degli studenti che avevano partecipato al corso concordavano con l’affermazione, contro il 29% degli studenti del gruppo di controllo.

Eating meat1

I ricercatori hanno quindi monitorato le scelte alimentari degli studenti tramite la loro tessera della mensa. Il risultato sorprendente è stato che gli studenti del gruppo di etica hanno cambiato le loro abitudini alimentari. Se il 52% del gruppo di controllo ha consumato carne sia prima sia dopo l’esperimento, la percentuale di studenti che consuma carne nel gruppo di etica è passata dal 52% al 45% dopo aver frequentato il corso.

Eating meat2

I dati emersi ci offrono l’importante consolazione che, dopo tutto, accanto ad emozioni, istinto e bias cognitivi, anche il pensiero razionale svolge un ruolo decisivo nel determinare le nostre azioni. Come ha spiegato Cokelet in questa intervista: “Molti psicologi hanno prodotto risultati dicendo che la maggior parte di noi – il più delle volte – prende le nostre decisioni basandosi sull’emozione o sull’istinto. Poi, dopo il fatto, razionalizziamo la nostra azione. Quindi la ragione non è al posto di guida. Questa è la prova che la ragione può essere al posto di guida per alcune persone”.

D-EthicsGraphic

L’autore non si illude: nonostante i risultati incoraggianti di questa ricerca, non tutte le nostre decisioni sono governate dalla ragione, “ma ci sono alcune tematiche rispetto alle quali il comportamento può cambiare se le persone sono esposte ad argomenti e incoraggiate a prendere una decisione in modo critico su problema.”

consigli di lettura

Ethics and the Contemporary World, ed. by D. Edmonds, Routledge 2019

Un volume collettaneo, a cura di David Edmonds (@DavidEdmonds100) su alcuni dei principali problemi dell’etica contemporanea. Venticinque capitoli di altrettanti autori, suddivisi in otto macro tematiche che spaziano dalla discriminazione di genere all’ambiente, dalle nuove tecnologie alla povertà.

Tra i temi affrontati vi sono alcune fra le più importanti questioni del nostro tempo: quali problemi etici pongono le fake-news, la libertà di parola, il mangiare carne, la ricerca sugli embrioni o i robot e intelligenza artificiale?

Se si è interessati alla filosofia del tempo presente, questo è il libro giusto da cui partire.

ethics and the contemporary world

Indice dei contenuti:

Preface and Acknowledgements

Part 1: Race and Gender

  1. Profiling and Discrimination David Edmonds
  2. Feminism and the Demands of BeautyHeather Widdows and Gulzaar Barn

Part 2: The Environment

  1. The Environment and Geoengineering Stephen Gardiner
  2. Population and Life ExtensionHilary Greaves

Part 3: War and International Relations

  1. Immigration and Borders: Who should be allowed in? Gillian Brock
  2. War and Legitimate TargetsHelen Frowe
  3. Counter-Terrorism and Lethal ForceSeumas Miller

Part 4: Global poverty

  1. Humanitarian Intervention Allen Buchanan
  2. Religion and PoliticsTony Coady
  3. Charity and PartialityTheron Pummer

Part 5: Ethics and social media

  1. Social media and friendshipRebecca Roache
  2. The internet and privacyCarissa Veliz
  3. Fake News and Free SpeechNeil Levy

Part 6: Democracy

  1. Extremism Steve Clarke
  2. MicroaggressionRegina Rini
  3. Free Speech Roger Crisp

Part 7: Rights and Moral Status

  1. The Child’s Right to Bodily IntegrityBrian Earp
  2. Disability Guy Kahane
  3. Embryo Research Katrien Devolder
  4. Abortion Francesca Minerva
  5. Euthanasia Dominic Wilkinson
  6. Eating MeatJeff McMahan

Part 8: Science and Technology

  1. Genetic SelectionThomas Douglas
  2. Human Enhancement Julian Savulescu
  3. AI and Robot EthicsJohn Tasioulas.

Index

Per maggiori dettagli rinviamo alla pagina dell’editore.