consigli di lettura, Fil(m)osofia

Death Note: il manga laboratorio di etica per problemi

Manga di Tsugumi Oba e Takeshi Obata. Uscito nel 2003, è ormai considerato un classico dell’animazione giapponese, fra i manga più famosi e amati. Per gli esperti del settore, ha rivoluzionato il mondo dei fumetti giapponesi. Da esso sono stati tratti diversi anime, di cui l’ultimo trasmesso su Netflix è diventato, seppur con qualche critica da parte dei fan, un successo mondiale.

La storia: tutto prende avvio quando Light Yagami, figlio modello del capo della polizia, uno studente di licei dalle doti eccezionali, con ottimi voti e dal comportamento ineccepibile, trova per caso un Death Note, un quaderno della morte lasciato cadere sul mondo terrestre per noia da Ryuk, uno shinighami o spirito della morte. Il quaderno ha il potere di determinare la morte di chiunque il cui nome venga scritto sulle sue pagine, lasciando così impunito colui che ne ha decretato la fine.

Light, mosso da ideali di giustizia, inizia ad usare il quaderno con l’intento di liberare il mondo dal male e condanna a morte ogni criminale di cui venga a conoscenza del nome e del volto (queste due regole del Death Note). I problemi per lui iniziano quando la polizia giapponese, insospettitasi per l’elevato numero di morti, chiama a investigare il giovane e geniale Elle, coetaneo di Light e, come lui, desideroso di combattere il male. Elle e Light (che la polizia chiama con il nome Kira) iniziano così una sfida di intelligenza, animata dal doppiogioco reciproco e dal desiderio di prevalsa sul rivale. Una vera e propria partita mentale fatta di mosse e contromosse, attacco e difesa, come nel gioco del tennis – in cui si sfidano realmente in uno dei loro primi incontri – sino al match point finale.

Death Note è un vero e proprio laboratorio di etica per problemi.

Light viene presentato come un bravo ragazzo, inizialmente mosso dal desiderio di rendere il mondo in cui abita un posto migliore. Il suo fine, dichiarato più volte, è quello di creare una società di pace, finalmente libera dal male e dalla violenza, anche al costo di prendere le veci di Dio: un Dio castigatore che non perdona né concede un secondo appello alla condanna di morte. Ma, e qui il primo enorme interrogativo etico posto dal manga, è lecito fare del male seppur a fin di bene? Ed eventualmente, fino a che punto?

Light e Elle, così simili e allo stesso tempo rivali contrapposti in questa partita, rappresentano l’uno il bene e l’altro il male. Eppure, anche Elle, l’investigatore determinato a interrompere la serie di omicidi perpetuati da Light, non esita a imprigionare e immobilizzare per giorni Misa e Light con la speranza di ottenere prove dei suoi sospetti.

Bene e male si intrecciano in continuazione, sino a con-fondersi l’uno nell’altro: non siamo tutti disposti a compiere il male se mossi dalla convinzione che ciò sia giusto e utile a un fine? Questo uno dei grandi interrogativi etici posti dal manga.

Vi è poi, non meno complesso e altrettanto urgente, il tema della giustizia.

È forse questo il punto più delicato, il crinale sul quale si schierano i vari protagonisti: tutti desiderosi di migliorare la società e tutti disposti, chi più chi meno, ad usare mezzi illeciti per farlo; a porli, però, gli uni da un lato e gli altri dall’altro della partita vi è l’idea di giustizia: personale, rapida, lapidaria, l’una, istituzionale, rieducativa e (più o meno) attenta alle procedure, l’altra.

Si pensi alla dolce Misa che, innamorata di Kira dal momento in cui lui ha ucciso l’assassino del padre, si unisce a lui nel gioco del giustiziere, e da vittima diventa a sua volta carnefice. Lo farà senza quella brama di onnipotenza che muove Light-Kira, ma spinta dal desiderio di essere amata da colui che ha vendicato il padre e riportato un senso ‘giustizia’ nella sua vita.

Entrambi, Light, figlio del capo della polizia, e Misa non si riconoscono nella giustizia istituzionale, preferendo ad essa quella privata, forse sbrigativa, ma risolutiva che il Death Note offre loro. All’idea di pena come rieducazione del reo, prediligono la logica del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Non importa se crimini minori vengono ripagati con la punizione più alta, la pena di morte: il singolo, la sua prospettiva, i suoi stessi diritti si perdono nel perverso piano di assicurare una società priva di male.

Ma è una tale società poi possibile? La risposta degli autori ci pare evidente.

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Digital World: Luciano Floridi

Segnaliamo qui una puntata di Digital World – Le voci: Luciano Floridi – RaiPlay

Un breve documentario (26 minuti) monografico sul lavoro di ricerca di uno dei grandi pensatori del nostro tempo, il Prof. Luciano Floridi (Oxford). Un’occasione per comprendere in un linguaggio semplice e accessibile alcune delle principali sfide del nostro tempo.

“Una puntata interamente dedicata al filosofo Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli del panorama internazionale: accademico di Oxford, consulente di Google, divulgatore e generatore di neologismi come infosfera, quarta rivoluzione, iperstoria e onlife. Le sue riflessioni coprono un orizzonte molto vasto di temi: parleremo di dati, di privacy, di etica, di intelligenza artificiale e di tanto altro. Conduce Matteo Bordone Regia di Giancarlo Ronchi”

[Link nell’immagine]

Digital World _ Le voci: Luciano Floridi (26 min)

Noi aggiungiamo a questo contenuto video un piccolo esercizio di analisi e comprensione, da utilizzare a scuola o per chiunque volesse esercitarsi in un ascolto attivo.

Attività didattica _Esercizio di comprensione: ascolta il video e prova a rispondere a queste domande.

  • In che modo ‘paghiamo’ i servizi gratuiti offerti dai social e quali problemi pone questa gratuità?
  • Floridi parla di “economia dell’attenzione”: che cosa significa?
  • Si può regolamentare internet? Cosa non può fare la politica oggi e cosa invece potrebbe e, soprattuto, dovrebbe fare secondo Floridi?
  • Cosa significa ‘digital divide’? Quali conseguenze sociali ha?
  • Le nuove tecnologie hanno portato, con la quarta rivoluzione, un importante insegnamento all’uomo che sembra aver perso del tutto la propria centralità. Cosa significa e quale diversa prospettiva propone Floridi?
  • Stupidità umana e artificiale: in che modo le macchine sono ‘stupide’? Quali sono per Floridi i limiti principali della loro intelligenza?
  • Come l’intelligenza artificiale può condizionare le nostre scelte? Cosa dovremmo fare?

La tua opinione:

  • Quale aspetto, fra quelli toccati dal Prof. Floridi, dell’impatto del mondo digitale sulle nostre vite ti ha maggiormente colpito?
  • Floridi ad un certo punto nel video auspica che la politica intervenga nel definire la ‘direzione’ dello sviluppo tecnologico. A tuo parere, quale direzione dovrebbe dare la politica oggi alle nuove tecnologie, a quale scopo dovremmo mirare per il nostro prossimo futuro, o quale deriva si dovrebbe evitare?
Fil(m)osofia

Una poltrona per due: breve analisi filosofica

Come ogni Natale, Italia1 lo propone ininterrottamente la sera della Vigilia dal 1997, anche quest’anno è andato in onda “Una poltrona per due” [Trading Places] (1983), classico degli anni ’80, con protagonisti Eddie Murphy e Dan Aykroyd.

La trama è nota ai più: Louis Winthorpe (interpretato da Dan Aykroyd) è un giovane, ricco e ambizioso dirigente, mentre Billie Valentine (Eddie Murphy) un povero mendicante, che finge di essere storpio e cieco per raccogliere qualche elemosina. Le loro vite, lontanissime ed entrambe apparentemente ben definite e segnate nelle rispettive traiettorie verso il successo e l’emarginazione sociale, vengono stravolte quando durante le festività natalizie i due ricchissimi fratelli Duke, gli anziani proprietari dell’azienda amministrata da Louis decidono di fare ‘un esperimento scientifico’.

Il più anziano dei due fratelli Randolph è convinto che sia l’ambiente a fare l’uomo: una buona formazione, la migliore società, un certo circolo di relazioni, sono questi gli elementi che decidono del successo o l’insuccesso di una persona. Mortimer, all’opposto, è convinto che siano i talenti di ciascuno a determinare la sua fortuna. Decidono quindi si fare una scommessa, per ben un dollaro le vite dei due malcapitati verranno scambiate: se in poco tempo i due calzeranno perfettamente ciascuno della vita dell’altro, allora avrà ragione Randolph. Le due vittime, accortesi del gioco crudele, si alleeranno e riusciranno a stravolgere gli eventi con una astuta mossa in borsa che rovinerà i due aridi fratelli Duke.

IlPost qualche giorno fa ha dato una spiegazione delle dinamiche finanziarie implicate, soprattutto sul finale, illustrando bene cosa sono i futures e come vengano usati dai protagonisti. Noi, qui, proponiamo invece una spiegazione filosofica dell’interrogativo etico-politico posto all’inizio della storia: è l’ambiente a determinare il successo (o insuccesso di una persona) o sono le sue capacità?

La domanda, posta con una certa preveggenza in questa pellicola degli inizi degli anni ’80, è oggi al centro di un dibattito molto acceso in filosofia: quello sulla natura del merito. Esiste qualcosa come il merito del singolo? O è anch’esso il risultato di una serie di variabili anzitutto sociali? La questione non è di poco conto come si potrebbe ad un primo sguardo pensare. A seconda della risposta, infatti, tutta la retorica sulla meritocrazia e sul premiare i migliori per bilanciare l’equità sociale acquisisce o perde senso.

Solo se possiamo considerare il merito una qualità individuale, frutto delle fatiche e degli sforzi dell’individuo, ha senso, infatti, ricompensarlo e premiarlo (principio della meritocrazia).

Se, invece, il merito è il risultato di diversi fattori, quali l’educazione, l’accesso a servizi e risorse, il contesto sociale e anche emozionale che ci circonda, allora ci si può chiedere perché premiare chi ha già vinto la lotteria della vita, trovandosi a vivere e crescere in condizioni di vantaggio rispetto ad altri. In questo caso, si possono pensare a politiche diverse, come le Affirmative Action (qui per capire cosa siano) attente a ricompensare eventuali svantaggi o discriminazioni subite (teoria della giustizia distributiva).

La questione è complessa, ed implica altri importanti valori della nostra società, quali quello di solidarietà, eguaglianza ed equità, con tutte le loro sfumature di significato. Certamente, porsi l’interrogativo, come fanno i due anziani fratelli Duke, aveva senso negli anni ’80 in cui la retorica della meritocrazia si affermava prepotentemente (e non solo nelle pellicole hollywoodiane), ma continua ad aver senso ancora oggi, quando questo concetto viene da più parti problematizzato (rinviamo sotto ad alcuni approfondimenti).

C’è una logica anche nell’ambientazione natalizia della storia, a pensarci bene, perché è soprattutto a Natale che il principio del ‘vinca il migliore’ si scontra con quello della solidarietà e con il tentativo di lavorare per una società più equa.

Per approfondire la questione del merito:

Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico

Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

consigli di lettura

Heisenberg, Fisica e oltre

Con i miei studenti di quarta liceo stavamo discutendo del diritto alla libertà di ricerca e dei suoi possibili limiti, a partire dal caso Galilei. Mi è venuto in mente sull’argomento un bellissimo libro di uno dei più grandi fisici del ‘900:

Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1920-1965, BollatiBoringhieri 1984.

In questo testo, Heisenberg ci racconta della sua vita e delle sue ricerche scientifiche, offrendoci una testimonianza in prima persona dell’euforia di quegli anni, “gli anni d’oro della fisica”, ma anche delle sfide – enormi – che gli scienziati si sono trovati ad affrontare.

Heisenberg ci propone un tema delicato, al confine tra scienza ed etica: quello della responsabilità della ricerca scientifica.

Un bel testo, per appassionati di fisica, filosofia, e oltre.

Fisica e oltre – La scienza la fanno gli uomini. È da questo assunto fondamentale che muove Werner Heisenberg quando decide di raccontare il «suo» Novecento. Un dialogo, molti dialoghi, con i protagonisti che con lui, pioniere della meccanica quantistica, hanno attraversato le grandi rivoluzioni nella fisica del secolo scorso, che compone una particolarissima autobiografia scientifica. Gli incontri con Einstein, Pauli, Planck, Bohr, e molti altri, saranno così la scusa per parlarci del concetto di atomo, di fisica atomica e filosofia kantiana, fino all’etica e alla responsabilità dello scienziato. Incontri e dialoghi morali da cui emerge, su tutto, la fede nel valore perenne della scienza e nella sua capacità di dare all’umanità un futuro di speranza” (dalla pagina dell’editore).

didattica della filosofia

Difendere la verità è anche una questione etica. Discussioni a margine di un laboratorio filosofico nella scuola

Ieri con i ragazzi del triennio del Liceo Dante Alighieri di Crema abbiamo discusso di verità. Era il secondo incontro di un laboratorio filosofico su “Fake news e Postverità“. Dopo aver indagato, la settimana scorsa, il concetto di postverità e alcuni fenomeni che sembrano aver portato la nostra società contemporanea ad una svalutazione del concetto di verità (come le fake news, la rivendicazione dell’opinione personale, o addirittura di ‘Alternative facts’ da parte della politica), ieri ci siamo soffermati sull’analisi di due paradigmi contrapposti di verità.

Da un lato, la verità come adesione (corrispondenza) ad una realtà data, indipendente da noi e oggettiva; dall’altro la concezione di verità come inevitabilmente condizionata dalla prospettiva epistemica del soggetto.

Dopo aver visto le ragioni a favore di entrambi i paradigmi e discusso su quale i ragazzi trovassero più convincente, si è ragionato insieme sulla dimensione etico-politica del concetto di verità.

Siamo partiti da una sollecitazione di Habermas: non appena il concetto di verità viene meno in favore di una validità-per-noi, dipendente dal contesto, allora nessun argomento è valido per convincere qualcuno a cercare un accordo su ‘p’ al di là dei confini del suo gruppo epistemico (J. Habermas, “Richard Rorty’s Pragmatic Turn,” in Rorty and His Critics, ed. Robert Brandom, Oxford, 2000, pp. 48–49).

Su questo punto i ragazzi erano concordi: anche a prescindere dalle diverse concezioni di ‘verità’ che più o meno implicitamente possiamo assumere nel nostro pensare comune, tutti hanno riconosciuto immediatamente la valenza etica del richiamo alla verità. Capire che cosa sia la ‘verità’, cosa implica questo complesso concetto e quali conseguenze possono derivare da una sua svalutazione non è solo una questione epistemica, è anche – se non soprattuto – una faccenda politica che ci riguarda tutti da vicino e determina inevitabilmente la nostra comunità.

filosofia pubblica, Senza categoria

Il Trolley Dilemma ai tempi del Covid-19

Ethical dilemmas in the age of coronavirus: Whose lives should we save?

Titola un articolo di Jenny Jervie uscito sul Los Angeles Times il 19 marzo 2020. Il riferimento è purtroppo alla situazione venutasi a creare in Italia e che si teme si proporrà a breve anche in altre parti del mondo.

Il dilemma è semplice nella sua crudeltà: “Tre pazienti – un ragazzo di 16 anni con diabete, una madre di 25 anni e un nonno di 75 anni – sono stipati in una tenda di ricovero ospedaliero e hanno difficoltà a respirare. È rimasto solo un ventilatore. A chi va?”

Dilemma coronavirus

https://www.latimes.com/world-nation/story/2020-03-19/ethical-dilemmas-in-the-age-of-coronavirus-whose-lives-should-we-save

La questione, in termini più astratti, può essere posta così: in una situazione di scarsità di risorse sanitarie per cui non è possibile offrire cure a tutti coloro che ne avrebbero bisogno, quali criteri potremmo/dovremmo adottare per compiere delle scelte?

Adottiamo il criterio dell’ordine di arrivo, o preferiamo che i medici concentrino i loro sforzi su chi sembrerebbe aver più possibilità di recupero? L’età del paziente dovrebbe essere un elemento di discrimine? E perché non considerare anche il numero di persone a carico del paziente?

Insomma, la questione è complessa e chiama in causa le nostre intuizione etiche più profonde. La bioetica se ne occupa da sempre e, mai come in questi tempi di crisi e di scarsità di risorse, è chiamata a mettere in campo tutti i suoi strumenti per aiutare chi di dovere a definire protocolli e  linee guida.

 

filosofia pubblica

Luciano Floridi per una nuova metafisica della relazione

In questaintervista per Raicultura, Luciano Floridi, ordinario di filosofia ed etica all’Università di Oxford e tra i maggiori pensatori del mondo contemporaneo, riassume la sua lezione tenuta alla Romanae Disputationes a proposito di Interpretare il reale. Concetto e mondo

Dieci minuti, accessibili a tutti, in cui il filosofo ci spiega come la  metafisica tradizionale sia inadeguata a spiegare il mondo in cui viviamo oggi, così profondamente trasformato dal digitale; un mondo dominato non tanto da “oggetti”,  ma da relazioni: una app, un software, non sono cose nel senso comune del termine, eppure sono molto importanti per noi, ci interagiamo, lasciamo che abbiano un effetto tangibile sulle nostre decisioni e vite.

Che tipo di metafisica può rendere conto di queste realtà?

Floridi propone una metafisica della relazione, anziché della sostanza, una metafisica che pone l’attenzione sulle connessioni, più che sugli oggetti, e che rende conto di una realtà che è costituita come rete di nodi, non meccanismo di parti fra loro indipendenti. Seguendo l’analogia, gli oggetti del nostro mondo sono i nodi della rete, le rotonde di un intrigo stradale e, in quanto tali, essenzialmente costituiti da quelle connessioni.  

L’essere in relazione, l’avere interazioni, è  un criterio ontologico più efficacie di quello di sostanza  per determinare oggi cosa esiste e cosa no, e che dà più senso alla nostra esperienza.

Di questo mondo-rete, noi siamo gli architetti, i costruttori: siamo noi che instaurando le nostre relazioni contribuiamo a dare forma alla realtà. Un compito che ci riempe di responsabilità, epistemica, certo, ma soprattutto etica.

Ci serve un’etica, anch’essa, della relazione. E’ il rapporto tra le parti che conta, poiché quel rapporto definisce il nostro stare al mondo e modifica (creandoli) gli oggetti stessi che popolano quel mondo. Ne deriva una politica trasformata da spazio della res pubblica in quello della ratio pubblica, dove la ratio è la dimensione del pensiero, del significato, dell’essere in relazione appunto. Le possibilità dateci dalle nuove tecnologie lo rendono oggi evidente: siamo noi, architetti del nostro mondo virtuale e reale, a decidere dove e come vogliamo andare, e questa responsabilità è anzitutto una responsabilità politica.

Floridi _Raicultura

Per chi si fosse incuriosito, qui trovate il video della lezione completa con il dibattito svolto con i ragazzi delle Romanae Disputationes.

 

 

didattica della filosofia, Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Babe, maialino coraggioso

Una bella storia di ribellione e di disobbedienza (civile), in cui il coraggio protagonista tenta di cambiare dall’interno un sistema ingiusto, che non riconosce i diritti del singolo all’autodeterminazione.

Il film, premio Oscar per gli effetti speciali, diretto da Chris Noonan nel 1995, è l’adattamento cinematografico del libro di Dick King-Smith. Babe affronta importanti questioni legate al tema dell’identità. Come nella fattoria orwelliana, gli animali sono metafora dell’uomo: troviamo gli stupidi (che meritano di finire nel pranzo di Natale), i meno stupidi (ma comunque stupidi, a detta di chi sta sopra), e quelli utili ad una qualche funzione.

Il tema dell’identità e del rapporto con l’altro assume in Babe una particolare torsione: è la nostra funzione sociale, il nostro ruolo nella comunità, a definire chi siamo? Ma se è così, non si riduce l’individuo a mezzo per qualche scopo, con buona pace dell’imperativo kantiano? E che fare se non ci sentiamo adatti alla funzione alla quale il destino o la società sembra averci assegnato?

Babe e ferdinand

Ferdinand: Gli uomini mangiano le anatre!

Babe: [gasps] Come ha detto scusi?

Ferdinand: Ah, molte di noi preferiscono non pensarci, ma gli uomini amano mangiare belle anatre in carne.

Babe: Ohhh, si sbaglia. Non il padrone, e nemmeno la padrona.

Ferdinand: Naaa. Gli uomini non mangiano i gatti… perché?

Babe: Beh, perché sono…

Ferdinand: Indispensabili – acchiappano i topi! Gli uomini non mangiano i galli… perché? Aiutano le galline a fare le uova e danno la sveglia!

Babe: Già…

Ferdinand: Ho provato con le galline, ma non mi apprezzano. Così ho provato a cantare e ho scoperto il mio dono! Ma proprio quando sto per diventare indispensabile si portano a casa un arnese che mi ruba il posto! Ohhhh-oh-oh, ma ci pensi, un gallo meccanico!

Babe: Oh povero me…

Ferdinand: Oh povero te?! [sospiri] Immagino che la vita di un povero papero conti ben poco nell’economia del vasto universo. Ma, maiale, io sono tutto ciò che ho! [But, pig, I’m all I’ve got!]

babe poster

Babe è anche una storia sul pregiudizio, sullo stigma sociale e collettivo, e su quanto sia difficile – ma non impossibile – superarlo.

Suddiviso in 8 capitoli tematici, il film si presta anche ad essere utilizzato come pretesto per la riflessione e discussione filosofica in classe, anche con i più giovani.

Chi sono io? Cosa fa di me ciò che sono? Ogni cosa ha uno scopo? È quello che è per quello scopo? Le persone possono essere mezzi per uno scopo? Io sono quello che faccio? Faccio quello che mi dicono o quello che voglio? A cosa servono le regole? Io e gli altri. Quello che io sono cambia nel tempo? C’è qualcosa di me che è sempre?

Fil(m)osofia, filosofia pubblica

(Dis)Honesty – The Truth About Lies

Film documentario del 2015 diretto da Yael Melamede.

Che mentire sia sbagliato è uno dei principi morali maggiormente accettati nell’etica deontologica, eppure tutti noi mentiamo. A volte lo facciamo per validi motivi, altre senza nemmeno rendercene conto.

Basato sul lavoro di Dan Ariely, professore di psicologia ed economia comportamentale, (Dis)Honesty esplora le diverse ragioni per le quali tutti noi mentiamo e i metodi che maggiormente impieghiamo per farlo.

Qui il trailer.

trailer dishonesty

Attraverso testimonianze dirette, filmati e ricerche sperimentali condotte dall’equipe di Ariely, il documentario ci guida a comprendere l’enorme impatto che il mentire ha sulle nostre vite quotidiane e sulla società.

Ci dice anche molto di noi, di come siamo, a discapito di quello che forse ci piacerebbe essere.

(Dis)Honesty_-_The_Truth_About_Lies

 

consigli di lettura, filosofia pubblica

L’ultima cosa bella. Dignità e libertà alla fine della vita

di Giada Lonati, Rizzoli Editore, 2017.

“Parlare di malattia e di morte ai ragazzi ha lo scopo preciso di mantenerli in contatto con la bellezza della vita, normalizzando e integrando il limite – in tutte le sue forme – nell’orizzonte del quotidiano” (p. 14).

L'ultima cosa bella

“Mai come oggi i successi della medicina ci consentono di accarezzare l’illusione dell’immortalità. Però, anche quando saremo guariti una, cento, mille volte, alla fine moriremo. È una cattiva notizia ma è così. Succederà a tutti noi, almeno per quel che ci è dato sapere. Perché allora la morte continua a essere il grande rimosso della nostra cultura?

Se prima o poi anche l’Italia avrà una legge per cui saremo chiamati a esprimere le nostre volontà in un “testamento biologico”, come potremo farlo se non siamo in grado di integrare la fine della vita nel nostro orizzonte, di riconoscerci innanzitutto parte di un’umanità mortale? Come possiamo rivendicare la libertà di prendere delle decisioni sul nostro fine vita se vogliamo ostinatamente compiere questa scelta a occhi chiusi?

Giada Lonati è un medico palliativista, il suo lavoro comincia quando la medicina che guarisce è stata sconfitta, quando si dice che “non c’è più niente da fare”, e invece c’è ancora moltissimo da fare. Si occupa di accompagnare persone vive (vivissime) in quell’ultimo tratto in cui tutto cambia significato e prende senso. Quel tratto in cui irrompe una consapevolezza nuova nelle nostre vite, un sapere che getterà una luce più nitida sul nostro presente, darà una dimensione diversa al nostro tempo, ci renderà più intensamente vivi. Una sapienza che l’autrice condivide in queste pagine, ricche di pienezza umana e capaci di rimetterci in relazione con noi stessi, con il nostro essere qui e ora. Perché una speranza vera è realizzabile solo nell’orizzonte del possibile. E riconoscerci mortali e transitori, lungi dall’essere soltanto una scoperta dolorosa, può aiutarci a maturare uno sguardo rivoluzionario sul mondo, ad aprire gli occhi sulla bellezza ultima del quotidiano.” (dalla quarta di copertina)