Fil(m)osofia

Arrival (2016)

Arrival (2016)diretto da Denis Villeneuve.

Film di fantascienza. Dodici navicelle aliene atterrano in diversi luoghi del pianeta. Non ci conosce il motivo del loro arrivo né le loro intenzioni. Nel team di esperti incaricati di scoprirlo vi è Louis, una celebre linguista. Louis comprende che le navicelle usano un linguaggio simbolico, fatto di segni circolari. Lentamente inizia a comprenderne il funzionamento e la logica.

Arrival

Questo processo di assimilazione e apprendimento della nuova lingua conduce Louis a modificare i propri schemi mentali. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che la stessa protagonista cita nel film, le lingue sono sistemi di regole coerenti e completi: per imparare una nuova lingua occorre comprendere gli schemi con i quali una cultura interpreta e organizza il proprio mondo:

«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» (Karl Kerenyi, Dionysus, 1976; trad. it di V. Rota. Cit. in Wikipedia).

Sin dall’antichità si è riconosciuta l’interdipendenza di linguaggio e pensiero, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

Secondo una celebre formulazione di Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus, 5.6); il film dà forma a questa teoria, e per Louis apprendere un nuovo linguaggio, totalmente altro, significherà superare i limiti del proprio mondo.

Sin dall’antichità si è riconosciuto che linguaggio e pensiero sono interdipendenti, per cui apprendere una lingua significa apprendere un certo modo di pensare; ed è quello che la protagonista del film farà, con inaspettate e sorprendenti conseguenze per la sua stessa vita.

 

Fil(m)osofia

Questione di tempo. Tra fantascienza e ricerca della felicità

Questione tempo [About time], (2013), scritto e diretto da Richard Curtis.

La storia si apre con Tim, giovane inglese di 21 anni, che viene informato dal padre di possedere, assieme a tutti i membri maschi della loro famiglia, il dono di viaggiare nel tempo. Possono viaggiare solo a ritroso, però, nel tempo da loro effettivamente già vissuto: niente visite a Elena di Troia o possibilità di boicottare un giovane Hitler, per intenderci, ma solo la possibilità di rivivere – e modificare – eventi del proprio passato.

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Parliamo di questa pellicola in questa rubrica di ‘Fil(m)osofia’ non per indagare i paradossi metafisici di un eventuale viaggio nel tempo, ma per riflettere su un suo possibile effetto epistemico (di prospettiva, se vogliamo).

La fantasia di viaggiare nel tempo è stata molto battuta dalla cinematografia, che l’ha affrontata in alcune celebri pellicole, ma che questo film sembrerebbe lasciare inesplorata nelle sue potenzialità a prima vista più eclatanti: il protagonista non usa il suo potere per diventare più ricco, o famoso, o per modificare drasticamente il corso della propria vita.

Tim, guidato dal saggio padre, ne scopre un risvolto ben più importante, un risvolto che forse inizialmente non farà venire i brividi agli appassionati di fantascienza, ma che – a ben guardare – ci si rivela in tutta la sua straordinarietà. Tim impara ad apprezzare il proprio tempo.

Tim prova a rivivere due volte la stessa, normalissima, giornata. Mentre la prima volta si fa travolgere dalle ansie, arrabbiature, stanchezze e brutture che quotidianamente ci consumano, la seconda volta riesce ad apprezzarne la bellezza, anche nei piccoli gesti (il sorriso di una commessa, la possibilità di condividere con colleghi difficoltà e successi), e a non dare per scontato quanto di meraviglioso si ha (una moglie innamorata, dei figli, o una casa, per quanto incasinata).

Quello che ne viene stravolto è lo sguardo con cui il protagonista guarda la propria vita: la prospettiva muta, le priorità anche, alcune delle ‘piccole’ cose che tendiamo a dimenticare nella nostra quotidianità acquistano un nuovo significato, diventando quelle che non vorremmo scoprire di non avere nelle nostre vite: gli affetti, l’amore (tra partner e tra genitori e figli), l’amicizia, la gentilezza.

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Viene alla mente l’insegnamento di Epicurolo stiamo leggendo proprio in questi giorni e il rimando è inevitabile. L’antico filosofo greco, in una celebre Lettera sulla felicità (o a Meneceo), ci invita ad apprezzare il nostro tempo, a godercelo appieno, senza farci travolgere dall’ansia progettuale per il futuro, perché volenti o nolenti il futuro non è in nostro potere, o quantomeno non lo è quanto vorremmo. Dalla filosofia epicurea i latini trarranno la celebre formula Carpe diem (diventata anch’essa topos frequentato dalla cinematografia): un ‘cogli l’attimo’ che non è da intendersi esclusivamente e riduttivamente come un ‘non sprecare le occasioni’, ma come un godi appieno del presente.

Il tempo che ci è dato è finito, anche per i protagonisti di questo film che non potranno fuggire la morte, ma l’esperimento consente a Tim di trasformarsi nel perfetto epicureo: saprà apprezzare i piaceri importanti e rifuggire da quelli inutili o addirittura dannosi.

«Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.» (Epicuro, Lettera sulla felicità)

Tim non avrà, infine, neppure più bisogno di ricorrere al suo straordinario potere: avendo imparato a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, apprezzandone i dettagli, e avendo acquisito consapevolezza di ciò che conta per lui, non ha più interesse a rifare le cose, o a modificarle. Ha semplicemente trovato la sua ricetta per la felicità. Se non è un risvolto eclatante questo?!