Fil(m)osofia

Dark, Tenet e il (nuovo) paradigma del viaggio nel tempo nell’immaginario cinematografico

È da poco uscito l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet. Il film, uno spy movie fantascientifico, sta facendo molto parlare di sé: il primo grande successo internazionale post lock down è una intricata storia di viaggi nel tempo – resa da spettacolari soluzioni cinematografiche e registiche.

La pellicola richiama inevitabilmente Dark, serie televisiva tedesca di grande successo, prodotta da Netflix in tre stagioni (2017-2020). Dark e Tenet sono entrambe storie di viaggi nel tempo. Senza entrare troppo nel dettaglio (ed evitando di fare spoiler), i loro protagonisti riescono a spostarsi nel passato e nel futuro, intervenendo di volta in volta negli eventi, incontrando i loro stessi di diverse età e (apparentemente) modificando la loro storia.

Nulla di nuovo dal tipico topos dei viaggi nel tempo già descritto negli anni ’80 dal film cult Ritorno al futuro (1985)? In realtà no. Siamo di fronte a una distinta concezione del tempo, con tutte le rispettive conseguenze metafisiche ed esistenziali che ne derivano.

In Ritorno al futuro si assume una concezione lineare del tempo – quella che probabilmente più risponde alla nostra intuizione comune –, pensato come progressione di prima e dopo che non si incontrano mai, succedendosi in una retta che si potenzialmente continua all’infinito. Ogni intervento su questa linea produce una variazione nella storia e quindi crea un universo parallelo di eventi, una nuova linea del tempo. Quando Marty agisce sul proprio passato, inevitabilmente lo modifica, e genera una nuova serie temporale di eventi che produrrà un futuro diverso da quello dal quale egli è venuto.

Dark e Tenet, invece, nella differenza delle loro rispettive storie e ambientazioni, assumono entrambi una concezione circolare del tempo, in cui passato e futuro si incontrano dando via all’eterna ripetizione dell’uguale.

Viene riproposta così una comprensione del tempo tipica del mondo antico. Per gli antichi greci tutto ciò che è chiuso, finito, è compiuto, e pertanto perfetto: il finito trova nel proprio limite la propria determinazione e quindi anche la propria specifica natura o essenza. Per il pensiero greco solo qualcosa di finito è ordinato, regolato da proporzioni e quindi è misurabile, comprensibile, intellegibile. Al contrario l’infinito, l’illimitato (anche temporale) era associato all’indeterminato, a qualcosa di non compiuto e quindi di inevitabilmente difettoso. L’infinito, sfuggendo a qualsiasi misura e ordine, si apre al caos, non lo si può dominare, nè comprendere. L’uomo non può nulla contro l’infinito.

Lo spettatore moderno, tuttavia, fatica ad apprezzare questa compiutezza. Siamo abituati a pensare all’infinitezza (di tempo, denaro, felicità, ecc.) come ad una risorsa desiderabile, nella sua impossibilità. Al nostro sguardo risultano sconvolgenti i mondi di Tenet o Dark, in cui passato e futuro si ripiegano l’uno sull’altro, influenzandosi a vicenda e rendendo impossibile capire cosa abbia originato cosa o se vi sia una causa prima del tutto.

Soprattuto, però, viene da chiedersi: se l’inizio è già predeterminato dalla sua fine, il passato dal futuro, che spazio resta al libero arbitrio dell’individuo? L’uomo è davvero libero di determinare il proprio destino o è una pedina che segue la necessità del suo destino, già inesorabilmente scritto?

In gioco vi è la questione della libertà o determinatezza dell’uomo di fronte al proprio destino. Forse è questa la ragione per la quale la visione ciclica del tempo si mostra così maledettamente asfissiante agli occhi moderni: la nostra intuizione comune sembra legata all’idea che l’uomo sia libero, almeno in parte, di scegliere chi essere e chi diventare.

Fra i due topos cinematografici di viaggi nel tempo, ci appare addirittura rassicurante nel confronto lo scenario descritto da Ritorno al futuro, dove tutto aveva una sua chiara logica lineare, di progressione tra causa ed effetto.

Ritorno al futuro – in linea con il sogno americano anni ’80 – ci proponeva un soggetto protagonista della propria storia, così capace e potente rispetto alla sua esistenza da poter intervenire con anche un solo gesto significativo (ribellarsi ad un bullo, il coraggio di baciare la ragazza dei propri sogni…) a cambiare per sempre la propria vita.

Gli universi chiusi e compiuti di Dark e Tenet suggeriscono tutt’altro. Qui l’individuo, per quanto perspicace, capace, o abile, non ha per nulla il controllo della propria esistenza, neppure quando giunge a comprendere il segreto che la governa. Nemmeno la conoscenza della legge (logos) che regge la realtà gli consente il potere di intervenire su di essa. In questo, Dark e Tenet si allontanano dal pensiero greco, rivelandosi in tutta la loro postmodernità: per i loro protagonisti non c’è nessuna funzione liberatoria della ragione, nella comprensione del logos, viaggiare nel tempo e comprenderne i segreti non li rendi più liberi nè felici.

didattica della filosofia, filosofia pubblica

Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?

Gran parte del favore che incontra il principio del merito è dovuto al fatto che dovrebbe essere un principio contrario ai privilegi e a status sociali ereditari, consentendo in teoria a tutti di poter accedere a beni e posizioni sulla base unicamente di alcune sue capacità o competenze dimostrate. È davvero così? Il merito è davvero in grado di superare le disuguaglianze promuovendo l’equità tra cittadini? Ne abbiamo discusso nel terzo modulo tematico del nostro percorso didattico sul merito.

Siamo partiti dalla questione di come definire il merito e quali criteri adottare per valutarlo (primo modulo), per poi passare all’esame di alcune critiche al principio del merito che, contrariamente al sentire comune, sarebbe per gran parte determinato da fattori contingenti o indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra fatica (secondo modulo). Ora si tratta di vedere quanto l’applicazione di questo principio riesca effettivamente a neutralizzare privilegi e discriminazioni, ponendosi come valido strumento di mobilità sociale.

La letteratura sul tema è infinita. Numerosi studi mostrano come gli studenti provenienti da strati sociali benestanti ottengano mediamente risultati migliori. Si veda ad esempio questo grafico, riportato in un recente articolo nel New York Times, in cui si mostra la distribuzione per reddito degli studenti delle scuole americane: i più ricchi riescono ad accedere per la grande maggioranza nelle scuole di élite, mentre i più poveri finiscono per la maggior parte nelle scuole senza selezione.

Reddito e merito

 

Statistiche come queste ci mettono di fronte all’evidenza che il merito è in gran parte determinato del contesto sociale di appartenenza. Giovani appartenenti ad una classe sociale alta avranno accesso alle risorse educative migliori, potranno facilmente ottenere sostegno in caso di necessità, e difficilmente dovranno sacrificare il tempo per lo studio e la loro formazione ad altre esigenze. Al contrario, chi nasce in un ambiente povero e culturalmente svantaggiato dovrà faticare molto di più per ottenere gli stessi risultati.

merito e società

Non solo la disuguaglianza economica e sociale, ma anche discriminazione e pregiudizi costituiscono un ostacolo importante all’applicazione neutrale del principio del merito. A partire dai celebri studi di Daniel Kahneman sui bias cognitivi (ne abbiamo parlato qui), molti studi hanno confermato che la nostra valutazione su cosa o chi sia meritevole o meno sia influenzata da pregiudizi e stereotipi che impediscono di fatto la piena neutralità e razionalità di giudizio.

Drammatici i risultati di uno studio del 2016 (K. DeCelles, S. Kang, Whitened Resumes: Race and Self-Presentation in the Labor Market, in “Administrative Science Quarterly”, 2016), che mostra come studenti asiatici abbiano il doppio di possibilità di venir chiamati per un colloquio di lavoro se nascondono la loro identità asiatica nel CV, percentuale che arriva al triplo di possibilità in più per gli studenti afroamericani che hanno “sbiancato” (whitened) il loro curriculum.

merito e discriminazione

 

A parità di titoli e di merito, pregiudizi e stereotipi razzisti fanno a tutt’oggi la differenza.

La questione è discussa da tempo, nel 1958 nel saggio “Crisi in Education” Hannah Arendt sosteneva che la meritocrazia contraddice il principio di equità, tanto quanto ogni altra oligarchia. La gara è giusta (fair), come ci piace immaginare che sia, solo se si parte tutti dallo stesso punto di via, altrimenti il principio del merito non fa altro che perpetuare la forbice della disuguaglianza sociale, tradendo di fatto chi crede di poter giocarsela ad armi pari.

merito e equità

Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

American_History_X_poster

Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

American History X 2

Senza categoria

Che cos’è il merito? Prima tappa di un percorso didattico tematico

Il principio del merito come criterio di distribuzione dei beni o di opportunità è oggi saldamente fissato nel nostro sentire comune: lo si ritiene un legittimo ascensore sociale e lo si difende come garanzia di equità di trattamento contro privilegi e discriminazioni. Ma siamo sicuri che funzioni davvero? Soprattutto, siamo certi di sapere di cosa stiamo parlando quando usiamo il termine ‘merito’ o quando difendiamo la ‘meritocrazia’?

Ne ho discusso con i miei studenti in queste ultime lezioni di didattica a distanza in un percorso tematico appositamente dedicato al concetto di merito.

Diversi gli aspetti affrontati (che rimando a più post). Siamo partiti chiedendoci:  

Cosa definisce il concetto di “merito”? Quando riteniamo una persona meritevole di qualcosa?

Nella storia del pensiero è probabilmente Aristotele il filosofo che fra i primi ne ha difeso il valore: tra più persone che vorrebbero lo stesso bene, questo deve andare a chi se lo merita di più, sostiene lo stagirita.

Cosa significa, però, meritarsi qualcosa? Lo stesso Aristotele sapeva che non era affatto semplice rispondere a queste domande:

«tutti infatti concordano che nelle ripartizioni vi debba essere il giusto secondo il merito, ma non tutti riconoscono lo stesso merito, bensì i democratici lo vedono nella libertà, gli oligarchici nella ricchezza o nella nobiltà di nascita, gli aristocratici nella virtù» (Aristotele, Etica Nicomachea, V, 1131a, 25 ss.).

Il concetto di merito, suggerisce Aristotele, non è universalmente definito, ma rimanda a preferenze soggettive, storicamente e culturalmente determinate. Basta riflettere sul fatto che ciò che è considerato meritorio qui e oggi non necessariamente lo è in altre parti del mondo o lo era nell’Antica Grecia.

Con gli studenti ci siamo quindi chiesti che cosa fosse il merito per noi: quali elementi riteniamo debbano rientrare nella considerazione del merito? Ci abbiamo ragionato e discusso insieme, e queste alcune considerazioni emerse:

  • Le competenze acquisite: il primo elemento individuato è quello della competenza, per cui si premia chi sa far meglio una certa cosa (sia un esercizio di matematica, la corsa dei 100m, o un lavoro a progetto). Questo criterio ha inizialmente trovato tutti concordi e non ha sollevato nessuna critica o obiezione tra gli studenti. [Non abbiamo problematizzato qui il rapporto tra competenze e opportunità, e quindi disuguaglianza sociale, lo si è fatto in un momento successivo].
  • L’impegno profuso: anche questo è un fattore che assume grande importanza per gli studenti e che incontra il favore di quasi tutti. Ma in questo caso se si approfondisce un attimo la questione emergono distinguo e precisazioni interessanti. Ad esempio, tutti ritengono che l’impegno mostrato da un candidato debba venir considerato quando in suo favore, per cui un certo risultato acquisisce più peso se ottenuto con grande impegno. Più problematico risulta invece diminuire il credito di un buon risultato se raggiunto con poco sforzo, eventualità che appare ai più come un’ingiustizia: “non è colpa del candidato se è bravo a fare una certa cosa e non ha bisogno di grande impegno per ottenere i risultati”, oppure, “se riesce anche con poco sforzo in una certa attività può significare che si è impegnato in passato ed ora è competente; non sarebbe giusto svantaggiarlo per questo“.  Inoltre, anche se ritenuto un elemento importante, pochi arriverebbero a sostenere che l’impegno possa essere l’esclusivo criterio di merito, indipendentemente dai risultati ottenuti. Infine, si è ammesso che non è banale riconoscere e tanto meno misurare l’impegno profuso.
  • I talenti naturali: la proposta di valorizzare i talenti naturali è risultata da subito molto problematica. Vi è la questione di che cosa sia un ‘talento’ e se vi siano talenti del tutto ‘naturali’. Per amore di discussione l’abbiamo definito una qualunque capacità che l’individuo possiede senza particolari sforzi. I più ritengono il talento naturale frutto di fortuna e come tale non andrebbe premiato. È molto problematico, tuttavia, capire come si possa neutralizzare la disparità di talenti naturali nella valutazione. Un’alunna ha proposto di farlo guardando al miglioramento relativo delle performance in un tempo dato, ma qualcuno ha obbiettato che così si avvantaggerebbe chi parte da livelli bassi e ha ampi margini di miglioramento, rispetto a chi parte da livelli più alti. Altri hanno sostenuto che neutralizzare il talento non avrebbe senso per il ruolo da esso giocato nel determinare la performance finale.
  • Le qualità morali: anche questo elemento non ha trovato tutti d’accordo. Anzitutto, non è scontato determinare quali siano le qualità morali da apprezzare. Di nuovo semplificando, abbiamo provato a ragionare assumendo come qualità morali ampiamente riconosciute l’onestà e il rispetto altrui. Per alcuni queste qualità rivestono grande importanza nella valutazione del merito di una persona, e possono diventare un elemento decisivo o addirittura prioritario rispetto ad altri; per altri, l’ambito morale non è sempre pertinente nella valutazione e premiazione dei meriti (uno studente ha rilevato che la correttezza morale ci interessa molto se dobbiamo selezionare un amministratore pubblico o un insegnante, ma può interessarci meno se dobbiamo selezionare un bravo musicista o tecnico). Per altri ancora, le qualità morali sono sempre importanti, ma la loro valutazione sarebbe troppo sfuggente e potrebbe aprire a discriminazioni sulla base di pregiudizi o stereotipi.  
  • I risultati ottenuti (le performance) anche se frutto di fortuna: un ultimo elemento che si è voluto considerare nel nostro esame è stata la prestazione. Questa si distingue dalle competenze acquisite poiché potrebbe essere determinata da fattori contingenti. Su questo aspetto la discussione si è accesa tra chi propendeva per tentare di neutralizzare il fattore ‘fortuna’, inserendo considerazione sul lungo periodo (si pensi ad esempio alla selezione di alcuni atenei prestigiosi a numero chiuso, dove il risultato del test d’ingresso viene calmierato da altri parametri che guardano alla storia del candidato), e chi invece – ritenendo tutti gli altri fattori altrettanto arbitrari – preferiva per valutare una prestazione una tantum, nel tentativo di semplificare la questione.

Non siamo giunti a una definizione concorde del concetto di merito, ma il lavoro svolto ha fatto emergere tutta la complessità di una questione apparentemente chiara o banale, consentendo così ad alcuni di noi di “vedere per la prima volta” un problema in ciò che veniva dato per scontato. Per chi scrive, è proprio questo uno dei compiti della filosofia: rilevare la complessità, i distinguo, le eccezioni, le contraddizioni laddove altrimenti non le noteremmo.   

La sollecitazione di Aristotele ci è quindi servita per una riflessione e un esame di alcune nostre assunzioni e convinzioni irriflesse: “che vinca il migliore” ci trova generalmente tutti concordi… fino a che non ci si chiede che cosa significhi essere il migliore.

[Segue: 2/ Non è tutto merito ciò che luccica. Per una critica al concetto di merito]

filosofia pubblica

Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

Fil(m)osofia

Ex Machina

Film del 2015 di Alex Garland.

Il titolo gioca chiaramente con l’idea di divinità che nel teatro antico entrava inaspettatamente in scena mosso da una macchina (“Deus ex machina” appunto, divinità che viene dalla macchina) e scompiglia la trama.  

Caleb Smith, un giovane programmatore del principale motore di ricerca sul mercato, BlueBook, sembra vincere una lotteria interna alla società e aggiudicarsi l’opportunità di trascorrere una settimana nella casa di Nathan Bateman, il carismatico e geniale ideatore di BlueBook. Qui Caleb scoprirà di essere stato scelto da Nathan per testare una macchina umanoide, un’intelligenza artificiale, di nome Ava. Il giovane programmatore ha una settimana di tempo per eseguire alla macchina una sorta di test di Turing e stabilire se Ava abbia coscienza di sé.

Intelligenza artificiale e filosofia

Il film rimanda ad un gran numero di questioni filosofiche legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e ripropone alcuni tipici interrogativi del genere fantascientifico della robotica. A partire, naturalmente, dal celebre test di Turing: come possiamo sapere se una macchina è intelligente (intelligenza artificiale forte)? Una macchina intelligente è anche cosciente? Cosa significa esserlo? O, ancora, può una macchina provare sentimenti, emozioni, avere desideri? Soprattutto, e questo l’interrogativo che il protagonista sembra porsi ad un certo punto della sua interazione con Eva, questi umanoidi nel momento in cui pensano, percepiscono, paiono soffrire e desiderare (la sopravvivenza la libertà), hanno diritti?

ex machina

Uomo vs AI: chi ha il controllo di chi?

Infine, una questione emerge pian piano e si impone sul finale (n perfetta linea con il genere fantascientifico), fra macchine intelligenti ed esseri umani chi ha il controllo? Chi manipola chi? Siamo sicuri di voler correre il rischio di non essere più in grado di gestire una nostra invenzione? E in questo caso, come si comporterebbe la macchina?

L’AI avrà un’etica?

Sin dalle tre leggi della robotica di Asimov, l’uomo si chiede se sia possibile insegnare l’etica ad un’intelligenza artificiale o se, al pari dell’uomo, la macchina non finirebbe per apprendere anche come aggirare questi principi in ragione di un proprio interesse personale. E allora la domanda interessante sarebbe: quale potrebbe essere lo scopo, il fine di una intelligenza artificiale?

filosofia pubblica

In The Age of AI – Nell’era dell’intelligenza artificiale

Uno straordinario documentario sugli effetti previsti dell’imminente rivoluzione industriale portata dalla AI (Artificial Intelligence). Una rivoluzione che si prevede sarà così profonda e pervasiva in tutti gli aspetti delle nostre vite da essere paragonabile a solo pochissimi eventi nella storia dell’uomo, come l’avvento dell’elettricità o del computer.

Fino a che punto le persone sono a conoscenza di quanto ci spetta? Come possiamo prepararci a qualcosa che nel giro di pochissimi anni stravolgerà interamente il nostro modo di vivere?

Questo documentario propone 5 capitoli, cinque prospettive dalle quali guardare alla rivoluzione AI, per riflettere e diventare consapevoli delle enormi potenzialità che questa tecnologia sta aprendo (per la ricerca medica o la sicurezza stradale), ma anche degli effetti collaterali che ne seguiranno, ad esempio sull’occupazione (si stima che il 50% degli attuali lavori verranno svolti entro breve da AI), sulla disuguaglianza nella società, o sulla privacy dell’individuo.

https://www.pbs.org/video/in-the-age-of-ai-zwfwzb/

in the age of ai1

 

 

 

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Il “Driverless Dilemma”: il dilemma etico delle auto autonome

Immaginate in un futuro neanche troppo lontano che i nostri spostamenti avvengano su mezzi a guida autonoma. Un imprevisto obbliga l’auto intelligente a scegliere tra alcuni tragici scenari, ognuno dei quali coinvolge possibili vittime: come regolare la scelta dell’auto?

Si prevede che l’impiego delle driverless car possa avere in futuro molti benefici, ad esempio sulla sicurezza (eliminando gli errori e i cattivi comportamenti dell’uomo si dovrebbero ridurre drasticamente gli incidenti stradali), sull’impatto ambientale (dovuto principalmente a minori emissioni nocive), e anche sulla qualità della vita delle persone (non più stressate da ore di guida nel traffico). Eppure, le questioni etiche, giuridiche e politiche poste da queste tecnologie sono molto complesse.

In questo video per Ted-Ed del 2015, Patrick Lin esplora l’etica controversa delle vetture autonome. Vengono proposti alcuni esperimenti mentali per illustrare il dilemma e le moltissime implicazioni etiche che si aprono.

Ad esempio, nel caso di un incidente stradale che coinvolga auto automatiche, il principio di minimizzazione del danno ci può aiutare a risolvere tutte le situazioni o vi sono casi in cui porterebbe ad esiti che giudicheremmo immorali? Soprattutto, fino a che punto è quantificabile il danno prodotto? La scelta tra salvare 5 vite o 1 può sembrare semplice, ma se si deve scegliere tra due individui come fare? Dare ad una macchina gli strumenti per quantificare il danno in tutta una serie di possibili scenari significherebbe attribuire un valore numerico a valori come la vita, la salute, l’età, e tantissime altre caratteristiche di un individuo. Siamo sicuri di poterlo / volerlo fare?

Ci si chiede, inoltre, chi debba farsi carico di queste decisioni: i produttori di questa tecnologia? La politica? Qualche comitato etico?

Il nodo del problema è che, mentre la reazione dell’uomo ad un imprevisto è spontanea, istintiva e quindi non deliberata – con tutte le conseguenze che ne derivano sulla mancata intenzionalità e sul diverso grado di responsabilità imputabile al conducente rispetto al danno prodotto –, la reazione di una macchina ad una situazione imprevista è l’esito di un calcolo programmato con largo anticipo dai produttori e quindi in un certo senso sempre deliberata e intenzionale. La decisione presa dall’auto senza conducente è frutto di una scelta operata a tavolino su come regolamentare un possibile conflitto tra diversi diritti dell’uomo; una scelta, questa, che evidentemente non potrà mai essere eticamente neutrale.

Our Driveless Dilemma, Science1

Per approfondire: la questione del Driverless Dilemma è discussa in J.D. Greene, Our driverless dilemma. Science, 352(6293), 1514-1515, 2016, di cui qui è disponibile un estratto.

consigli di lettura

Distrazione e diversivi: le nuove frontiere della censura contemporanea

Consigli di lettura: Margaret E. Roberts: Censored: Distraction and Diversion Inside China’s Great Firewall, Princeton University Press, Princeton, NJ, 2018.

In questo studio Margaret Roberts analizza l’utilizzo della censura nella Cina contemporanea, rivolgendo particolare attenzione all’informazione via internet. Roberts ci spiega che il tradizionale concetto di ‘censura’ è oggi superato da quella che lei ricostruisce essere una strategia più complessa ed efficacie in termini di manipolazione e controllo dell’opinione pubblica, la strategia delle tre “f”:

fear”: paura, intimidazione delle voci più critiche;

friction”: attrito, non è vera e propria censura, l’accesso alle informazioni considerate scomode per il governo non viene del tutto impedito ma reso molto difficile;

“flooding”: inondazione, si inonda il web di notizie false o non rilevanti, non ostili al governo, così che la maggioranza degli utenti si accontenti di ‘subire’ quelle e non vada oltre. È una sorta di distrazione di massa.

L’analisi di Roberts è rivolta prevalentemente alla Cina contemporanea del Great Firewall, ma la studiosa rileva come fenomeni simili si stiano diffondendo anche altrove e in altri governi, rendendo la questione del controllo della (dis)informazione (fake-news, propaganda, notizie irrilevanti attira-attenzione, ecc.) LA questione oggi per la sopravvivenza stessa della democrazia.

Censored

Premi e riconoscimenti:

  • Co-winner of the 2019 Goldsmith Book Prize for Academic Books, Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy at the Harvard Kennedy School
  • One of Foreign Affairs’ Picks for Best of Books 2018
didattica della filosofia, filosofia pubblica

Libertà di parola ai tempi di internet. A partire da Mill

Quando si parla di libertà di parola il riferimento obbligato è un piccolo scritto di John Stuart Mill, On Liberty [Saggio sulla libertà] del 1859. È un’opera che ha avuto sin da subito un enorme successo di pubblico, considerata un classico del pensiero liberale, in cui il filosofo utilitarista assume una posizione radicale in difesa della libertà di parola. Ci si chiede fino a che punto gli argomenti di Mill possano valere ancora oggi, nelle mutate condizioni del dibattito pubblico.

L’argomento di Mill

Secondo Mill la libertà dell’individuo, compresa quella di parola, va garantita sempre e comunque, con l’unica condizione che non provochi danni ad altri (principio del danno). Qualsiasi altro motivo non è lecito per limitare a qualcuno la propria libertà:

«Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell’opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente».

Una posizione estremamente liberale come quella di Mill trova da sempre oppositori in chi ritiene invece che vi siano ragioni per le quali la libertà di parola vada limitata: ad esempio, per impedire l’offesa o la blasfemia (dibattito riapertosi anche di recente in seguito alla pubblicazione di alcune vignette satiriche a sfondo religioso che hanno portato ai tragici eventi dell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hedbo del 2015). Mill però rifiuta anche questi due casi e lo fa sulla base di tre argomenti principali:

  • Qualsiasi opinione, anche quella apparentemente più assurda o lontana dalle nostre credenze, potrebbe essere vera, negarlo significa presumere di essere infallibili;
  • In ogni opinione vi può essere una parte di verità, reprimere quell’opinione significa dunque precludere a tutti, posteri compresi, quella parte di verità;
  • Anche l’opinione falsa è utile alla verità, perché ci obbliga a riflettere sulle nostre convinzioni e a non assumerle dogmaticamente.

 

Mill, On Liberty

Alla base vi è una concezione socratica della conoscenza come ricerca, processo mai definitivamente concluso di critica e auto-critica delle proprie convinzioni, pena l’irrigidimento delle nostre credenze in assunti irriflessi, opinioni date, anche se vere, ma non autonomamente comprese e confermate. Qualsiasi verità, per Mill, anche la più certa, perderebbe valore se non venisse continuamente riconquistata nel confronto con tesi rivali.

Che ne è oggi della visione di Mill? L’utopia del discorso razionale

In un recente articolo, What Mill got wrong about Freedom of Speech, Jason Stanley (Professore di Filosofia a Yale e autore di How Fascism Works: The Politics of Us and Them, 2018 ) ha sostenuto che la posizione di Mill a proposito della libertà di parola si basa su una utopia: «l’assunto che la conversazione funzioni per scambio di ragioni: una parte offre le sue ragioni, che vengono poi contrastate dalle ragioni di un avversario, fino a quando la verità alla fine non emerge». Purtroppo, raramente il dibattito pubblico funziona in questo modo, e ancor più raramente ciò accade in internet.

Ci sono almeno due ordini di problemi. Il primo è che, a differenza di quanto credeva Mill, la pluralità di opinioni non porta necessariamente alla verità: oggi sempre più spesso l’enorme quantità di versioni a disposizione finisce per soffocare quella vera.

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Il secondo aspetto problematico è che non basta una pluralità di voci per creare un dialogo. Il disaccordo, per essere costruttivo, si deve produrre all’interno di un quadro di regole condivise: ad esempio, possiamo proficuamente discutere se una certa terapia sia valida o meno o se la terra sia sferica o piatta solo se accettiamo di muoverci all’interno di un comune paradigma epistemologico che include determinate nozioni di ‘verità’ e di ‘evidenza’. Ma con chi sovverte qualsiasi regola del dialogo e della logica, con chi sistematicamente mente, urla, offende, senza veicolare alcuna ‘ragione’, non può esservi nemmeno un confronto.

Emozione batte ragione

Che fare quindi con chi, anziché apportare ragioni per un dialogo costruttivo in vista della conoscenza del vero, tende deliberatamente ad alimentare paura, pregiudizi, o addirittura odio per ottenere consenso politico o qualche beneficio personale? Si ha comunque il dovere di difendere questi discorsi o la libertà di parola incontra qui un suo limite?

La conclusione di Stenley, contro Mill, è chiara: dare spazio a qualsiasi opinione nel dibattito pubblico, lungi dal favorire il processo che porta alla conoscenza, ne mina la sua stessa possibilità. Nello scontro tra buone e cattive ragioni, è purtroppo l’appello emotivo ad avere la meglio.

Nell’epoca della Post-truth e del discorso di odio (hate speech), ci si chiede se la posizione di Mill sia ancora valida, anche all’interno della prospettiva utilitaristica da lui adottata: possiamo dire oggi che lasciare i cittadini liberi di dire pubblicamente tutto ciò che vogliono sia un bene perché ciò produce il maggior beneficio per la collettività? I dubbi sono legittimi.

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