didattica della filosofia

(Dis)informazione ai tempi di internet

Quarto incontro del laboratorio filosofico su Postverità e fake news al Liceo Dante Alighieri di Crema. Abbiamo discusso di ‘(Dis)informazione ai tempi di internet e libertà di parola’. Siamo partiti dall’analisi di alcune vecchie e nuove dinamiche della (dis)informazione: dal ruolo dei bias cognitivi e pregiudizi, all’uso che algoritmi e social network fanno degli stessi per incentivare la nostra fruizione di notizie, indipendentemente dalla loro veridicità.

Abbiamo definito fenomeni come quelli della polarizzazione dell’opinione, le eco chambers (bolle epistemiche) e il microtargeting, nel tentativo di acquisire maggior consapevolezza su alcune dinamiche che possono distorcere, se non adeguatamente comprese, la nostra percezione dell’informazione online.

Legato ad essi sembra essere anche l’aumento negli ultimi tempi del ricorso all’hate speech: il discorso che esprime odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sulla base di discriminazione (razziale, etnico, religioso, di genere o di orientamento sessuale). Il discorso d’odio è una prerogativa della comunicazione contemporanea, e sarebbe sbagliato accusare internet o i social della sua diffusione, ma sembra che i meccanismi di polarizzazione e radicalizzazione dell’opinione sui social svolga un ruolo nell’incremento del ricorso all’hate speech, oggi sdoganato anche nei discorsi pubblici da leader politici.

Fenomeni come questi sollevano sempre più frequentemente riflessioni circa l’opportunità o meno di limitare la libertà di parola, al fine di tentare, in qualche modo, di arginare le derive più pericolose legate alla diffusione di notizie false o hate speech. Per ragionare sul tema abbiamo preso in considerazione gli argomenti di J.S. Mill in difesa della libertà di parola e alcune obiezioni che a Mill vengono oggi rivolte, dato il mutato contesto dell’informazione e del discorso pubblico (vedi qui).

Abbiamo concluso il nostro laboratorio discutendo insieme sulla difficoltà di trovare una mediazione possibile tra valori fondamentali, a volte in conflitto tra loro, come quelli della libertà, della verità e del rispetto dell’altro.

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Infodemia

L’enciclopedia Treccani la definisce «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili».

Ci viene spiegato che “infodemia” deriva dall’inglese infodemic, composto da info(rmation) (informazione) ed (epi)demic (epidemia). Il termine fu usato per la prima volta da David J. Rothkopf in un articolo del «Washington Post» del 2003 a proposito di SARS, When the Buzz Bites Back. Rothkopf apriva il suo articolo affermando che la SARS è la storia di non una, ma ben due epidemie, una sanitaria, e l’altra cognitiva: la seconda ha trasformato la prima in una catastrofe economica e sociale globale.

Il termine viene oggi da più parti ripreso a proposito della nuova emergenza sanitaria creata dal coronavirus, e lo si trova anche in alcune comunicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (vedi il documento dello scorso 2 febbraio 2020 a proposito della disinformazione sul coronavirus).

L’infodemia è un’epidemia informativa dovuta al vorticoso generarsi di informazioni e notizie su una certa situazione o evento. Come scrive Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, in questo appello contro l’infodemia, «mentre l’epidemia biologica avanza, e speriamo si fermi al più presto, l’epidemia cognitiva accelera con informazioni di tutti i tipi date da fonti rilevanti».

Assieme alle fake-news, l’infodemia contribuisce a fare della nostra epoca l’epoca della post-verità, ma è più ampio – e forse più complesso – del fenomeno fake-news, perché non è riducibile alla mera falsificazione della verità. Generata spesso dalle stesse autorità e istituzioni, l’infodemia non è necessariamente un’informazione falsa, può essere un’informazione non accurata, o solo parzialmente vera, o, ancora, vera in un dato contesto che però non viene specificato adeguatamente all’utente, producendo così la percezione di un’informazione contraddittoria. La sovrabbondanza di fonti informative, anche autorevoli, ma non sempre concordanti, non aiuta. Il pubblico che subisce questa ondata epidemica di informazione non riesce a gestirla, ad assimilarla adeguatamente, e ne esce inevitabilmente disorientato e confuso, o addirittura spaventato.

infodemia

 

Che fare allora per arginare questo diverso tipo di epidemia? L’Oms raccomanda ai vari Paesi, ai media e alle agenzie comunicative di essere il più possibili trasparenti e di adottare una narrazione coordinata, se non proprio univoca, tra le diverse voci coinvolte, scientifiche e politiche.

C’è bisogno di verità, una verità che non si possa scegliere al supermercato delle nostre bolle epistemiche.