Evento

Laboratorio filosofico: Fake news e Post-verità

Filosoficamente in collaborazione con Auser Unipop Cremona presenta il laboratorio filosofico: Fake news e Post-verità.

Online da venerdì 28 novembre 2020, a venerdì 8 gennaio 2021.

Per info e iscrizioni:

http://www.auserunipopcremona.it/…/fake-news-e-post…/

didattica della filosofia, filosofia pubblica

La verità e i suoi nemici

Quinto ed ultimo incontro oggi con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema del laboratorio filosofico su Postverità e Fake news.

Oggi abbiamo esaminato insieme alcuni dei più antichi e ostici nemici della verità: scetticismo e relativismo.

Di entrambi abbiamo ricostruito tesi e argomenti a sostegno, per poi analizzare le possibili obiezioni. Si è visto come lo scetticismo con i suoi argomenti, dall’antichità a Cartesio, sino ai cervelli in una vasca di Putnam (esperimento mentale magistralmente riproposto al cinema da Matrix), offra il fianco a diverse critiche e contro mosse. Prima fra tutte, l’argomento principale degli scettici, secondo il quale dal fatto che a volte la nostra esperienza sensibile sbaglia si deve inferire che potrebbe sbagliare sempre e perciò dubitare di tutte le nostre esperienza, sia in realtà una falsa generalizzazione. Anche ammesso che a volte la nostra esperienza sia distorta, non ne segue che sia sempre così, o che si abbiamo motivi sufficienti per dubitare di tutte le nostre esperienze e conoscenze.

Riprendendo un argomento di Diego Marconi (Per la verità, 2007), lo scetticismo è forse inconfutabile, ma a prenderlo sul serio è una posizione imbarazzante.

Del relativismo abbiamo chiarito le diverse varianti: a seconda di cosa si assuma per relativo, vi è un relativismo epistemico (riguardante la verità), uno etico (riguarda la morale) e uno culturale (riguarda gli usi e costumi di ciascuna cultura). Queste tipologie di relativismo non si implicano necessariamente l’un l’altra e, sebbene vengano spesso confuse nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, è importante saperle distinguere.

Anche in questo caso, dopo aver presentato gli argomenti del relativista, ne abbiamo discusso le possibili obiezioni. Il relativista epistemico, sostenendo che la verità è relativa al sistema epistemico di riferimento, non sta forse confondendo il piano della verità con quello della giustificazione?

Il relativismo etico e quello culturale sollevano anch’essi una serie di problemi: sostenere che l’etica sia relativa alla cultura e non vi siano metacriteri generali che possano guidarci nel giudicare principi morali differenti non significa forse dover ammettere che sia tutto lecito? Inoltre, se riconduciamo i principi morali alla nostra cultura di appartenenze, che spazio resta all’autonomia del singolo?

Abbiamo concluso il nostro laboratorio filosofico chiedendoci infine che tipo di valore fosse per noi quello della verità. La verità è per noi un valore in sè o solo strumentale? In altri termini, è fine o un mezzo per raggiungere altri beni (la felicità, la salute, la ricchezza, ecc.)?

Il filosofo Robert Nozick ci offre un esperimento mentale per aiutarci a capirlo, quello della macchina dell’esperienza o della felicità:

«Supponiamo che esista una macchina dell’esperienza capace di darci qualsiasi esperienza desideriamo. Un gruppo di neuropsicologi eccezionali si offre di stimolarci il cervello in modo da farci pensare e sentire come se stessimo scrivendo un grande romanzo, o stringessimo amicizie, o leggessimo un libro interessante. Per tutto il tempo galleggeremmo in una vasca, con elettrodi applicati al cervello. […] Naturalmente, mentre siamo nella vasca non sappiamo di essere lì; penseremo che tutto sta accadendo realmente» (Robert Nozick ,Anarchia, stato e utopia, 1974).

La domanda che dovete porvi è: accettereste di entrare nella macchina della felicità? A seconda della vostra risposta capirete se per voi la verità è un fine a cui tendere, anche se scomoda o dolorosa, o un mezzo per altri fini.

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(Dis)informazione ai tempi di internet

Quarto incontro del laboratorio filosofico su Postverità e fake news al Liceo Dante Alighieri di Crema. Abbiamo discusso di ‘(Dis)informazione ai tempi di internet e libertà di parola’. Siamo partiti dall’analisi di alcune vecchie e nuove dinamiche della (dis)informazione: dal ruolo dei bias cognitivi e pregiudizi, all’uso che algoritmi e social network fanno degli stessi per incentivare la nostra fruizione di notizie, indipendentemente dalla loro veridicità.

Abbiamo definito fenomeni come quelli della polarizzazione dell’opinione, le eco chambers (bolle epistemiche) e il microtargeting, nel tentativo di acquisire maggior consapevolezza su alcune dinamiche che possono distorcere, se non adeguatamente comprese, la nostra percezione dell’informazione online.

Legato ad essi sembra essere anche l’aumento negli ultimi tempi del ricorso all’hate speech: il discorso che esprime odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sulla base di discriminazione (razziale, etnico, religioso, di genere o di orientamento sessuale). Il discorso d’odio è una prerogativa della comunicazione contemporanea, e sarebbe sbagliato accusare internet o i social della sua diffusione, ma sembra che i meccanismi di polarizzazione e radicalizzazione dell’opinione sui social svolga un ruolo nell’incremento del ricorso all’hate speech, oggi sdoganato anche nei discorsi pubblici da leader politici.

Fenomeni come questi sollevano sempre più frequentemente riflessioni circa l’opportunità o meno di limitare la libertà di parola, al fine di tentare, in qualche modo, di arginare le derive più pericolose legate alla diffusione di notizie false o hate speech. Per ragionare sul tema abbiamo preso in considerazione gli argomenti di J.S. Mill in difesa della libertà di parola e alcune obiezioni che a Mill vengono oggi rivolte, dato il mutato contesto dell’informazione e del discorso pubblico (vedi qui).

Abbiamo concluso il nostro laboratorio discutendo insieme sulla difficoltà di trovare una mediazione possibile tra valori fondamentali, a volte in conflitto tra loro, come quelli della libertà, della verità e del rispetto dell’altro.

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Il numero fa la forza, fa anche la verità?

Terzo incontro ieri con i ragazzi del Liceo Dante Alighieri di Crema per discutere e ragionare insieme di verità (laboratorio filosofico: Fake news e Postverità).

Questa volta l’abbiamo fatto adottando la prospettiva dell’epistemologia sociale e chiedendoci in che modo, ed eventualmente fino a che punto, l’influenza degli altri può determinare il nostro rapporto con la verità.

Siamo partiti dal problema filosofico della testimonianza: la questione è stabilire se la testimonianza di altri possa valere come conoscenza e, se sì, sotto quali condizioni. Ci si chiede, inoltre, se questo tipo di conoscenza abbia un valore epistemico inferiore rispetto all’esperienza diretta.

Molti elementi possono minare l’affidabilità della testimonianza: dalla qualità della comunicazione, all fiducia del destinatario nel mittende, alla incerta neutralità del mezzo di comunicazione. Ci siamo soffermati, fra tutti questi elementi e molti altri, sulla questione dell’onestà del testimone: quanto siamo onesti? In quali occasioni tendiamo ad assecondare la tentazione di mentire e per quali ragioni?

Per ragionare su questi temi ci siamo serviti dei risultati delle ricerche che Dan Ariely, psicologo comportamentale, ha mostrato nel docufilm (Dis)Honesty – The Truth About Lies (2015).

Nella seconda parte del laboratorio, abbiamo trattato la questione del conformismo, chiedendoci quanto la pressione del gruppo possa influire sulla nostra percezione del vero.

Celebri, a questo riguardo, gli esperimenti che lo psicologo polacco-americano Solomon E. Asch (1907-1996) ha condotto nei primi anni ’50, sugli effetti della pressione di gruppo. Con le sue ricerche, Asch dimostra che la tendenza al conformismo è presente in tutti noi e agisce, più o meno consapevolmente, non solo influenzando le nostre decisioni e azioni, ma addirittura portandoci in alcuni casi a rifiutare l’evidenza delle nostre percezioni.

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Non è tutto merito ciò che luccica: per una critica del principio del merito

Dopo aver preso le mosse dalle riflessioni di Aristotele ed esserci chiesti che cosa sia oggi, per noi, il merito (qui), siamo passati a considerare alcuni aspetti problematici del principio del merito, alcune sue criticità.

Ci è stato d’aiuto un altro grande pensatore, stavolta del ‘900, John Rawls, uno dei più grandi filosofi politici del secolo scorso. Rawls ha dedicato la sua vita a riflettere sul tema della giustizia e della sua distribuzione: come assegnare diritti, beni, e risorse fra più contendenti? Quali criteri adottare per distribuirli? Chi dovrebbe scegliere questi criteri? Ecc. Il principio del merito fornisce una delle possibili e più immediate risposte al problema: distribuiamo risorse e beni limitati e contesi “per meriti”, dando quel bene (sia un posto di lavoro, un titolo, del denaro, ecc.) a chi se lo merita di più. Questo principio è stato problematizzato da Rawls.

meritocracy

Rawls si chiede fino a che punto sia giusto adottare il criterio del merito per decidere a chi assegnare dei beni, dal momento che gran parte dei fattori che determinano il merito sono indipendenti da noi, dal nostro agire e dalla nostra volontà. Lo sono i talenti naturali, che non scegliamo di possedere o meno, realizzandolo a volte con nostra grande frustrazione e aspettative deluse. Ma lo è anche ciò che la società valuta e apprezza, cosicché il fatto che un certo merito ci venga riconosciuto o meno dipende dal contesto socioculturale nel quale ci si trova a vivere.

Mozart avrebbe oggi lo stesso riconoscimento e successo che ha avuto alla sua epoca? O Cristiano Ronaldo se fosse vissuto due secoli fa? O, ancora, se Bill Gates fosse nato in un paese in guerra, o in una condizione di estrema povertà, avrebbe potuto assecondare i propri interessi e le proprie intuizioni e realizzare quello che ha fatto?

L’aspetto incredibilmente sorprendente di queste semplici considerazioni – almeno lo è stato per i miei studenti che forse non avevano avuto occasione di riflettervi prima – è quanto poco del merito sia in nostro potere e sotto il nostro controllo. Ci piace pensare che se otteniamo un successo sia in gran parte per merito nostro e nostro soltanto (= sia una nostra personale conquista), che ce lo siamo guadagnato, magari superando più o meno grandi avversità, e che il successo ottenuto sia il legittimo riconoscimento del nostro essere migliori di altri. Una più attenta considerazione della questione, invece, ci mostra quanto di contingente ci sia nella valutazione dei meriti.

Questa sua contingenza rende problematico il principio del merito: non siamo disposti a riconoscere ‘merito’ laddove c’è per lo più fortuna. Il concetto di merito, per come lo usiamo nel linguaggio comune, è legato a quello di responsabilità, e non possiamo dirci responsabili – e quindi meritevoli – di ciò che è indipendente da noi. La sua relatività  al contesto storico culturale di riferimento, inoltre, ci mostra che il merito non costituisce un principio neutrale per dirimere le questioni di distribuzione di beni e valori.

La proposta di Rawls a questo punto è chiara: posto che è la società a premiare un certo talento piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate al posto giusto e al momento giusto dovrebbero venire restituiti alla società, a vantaggio dei meno fortunati.

«Chi è stato privilegiato per natura non deve ottenere un guadagno semplicemente in quanto più dotato, ma solo per coprire i costi dell’istruzione e della formazione e dell’istruzione professionale e per usare le proprie doti in modo da aiutare i meno fortunati. Nessuno ha meritato di avere attitudini naturali maggiori di altri, e neppure di trovarsi in una posizione di partenza più favorevole nel contesto sociale. Il che non significa che queste differenze debbano essere cancellate, possono essere trattate in altro modo: si può organizzare la struttura di base della società in maniera tale che questi fattori contingenti contribuiscano al bene dei meno fortunati.» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, 1971)

 

La questione è efficacemente posta in questa breve animazione a cura dell’Università di Harvard, prodotta per il corso di introduzione alla filosofia morale e politica del Prof. Michael Sandel, uno dei corsi più popolari dell’università: dovrebbe lo stato tassare di più i più fortunati per redistribuire parte del loro successo a chi è meno fortunato? Quali vantaggi potremmo trarre da queste politiche? Quali possibili effetti collaterali? 

Il tema del merito si trasforma quindi nel tema delle opportunità e della distribuzione di giustizia. Abbiamo concluso la prima tappa di questo percorso didattico riconoscendo quanto sia difficile concordare su che cosa sia il merito e cosa significhi “vinca il migliore”; terminiamo il secondo modulo tematico realizzando quanto l’essere riconosciuto come “meritevole”  dipende in gran parte dalle opportunità che la mia società mi concede.

merito e opportunità

[Segue: 3/ Merito ed equità sociale: una sfida impossibile?]

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Sui limiti della nostra ragione: perché è impossibile evitare del tutto i bias cognitivi ed è tuttavia importante conoscerli

I bias cognitivi dovrebbero essere noti a tutti, nella vita professionale e non, e andrebbero studiati anche a scuola.

Che la nostra ragione sia limitata è verità nota da sempre ai filosofi. Più recentemente è  la ricerca psicologica che ha affiancato quella epistemologica nell’indagine dei limiti o ostacoli al nostro ragionamento. Questi sono noti con il termine di “bias”, che significa “deviazione dalla norma” o “inclinazione soggettiva”, non giustificata.

Tutti noi, indipendentemente dalla nostra intelligenza, cultura e formazione siamo soggetti a bias cognitvi, e questi errori di giudizio condizionano fortemente le nostre credenze in tutti gli ambiti della nostra vita: dalle scelte lavorative, alle idee politiche, sino anche agli acquisti e a come investiremo i nostri soldi (come sanno bene psicologi, formatori, economisti ed esperti di marketing, che ai bias cognitivi prestano attenzione da tempo). Specifiche tipologie di bias sono inoltre particolarmente rilevanti nelle dinamiche di informazione e nelle interazioni sui social, e minano di fatto l’esercizio dell’autonomia di pensiero degli utenti inavvertiti.

bias cognitivi

Per tutte queste ragioni, da più parti si riconosce la necessità di rendere tutti i cittadini, giovani e adulti, professionisti e non, consapevoli di questi meccanismi. È, ad esempio, notizia di questi giorni che il governo inglese introdurrà a scuola corsi su bias cognitivi e fake-news (Independent). Noi lo facciamo già da tempo (vedi il nostro laboratorio su Post-verità e fake-news).

Capire cosa sono i bias cognitivi, come funzionano e a quali siamo individualmente più soggetti ci aiuta a comprendere le nostre scelte e la formazione delle nostre credenze; soprattutto ci dovrebbe aiutare ad esercitare auto-critica rispetto ad esse.

Ogni individuo dovrebbe imparare a riconoscere quando un ragionamento proprio o altrui è viziato da pregiudizi ed errori di giudizio, e dovrebbe divenire consapevole di quali bias o stereotipi è inconsciamente preda. Gli psicologi hanno elaborato tecniche o strategie per allenarci a neutralizzare questi ostacoli del nostro giudizio (debiasing).

Non è però tutto così semplice: purtroppo non basta studiare i bias cognitivi per evitare di caderne vittima.

Come mai? Tutta colpa, guarda caso, di un particolare bias cognitivo.

Si tratta del bias del punto cieco o blind spot bias, che fra i molti individuati (in letteratura se ne conta un centinaio) è particolarmente interessante e insidioso. È una sorta di meta-bias che ci rende impermeabili alla critica e al processo di “debiasing” o superamento degli errori: consiste nella riluttanza a riconoscere che il nostro giudizio è soggetto a bias ed errori, mentre si è perfettamente in grado di riconoscerli nel pensiero altrui.

Blindspot bias

Samuel McNerney, in un articolo per Scientific American, lo ha spiegato in questi termini: è come acquistare un libro sugli errori del pensiero e convincerci che grazie ad esso noi ne diventeremo immuni. Non ci rendiamo conto però che saper elencare i principali errori di giudizio o saperli riconoscere negli altri è ben altra cosa dal saperli evitare noi stessi: «I bias sono in gran parte inconsci, quindi quando riflettiamo sul pensiero perdiamo inevitabilmente i processi che danno origine ai nostri errori». Non è possibile gettare il lume della ragione sull’intero processo di formazione del nostro giudizio, resterà sempre una zona d’ombra, un punto cieco, sul quale non abbiamo controllo, ed è lì dove inevitabilmente agiscono tutti gli altri bias.

In altre parole, il pensiero intuitivo e inconscio non è raggirabile, lo usiamo per gran parte delle nostre operazioni mentali, e per lo più con grande successo, ma questo fa sì che tal volta commettiamo errori di giudizio, e lo facciamo del tutto inconsapevolmente e nella convinzione che le nostre credenze siano più che giustificate e razionali.

Ma quindi, studiare i bias cognitivi e i più comuni errori del ragionamento è inutile?

In realtà prendere consapevolezza dei limiti della nostra ragione è fondamentale per usarla al meglio. Le varie tecniche di debiasing non garantiranno una vittoria assoluta e definitiva contro i nostri pregiudizi, ma ci aiutano a diminuirne l’impatto. Soprattutto, però, prendere coscienza di questi processi ci aiuta a divenire più consapevoli del nostro giudizio e dei suoi limiti, e ad agire di conseguenza.

Daniel Kahneman, che per le sue ricerche sui processi decisionali e dei relativi errori ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2012, scrive in conclusione al suo libro Pensieri lenti e veloci:

«Che cosa si può fare per combattere i bias? Come possiamo migliorare i giudizi e le decisioni, sia nostri sia delle istituzioni che serviamo e ci servono? La risposta, in breve, è che si può fare molto poco senza un grande investimento di energie». Lui stesso, che ha dedicato la vita allo studio dei bias cognitivi, ammette di aver fatto più progressi nel riconoscimento degli errori altrui che propri, e che il suo pensiero intuitivo, irriflesso, è probabilmente soggetto agli stessi errori di sempre.

Ora però li sa riconoscere! Quello che ha imparato e che tutti noi possiamo (e dobbiamo)  fare per limitare pregiudizi e distorsioni è, ogniqualvolta stiamo prendendo una decisione importante o prima di esprimere un’opinione frettolosa a proposito di qualcosa e qualcuno, ricordarci di fermarci un attimo e riflettere: far mettere al vaglio le nostre intuizioni irriflesse dal nostro pensiero razionale, lento e conscio.

conosci i tuoi bias

Viene in mente il principio socratico di sapere di non sapere: può non sembrare una gran cosa sapere che il nostro giudizio è in parte inevitabilmente fallace, ma volete mettere il non saperlo?

[Filosoficamente propone incontri di formazione e laboratori sui bias cognitivi per giovani e adulti. Se interessati o per maggiori informazioni scrivete a info@filosoficamente.com ]