didattica della filosofia, filosofia pubblica

Libertà di parola ai tempi di internet. A partire da Mill

Quando si parla di libertà di parola il riferimento obbligato è un piccolo scritto di John Stuart Mill, On Liberty [Saggio sulla libertà] del 1859. È un’opera che ha avuto sin da subito un enorme successo di pubblico, considerata un classico del pensiero liberale, in cui il filosofo utilitarista assume una posizione radicale in difesa della libertà di parola. Ci si chiede fino a che punto gli argomenti di Mill possano valere ancora oggi, nelle mutate condizioni del dibattito pubblico.

L’argomento di Mill

Secondo Mill la libertà dell’individuo, compresa quella di parola, va garantita sempre e comunque, con l’unica condizione che non provochi danni ad altri (principio del danno). Qualsiasi altro motivo non è lecito per limitare a qualcuno la propria libertà:

«Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell’opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente».

Una posizione estremamente liberale come quella di Mill trova da sempre oppositori in chi ritiene invece che vi siano ragioni per le quali la libertà di parola vada limitata: ad esempio, per impedire l’offesa o la blasfemia (dibattito riapertosi anche di recente in seguito alla pubblicazione di alcune vignette satiriche a sfondo religioso che hanno portato ai tragici eventi dell’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hedbo del 2015). Mill però rifiuta anche questi due casi e lo fa sulla base di tre argomenti principali:

  • Qualsiasi opinione, anche quella apparentemente più assurda o lontana dalle nostre credenze, potrebbe essere vera, negarlo significa presumere di essere infallibili;
  • In ogni opinione vi può essere una parte di verità, reprimere quell’opinione significa dunque precludere a tutti, posteri compresi, quella parte di verità;
  • Anche l’opinione falsa è utile alla verità, perché ci obbliga a riflettere sulle nostre convinzioni e a non assumerle dogmaticamente.

 

Mill, On Liberty

Alla base vi è una concezione socratica della conoscenza come ricerca, processo mai definitivamente concluso di critica e auto-critica delle proprie convinzioni, pena l’irrigidimento delle nostre credenze in assunti irriflessi, opinioni date, anche se vere, ma non autonomamente comprese e confermate. Qualsiasi verità, per Mill, anche la più certa, perderebbe valore se non venisse continuamente riconquistata nel confronto con tesi rivali.

Che ne è oggi della visione di Mill? L’utopia del discorso razionale

In un recente articolo, What Mill got wrong about Freedom of Speech, Jason Stanley (Professore di Filosofia a Yale e autore di How Fascism Works: The Politics of Us and Them, 2018 ) ha sostenuto che la posizione di Mill a proposito della libertà di parola si basa su una utopia: «l’assunto che la conversazione funzioni per scambio di ragioni: una parte offre le sue ragioni, che vengono poi contrastate dalle ragioni di un avversario, fino a quando la verità alla fine non emerge». Purtroppo, raramente il dibattito pubblico funziona in questo modo, e ancor più raramente ciò accade in internet.

Ci sono almeno due ordini di problemi. Il primo è che, a differenza di quanto credeva Mill, la pluralità di opinioni non porta necessariamente alla verità: oggi sempre più spesso l’enorme quantità di versioni a disposizione finisce per soffocare quella vera.

troppe-informazioni1

Il secondo aspetto problematico è che non basta una pluralità di voci per creare un dialogo. Il disaccordo, per essere costruttivo, si deve produrre all’interno di un quadro di regole condivise: ad esempio, possiamo proficuamente discutere se una certa terapia sia valida o meno o se la terra sia sferica o piatta solo se accettiamo di muoverci all’interno di un comune paradigma epistemologico che include determinate nozioni di ‘verità’ e di ‘evidenza’. Ma con chi sovverte qualsiasi regola del dialogo e della logica, con chi sistematicamente mente, urla, offende, senza veicolare alcuna ‘ragione’, non può esservi nemmeno un confronto.

Emozione batte ragione

Che fare quindi con chi, anziché apportare ragioni per un dialogo costruttivo in vista della conoscenza del vero, tende deliberatamente ad alimentare paura, pregiudizi, o addirittura odio per ottenere consenso politico o qualche beneficio personale? Si ha comunque il dovere di difendere questi discorsi o la libertà di parola incontra qui un suo limite?

La conclusione di Stenley, contro Mill, è chiara: dare spazio a qualsiasi opinione nel dibattito pubblico, lungi dal favorire il processo che porta alla conoscenza, ne mina la sua stessa possibilità. Nello scontro tra buone e cattive ragioni, è purtroppo l’appello emotivo ad avere la meglio.

Nell’epoca della Post-truth e del discorso di odio (hate speech), ci si chiede se la posizione di Mill sia ancora valida, anche all’interno della prospettiva utilitaristica da lui adottata: possiamo dire oggi che lasciare i cittadini liberi di dire pubblicamente tutto ciò che vogliono sia un bene perché ciò produce il maggior beneficio per la collettività? I dubbi sono legittimi.

[Filosoficamente organizza laboratori e seminari per la scuola e la comunità su questi temi, se interessati scrivete per informazioni a info.filosoficamente@gmail.com]

consigli di lettura

(Ri)letture estive: Fahrenheit 451

“Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante. Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all’infelicità permanente.”

Romanzo di Ray Bradbury, del 1953. Bradbury immagina un futuro distopico, in cui è proibito leggere libri, i cittadini vengono bombardati giorno e notte da messaggi insignificanti, per lo più pubblicitari, proiettati su mega schermi posti ovunque, dalle pareti di casa ai mezzi di trasporto. In questa società, i vigili del fuoco non spengono incendi, ma li accendono, svolgendo diligentemente il compito di incenerire ogni pezzo di carta stampata rimasto e se necessario le case e i cittadini che li proteggono.

Fahrenheit 451

Tra i tanti temi trattati quello dell’impoverimento del linguaggio, che si traduce inevitabilmente in impoverimento del pensiero e della curiosità. In una società in cui la gente, abituatasi a bere tutto quello che le viene propinato o, meglio, proiettato su schermi, non si chiede più il perché delle cose – non avendo più gli strumenti concettuali per farlo –, la capacità di porsi domande, prima ancora che darsi risposte, è l’ultimo baluardo della libertà di pensiero. Non è un caso che a risvegliare il protagonista dal suo sonno apatico sia una giovane ragazza fuori dalla norma (“Io ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che le due cose vanno sempre insieme”), piena di domande e di meraviglia aristotelica. Una metafora della filosofia, che pungola, scomoda e insospettisce anime impoltrite.

Ulteriori buoni motivi per leggere (o rileggere) Fahrenheit 451 li trovate qui: Why should you read Fahrenheit 451 di TEDEd.

Ted, Whay should you read Fahrenheit

Buona lettura!