didattica della filosofia, filosofia pubblica

Utopia 25: l’assenza di ostacoli rende l’individuo infelice?

Si parlava con alcuni studenti di IV liceo del tema del male e della teodicea. Nel medioevo e nella filosofia moderna teologi e filosofici si interrogarono a lungo sulla possibilità di giustificare la presenza del male: come possibile, se esiste un Dio onnipotente e buono, che vi siano dolori, sofferenze e malvagità nel mondo?

La risposta dei ragazzi a questa domanda è stata – per lo più unanime – che il male è necessario per poter apprezzare e conquistare il bene.

A supporto della loro tesi, alcuni di loro hanno citato un celebre esperimento degli anni ’60: noto come Utopia 25.

L’esperimento condotto su una colonia di topi era in realtà teso a misurare gli effetti della sovrappopolazione in una comunità, ma i miei studenti lo hanno letto come un esperimento sulla ‘felicità’.

Sì, perché i topi dell’esperimento avrebbero dovuto essere felici, senza problemi di alcun tipo (niente predatori, niente bisogno di procacciarsi cibo, nessuna difficoltà a trovare partner con cui procreare, ecc.). Eppure, a lungo andare i topi hanno mostrato distorsioni comportamentali: aggressività, autolesionismo, isolazione, apatia, ecc., provocando la lenta ma inesorabile estinzione della loro colonia. L’esperimento si è concluso dopo circa 5 anni dal suo inizio con la morte dell’ultimo topo della colonia.

La lettura data dai ragazzi all’esperimento ritiene la mancanza di problemi e difficoltà causa della mancanza di stimoli e ragioni per vivere. Per i miei studenti era chiaro che l’assenza di problemi di qualsiasi tipo avrebbe a lungo andare reso l’individuo apatico, senza motivazione, privo di stimoli per la sua stessa sopravvivenza. Quanto successo alla colonia di topi mostrava – a loro parere – quanto potrebbe succedere all’uomo nelle stesse condizioni di assenza totale di sfide o difficoltà.

L’assunto implicito di questa posizione è che la felicità sia qualcosa da conquistare continuamente, il frutto di piccole o grandi vittorie, o scampati pericoli, certamente non qualcosa di dato una volta per sempre. Nemmeno gli affetti, una tranquilla vita sociale o famigliare, sembrano a questo proposito sufficienti a motivare l’individuo ad una vita serena, pacata e priva di difficoltà.

Secondo questo modo di vedere la natura umana, allora, il male e la sofferenza diventano un ingrediente imprescindibile per una vita degna di essere vissuta, piena di significato e di un qualche volere. Una posizione che forse non tutti si aspetterebbero da un gruppo di adolescenti.