Fil(m)osofia

American History X: una storia di razzismo e formazione

American History X (1998) diretto da Tony Kaye, con Edward Norton (candidato all’Oscar come miglior attore protagonista) e Edward Furlong.

Derek è un giovane intelligente e carismatico americano, che dopo aver perso il padre, pompiere, per mano di un afroamericano sposa un’ideologia neonazista. La storia si apre con lui che esce dal carcere, dopo aver scontato tre anni per aver ucciso due ragazzi di colore che avevano tentato di rubargli la macchina.

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Durante la detenzione, Derek ha modo di accorgersi delle tante contraddizioni della sua visione del mondo: bianchi e neri, che lui concepisce rispettivamente nei ruoli di vittime e carnefici, sono categorie che lentamente si avvicinano, si confondono nelle parti, sino a perdere di senso. Sono proprio altri neo nazi come lui quelli che abusano (fisicamente e psicologicamente) di lui in carcere; mentre ad offrirgli rispetto, aiuto e amicizia sono inaspettatamente due uomini di colore.

L’esperienza della detenzione diventa paradossalmente un’esperienza di liberazione per Derek, che vede sgretolarsi progressivamente ad uno ad uno i propri pregiudizi e impara a vedere veramente il suo mondo. Tutti, in quella prigione, sono ultimi, solo che alcuni lo sono più di altri, perché da sempre vittima di razzismo e discriminazione. Come il gentile e amichevole compagno di lavoro di Derek, un afroamericano che deve scontare sei anni di detenzione per aver tentato il furto di una televisione, mentre a lui, giovane uomo bianco, sono stati dati solo tre anni per aver ucciso coscientemente ed efferatamente due uomini.

American History X non è solo una storia di razzismo, è anche, soprattutto, una storia di formazione: l’educazione, intesa come possesso di strumenti concettuali con i quali comprendere il mondo, ciò che libera, infine, i vari protagonisti dalla loro schiavitù a una rabbia cieca per una situazione che si subisce e che si cerca di spiegare dando la colpa a un nemico.

Emblematico il ricordo di un dialogo tra il giovane Derek e suo padre riportato dal fratello più piccolo, che nel ricostruire la storia del fratello appena uscito di prigione riconosce che tutto ebbe inizio ben prima della morte violenta del padre. Il ricordo si apre su una tranquilla cena di famiglia, padre e figlio maggiore che dialogano come tanti: il figlio racconta con entusiasmo di un nuovo professore a scuola e delle cose che sta imparando da lui. Il padre, saputo che si tratta di un afroamericano che fa leggere al figlio letteratura afroamericana, non nasconde il proprio disappunto: perché studiare quella roba, quando in questo modo si toglie tempo ad altro? (Assumendo, si badi bene, per certo che quel “altro” sia di  miglior valore).

In questo breve dialogo il padre esprime tutta la sua insofferenza verso il meccanismo delle “Affirmative Action”, discriminazione positiva. Le Affirmative Action (ne abbiamo parlato qui) sono un’azione volta a correggere l’ingiustizia di una discriminazione lungamente subita da parte di una categoria sociale (afroamericani, donne o minoranze religiose, ecc.) attraverso la neutralizzazione di parte degli ostacoli che solitamente limitano loro l’accesso ad alcune cariche o posti o ad alcuni beni.

Ci sono due ragazzi di colore ora nella mia squadra che hanno preso il posto di due ragazzi bianchi che avevano ottenuto un punteggio più alto nel test. Ha senso per te? Eh? Sì certo, è tutto più equo ora, ma io ho due uomini che mi devono guardare le spalle e che sono responsabili della mia vita che non sono bravi quanto gli altri, e che hanno ottenuto il lavoro solo perché erano neri, non perché erano i migliori”.

Quella qui espressa è una delle critiche più insidiose alle politiche di discriminazione positiva. L’assunto del padre è che quelle persone hanno tratto vantaggio dalla loro appartenenza ad una categoria protetta, finendo per passare avanti illegittimamente a chi se lo sarebbe meritato di più, e quindi rendendosi colpevoli di un sopruso. È questo meccanismo basilare, così efficacemente reso in questo breve dialogo, a costituire uno dei fattori che alimentano il razzismo: l’attribuire ad un gruppo sociale delle colpe, ritenerli responsabili per le proprie piccole o grandi miserie.

Quello che il padre probabilmente non sa è che il principio del merito da lui rivendicato non riesce ad essere al di sopra delle disuguaglianze e neutrale rispetto alle discriminazioni. Probabilmente non sa nemmeno che la discriminazione positiva è proprio pensata per favorire l’avanzare dei più meritevoli, a dispetto degli ostacoli illegittimi che possono incontrare (perché nati neri o donne o di qualunque altra categoria oggetto di discriminazione). Se avesse avuto gli strumenti per capire quel meccanismo, non avrebbe maturato rabbia verso i destinatari di quella politica di riparazione, ma casomai verso chi quella riparazione ha reso necessaria; nel migliore dei casi, non avrebbe nemmeno subito quella procedura come un’ingiustizia.

La rabbia per il subire una situazione di ingiustizia e di emarginazione è ciò che accomuna tutti i protagonisti del film, dai neo nazi agli afroamericani, una rabbia che però può essere spenta combattendo il presunto colpevole della situazione, ma ponendosi delle “giuste domande”, come consiglierà proprio il professore nero di liceo a Derek in una visita in prigione. E’ l’educazione, allora, l’unico vero antidoto al razzismo: educazione intesa non tanto come acculturamento, ma come esercizio alla complessità che allontana dalle facili semplificazioni, dalle nette contrapposizioni (tra nero e bianco, tra buoni e cattivi, tra noi e loro), non per cancellarne le differenze, ma per metterle in prospettiva e far emergere, in quelle che possono a prima vista apparire come dicotomie, un intreccio di relazioni fatte di distinzioni e di somiglianze.

American History X è un film cult, icona di uno spaccato della società americana di vent’anni fa che, purtroppo, non è invecchiata affatto.

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didattica della filosofia, Fil(m)osofia, filosofia pubblica

Babe, maialino coraggioso

Una bella storia di ribellione e di disobbedienza (civile), in cui il coraggio protagonista tenta di cambiare dall’interno un sistema ingiusto, che non riconosce i diritti del singolo all’autodeterminazione.

Il film, premio Oscar per gli effetti speciali, diretto da Chris Noonan nel 1995, è l’adattamento cinematografico del libro di Dick King-Smith. Babe affronta importanti questioni legate al tema dell’identità. Come nella fattoria orwelliana, gli animali sono metafora dell’uomo: troviamo gli stupidi (che meritano di finire nel pranzo di Natale), i meno stupidi (ma comunque stupidi, a detta di chi sta sopra), e quelli utili ad una qualche funzione.

Il tema dell’identità e del rapporto con l’altro assume in Babe una particolare torsione: è la nostra funzione sociale, il nostro ruolo nella comunità, a definire chi siamo? Ma se è così, non si riduce l’individuo a mezzo per qualche scopo, con buona pace dell’imperativo kantiano? E che fare se non ci sentiamo adatti alla funzione alla quale il destino o la società sembra averci assegnato?

Babe e ferdinand

Ferdinand: Gli uomini mangiano le anatre!

Babe: [gasps] Come ha detto scusi?

Ferdinand: Ah, molte di noi preferiscono non pensarci, ma gli uomini amano mangiare belle anatre in carne.

Babe: Ohhh, si sbaglia. Non il padrone, e nemmeno la padrona.

Ferdinand: Naaa. Gli uomini non mangiano i gatti… perché?

Babe: Beh, perché sono…

Ferdinand: Indispensabili – acchiappano i topi! Gli uomini non mangiano i galli… perché? Aiutano le galline a fare le uova e danno la sveglia!

Babe: Già…

Ferdinand: Ho provato con le galline, ma non mi apprezzano. Così ho provato a cantare e ho scoperto il mio dono! Ma proprio quando sto per diventare indispensabile si portano a casa un arnese che mi ruba il posto! Ohhhh-oh-oh, ma ci pensi, un gallo meccanico!

Babe: Oh povero me…

Ferdinand: Oh povero te?! [sospiri] Immagino che la vita di un povero papero conti ben poco nell’economia del vasto universo. Ma, maiale, io sono tutto ciò che ho! [But, pig, I’m all I’ve got!]

babe poster

Babe è anche una storia sul pregiudizio, sullo stigma sociale e collettivo, e su quanto sia difficile – ma non impossibile – superarlo.

Suddiviso in 8 capitoli tematici, il film si presta anche ad essere utilizzato come pretesto per la riflessione e discussione filosofica in classe, anche con i più giovani.

Chi sono io? Cosa fa di me ciò che sono? Ogni cosa ha uno scopo? È quello che è per quello scopo? Le persone possono essere mezzi per uno scopo? Io sono quello che faccio? Faccio quello che mi dicono o quello che voglio? A cosa servono le regole? Io e gli altri. Quello che io sono cambia nel tempo? C’è qualcosa di me che è sempre?