Fil(m)osofia

Soul (2020) e la ricerca della felicità

Regia di Pete Docter, Kemp Powers.

22 non vuole vivere, e Joe non vuole morire. Le due cose ci sembrano spesso accadere per caso o per destino, e se invece, in entrambi i casi, ci fosse bisogno della giusta preparazione? (https://www.mymovies.it/film/2020/soul/)

Il film racconta la storia di Joe Gardner, un insegnante di musica della scuola media e appassionato pianista jazz. Joe, sebbene sia un uomo maturo, sente che la sua vita non è mai veramente cominciata ed è da sempre in attesa della sua grande occasione. Finalmente la svolta sembra arrivare quando Joe passa l’audizione per debuttare con un celebre quartetto. Proprio quel giorno però cade in un tombino: il suo corpo finisce all’ospedale, mentre la sua anima si ritrova nell’oltre mondo.

Qui le anime dei futuri nascituri vengono formate alla vita. Guidate da anime istruttori (di chi ha già vissuto una vita piena), le anime non ancora nate intraprendono un percorso di educazione che le aiuta a trovare la loro peculiarità, una loro caratteristica – sia essa un talento, una passione, o uno specifico atteggiamento – una ‘chiave’ con la quale affrontare la vita. Joe, scambiato per un istruttore, viene affiancato all’anima “22”, un’anima che da millenni è bloccata nell’Antemondo perché non riesce a trovare la propria specificità, la scintilla con la quale affrontare il mondo.

La storia può essere letta alla luce di alcune tematiche filosofiche.

C’è Platone sullo sfondo, il Platone della teoria delle idee, secondo la quale l’anima prima di unirsi al corpo conosce e comprende tutto, per poi dimenticarsene alla nascita. Tutta la sua vita non sarà altro che un percorso di riscoperta, ricordo, di ciò che già sapeva della realtà e di sé: conoscere il mondo, certo, ma anche, se non anzitutto, per ri-conoscere se stessi, secondo l’antico insegnamento dell’oracolo di Delfi e poi si Socrate.

C’è anche un messaggio epicureo in questa storia, dell’Epicuro che nella Lettera sulla felicità ci insegna di cercare la felicità ognuno nella coltivazione del proprio giardino, vale a dire nella valorizzazione delle piccole o grandi cose – diverse per ciascuno – che danno valore alla nostra vita. Il compito è facile solo in apparenza, perché per poter valorizzare i nostri talenti, i nostri punti di forza, bisogna, anzitutto, saperli riconoscere: bisogna sapere chi siamo, quali desideri possiamo ed ha senso perseguire, e quali invece non ci porterebbero che disillusioni e quindi a soffrire.

Ed è questa la difficoltà dell’anima “22” che impiega millenni per capire cosa è brava a fare, ed è anche in fin dei conti la difficoltà di Joe, che spreca la propria vita nell’attesa di qualcosa di grandioso, perdendo di vista il presente e ciò che riempie le sue giornate di gioie autentiche e di significato.

Un bel film, con un bel messaggio: conosci te stesso, per poter essere felice. Un film per adulti, oltre che per bambini, del resto, come ci ha insegnato sempre Epicuro,

“Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”.

filosofia pubblica

Socrate e lo schiavo. In una pubblicità d’epoca

Per la rubrica ‘curiosità’ o ‘fun facts’, ecco a voi il celebre racconto di Socrate e lo schiavo del Menone platonico in una pubblicità d’epoca della macchina contabile elettronica Burroughs del 1951.

Un giorno Socrate, per dimostrare ai suoi discepoli che con un po’ di applicazione tutti possono risolvere anche i problemi più difficili, fermò per la strada uno schiavo analfabeta e, guidandolo bonariamente, riuscì a fargli dimostrare il teorema di Pitagora. Così, con un po’ di applicazione anche l’impiegato più modesto può risolvere le operazioni più complicate, purchè abbia a sua disposizione una Macchina Burroughs. 

Credits to: http://www.vintads.it/file.php?cod=1048

consigli di lettura

Eretici! I meravigliosi (e pericolosi) inizi della filosofia moderna

di Steven Nadler, disegni di Ben Nadler, Carocci 2017.

«Da Galileo a Descartes a Leibniz e Newton, l’entusiasmante storia dei filosofi del Seicento raccontata per immagini da un grande studioso e da suo figlio illustratore.

“Eretici!” ripercorre l’avvincente storia di alcuni grandi pensatori del Seicento che sfidarono l’autorità – talvolta rischiando la scomunica, la prigione e persino la morte – per gettare le basi della filosofia e della scienza moderne. Votati alla ragione più che alla fede, filosofi litigiosi e controversi quali Galileo e Descartes, Spinoza, Hobbes, Locke, Leibniz e Newton hanno cambiato radicalmente la nostra visione del mondo, della società e di noi stessi, difendendo con forza le loro idee “scandalose” sulla natura, la religione, la politica, la conoscenza e la mente umana.

“Eretici!” racconta – in modo intelligente e brillante – il loro pensiero, le loro vite e il tempo in cui vissero, soffermandosi su alcuni momenti chiave della storia della filosofia moderna: dalla morte sul rogo di Giordano Bruno all’arresto di Galileo, dal cogito ergo sum cartesiano allo stato di natura hobbesiano, fino allo sconvolgente Trattato teologico-politico di Spinoza» (dal sito dell’editore)

filosofia pubblica

Cosa hanno da insegnarci un’oca, una pecora e un maiale sulla felicità?

Come siamo arrivati a disturbare un’oca, una pecora e un maiale per ragionare di felicità?  Proviamo a ricostruire il filo del discorso.

Venerdì scorso, 17 aprile, nel nostro consueto incontro con il gruppo di lettura a distanza “Pillole di felicità”, abbiamo discusso il secondo precetto di Epicuro per trovare la felicità: non temere la morte. Il primo precetto epicureo è non temere gli dei.

L’idea della morte costituisce per noi «il più atroce di tutti i mali» – riconosce il filosofo – la temiamo, il suo pensiero ci turba al punto che il più delle volte ne rifuggiamo. Eppure, argomenta Epicuro: «Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi». Perché temere un qualcosa che non incontreremo?

È chiaro che Epicuro non crede nell’immortalità dell’anima o in una vita dopo la morte: noi conosciamo solo ciò di cui facciamo esperienza tramite i sensi e poiché con la morte i nostri sensi verranno meno, di essa non faremo esperienza.

È il pensiero della morte, dunque, non la morte stessa, che ci procura dolore:

«Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa».

(Epicuro, Lettera a Meneceo)

Insegnamento che dovremmo estendere a qualsiasi altra preoccupazione di qualcosa che ha da venire.

Non sta allora forse meglio l’animale o lo stolto che non si cura del pensiero della morte – o di alcun che –, vivendo in piena serenità il proprio presente? Siamo sicuri che siano loro gli sciocchi o non piuttosto, come sagacemente ci pungola Epicuro, gli uomini che si dannano per qualcosa che ancora non c’è e che quando arriverà potrebbe non creare loro alcun male?

Viene in mente l’oca di Guido Gozzano:

 

Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca

gracidante alla riva del canale?

Pare felice! Al vespero invernale

protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:

né certo sogna d’essere mortale

né certo sogna il prossimo Natale

né l’armi corruscanti della cuoca.

O papera, mia candida sorella,

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!

Che l’essere cucinato non è triste,

triste è il pensare d’essere cucinato.

(G. Gozzano, La differenza, 1907)

Oca felice

Cosa ci insegnano gli animali sull’uomo? E cosa ci vuole dire Epicuro? Probabilmente che buona parte del dolore e delle preoccupazioni che proviamo sono dovuti alla proiezione di un’idea, all’attesa per qualcosa, più che all’effettiva esperienza di quel dolore.

A differenza dell’oca (per quello che ne sappiamo), l’uomo vive proiettato nel futuro, ed è questa sua proiezione a causare gran parte del suo dolore. Riuscire ad apprezzare il presente, ad esserne pienamente immersi, potrebbe invece aprirci un orizzonte di serenità.

Un pensiero simile era sorto anche a Nietzsche guardando all’esistenza pacifica e imperturbabile che vive un gregge di pecore:

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, 1874.)

 

Eppure, ci siamo chiesti, possiamo davvero fare a meno di tendere verso qualcosa che verrà? Non è forse questo stesso meccanismo di attesa, anticipazione, progettazione di un futuro, per quanto ipotetica e fallace nella sua capacità predittiva, fonte di gran parte della gioia e felicità dell’uomo?

Accetteremmo di vivere totalmente e pienamente assorbiti nel presente, come le oche di Gozzano o le pecore di Nietzsche? Sarebbe una felicità altrettanto piena di quella che prova l’uomo quando, seppure saltuariamente, realizza qualcosa che ha a lungo desiderato e per la quale ha duramente lavorato?

C’è un terzo celebre animale della tradizione filosofica che forse può aiutarci nel nostro ragionamento: il maiale di J.S. Mill. Non ha forse egli qualcosa da insegnarci quando ci rammenta che, dopotutto,

«è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto: è meglio essere Socrate infelice che uno stupido soddisfatto. E se lo stupido, o il maiale, sono di diversa opinione, ciò si deve al fatto che essi conoscono soltanto un lato della questione»

(J.S. Mill, Utilitarismo, 1861)

Lasciamo aperta per ognuno la questione. Noi torneremo a rifletterci e a discuterne il prossimo venerdì.

[Pillole di felicità è un gruppo di lettura a distanza, ad accesso gratuito. Si riunisce online ogni venerdì sera, alle ore 20.30. Per aderire o chiedere informazioni scrivete a: info.filosoficamente@gmail.com]

filosofia pubblica

Pensare ai tempi del Covid-19. Partendo da alcune riflessioni di Hannah Arendt

Dal Blog Apa (American Philosophical Association) un articolo di Sanjana Rajagopal su come la filosofia di Hannah Arendt possa aiutarci in tempi di coronavirus: “Thinking Our Way Through Coronavirus: Hannah Arendt’s Insights for Dark Times”.

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, qui un parziale e libero resoconto.

Sanjana Rajagopal ci presenta alcuni spunti della ricchissima riflessione filosofica di Hannah Arendt che possono servirci ad affrontare al meglio la particolare situazione che ci troviamo a vivere oggi: la sua concezione di pensiero e del ruolo da esso giocato nella nostra scelta di amare il mondo (amor mundi).

Arendt – ebrea tedesca ai tempi del nazismo dal quale riuscì a fuggire per gli Stati Uniti nel 1941 – ha vissuto situazioni certamente più difficili di quella che il mondo sta affrontando ora. Anche allora, una possibile fuga dalle brutture del mondo circostante era quella di rifugiarsi al sicuro della propria psiche, ciascuno nel territorio protetto della propria interiorità. Eppure, ci avverte Arendt, questa è una tentazione che dobbiamo rifuggire. Nemmeno può servirci la tentazione opposta, di chi trova insopportabile stare in compagnia dei propri pensieri e si riempie la giornata e la testa di futili distrazioni.

Hannah Arendt Apa blog

«Ciò che Arendt ci insegna nell’era del distanziamento sociale da COVID-19 è pensare a pensare nel modo giusto».

E qual è questo modo giusto di pensare?

Per capirlo Rajagopal richiama un secondo insegnamento della filosofa: la distinzione da lei rimarcata tra solitude e loneliness. Il primo, che possiamo tradurre con solitudine, indica la mancanza della compagnia dell’altro; il secondo, che forse potremmo tradurre con desolazione, indica invece uno stato più radicale, in cui al soggetto manca addirittura la relazione con se stesso.

Oggi, come allora, serve recuperare un pensiero che sia in relazione, che, anche al chiuso della propria interiorità, sia un dialogo – non un monologo – con se stessi. Nel dialogo l’opposizione è interiorizzata. Chi dialoga, anche se ‘solo’ con se stesso, considera già possibili posizioni alternative e le soppesa, le valuta. Il proprio pensare è un pensare che ragiona.

«Ora più che mai, dobbiamo impegnarci nel dialogo silenzioso con il nostro io interiore e porre la domanda: “Posso vivere con me stesso?”».

Una domanda, questa, che ci chiama in causa, che ci chiede di riflettere non solo sul nostro essere, ma anche sul nostro agire, che ci chiede conto delle nostre responsabilità verso il mondo, di ciò che in questi tempi stiamo facendo (o non facendo) per gestire la situazione e magari aiutare chi sta peggio di noi.

«Arendt – conclude Rajagopal – non può dirci come affrontare il COVID-19, ma ci restituisce l’arte del pensiero, un’arte che ci aiuterà a recuperare il nostro mondo e riorganizzare il tavolo, devastato com’è ora da forze sia sotto che fuori il nostro controllo.»

Un pensare, aggiungiamo noi a margine di questa lettura, che sia ragionare, soppesare, valutare, e che non rifugga nel confort dell’indifferenza, ma tenga conto del mondo, facendosi carico di esso.

Sanjana Rajagopal (@SanjanaWrites) è una dottoranda in filosofia presso la Fordham University.

Esercizi filosofici, filosofia pubblica

Pillole di felicità. Primo esercizio filosofico: conosci te stesso

Primo incontro del gruppo di lettura a distanza ieri, venerdì 3 aprile. Abbiamo discusso della celebre apertura della Lettera sulla felicità di Epicuro, che abbiamo commentato in due traduzioni:

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro“.

/

Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima“.

 

Ci siamo chiesti se anche per noi oggi il filosofare corrisponda ad una ricerca della conoscenza della felicità e abbiamo ragionato insieme sull’invito di Epicuro a conoscere, noi stessi e il mondo attorno a noi, per trovare la via al nostro benessere.
Qualcuno ha notato che ci vengono insegnate moltissime cose nel corso della nostra vita, ma non a ricercare la conoscenza della felicità: “un’educazione alla felicità”, l’abbiamo definita.
 
Ci siamo lasciati con un piccolo esercizio filosofico da compiere ognuno per questa settimana. Qui l’esercizio, se volete farlo anche voi:


Ci ritroviamo giovedì prossimo, 9 aprile, sempre alle 20.30, online.
Per partecipare scrivi a: info.filosoficamente@gmail.com

epicuro precetto2
Vignetta tratta da: Jean-Philippe Thivet e Jérôme Vermer, 10 filosofi, 10 approcci alla felicità, disegni di A. Combeaud, Whitestar 2018.
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Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita

Di Ilaria Gaspari, Einaudi 2019.

«Ho studiato filosofia, perbacco, ma con un’attitudine così necrofila! L’ho studiata come una cosa morta – quanto sono stata stupida, ad arrivare alla laurea senza sognarmi nemmeno la fortuna che avevo! Era tutto davanti ai miei occhi e non ho visto niente. All’improvviso ogni cosa si fa spaventosamente semplice. Questi libri che non sfioravo da anni, non solo li devo aprire, non solo devo tornare a leggerli: devo lasciare che mi insegnino qualcosa, che mi educhino, una buona volta. Invece di cedere al pessimismo, voglio imparare a vivere. Mi curerò con la filosofia, come gli antichi. […]

Ho bisogno di una scuola, e di scuole, la filosofia greca antica ne ha prodotte a bizzeffe. Mi scriverò tutte quelle a cui posso iscrivermi. Comincerà così, ora che ne ho più bisogno, ora che avrei cose ben più urgenti di cui occuparmi, la mia educazione filosofica, la mia ricerca della felicità» (pp. 7-8).

gaspari, Lezioni di felicità

Sei settimane, sei scuole filosofiche, sei tentativi per scoprire la felicità e, con essa, comprendere se stessi.

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La filosofia stoica può esserci oggi d’aiuto?

In questi giorni complicati, la filosofia dello stoicismo può offrirci qualche risorsa utile a gestire le nostre paure, affrontare una realtà complessa e stare bene con noi stessi? Ne è da sempre convinto Massimo Pigliucci, Professore di Filosofia al CUNY-City College di New York ed uno dei massimi esperti di filosofia stoica.

Pigliucci cura un blog sulla pratica della filosofia stoica nel nostro mondo contemporaneo, How to Be a Stoic: an evolving guide to practical Stoicism for the 21st century, ed è autore di un bestseller sull’argomento: Come essere stoici. Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna, Garzanti 2018.

Pigliucci, Come essere stoici

Il termine “stoico” è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcuno che dimostra grande fermezza, forza d’animo e sangue freddo nell’affrontare le sfide della vita. Qualità di cui abbiamo tutti bisogno oggi. Ma da dove deriva quest’uso?

In questo breve video animato (6 min) per TedEd, Pigliucci ci guida in modo semplice e chiaro a conoscere i tratti salienti dello stoicismo come dottrina filosofica.

Stoicism_ Video

Lo stoicismo nasce ad Atene con Zenone di Cizio, intorno al 300 a.C. Il nome deriva dal luogo in cui Zenone teneva le sue lezioni ai suoi discepoli, la Stoà Pecìle di Atene o «portico dipinto». La filosofia stoica ha attraversato il pensiero occidentale per secoli, influenzando la cultura romana (vanta tra i propri seguaci personaggi illustri come Seneca e l’imperatore Marco Aurelio), il pensiero cristiano medievale, e giungendo sino alla modernità, dove è ripreso da alcune correnti psicologiche contemporanee. Il suo successo e la sua enorme diffusione è dovuta probabilmente alla capacità dello stoicismo di rispondere ad alcune delle più pressanti esigenze dell’uomo.

Gli stoici ritenevano che il mondo fosse regolato da una struttura razionale, il logos. Sebbene noi esseri umani non abbiamo controllo del reale e della struttura razionale che lo governa, possiamo (e dovremmo) prendere controllo del nostro modo di affrontare gli eventi e di reagire ad essi.

Ma come trarre il maggior vantaggio dalle situazioni, anche gravose, che ci si presentano? Secondo la dottrina stoica, attraverso l’esercizio di quattro virtù:

  • La saggezza: è una saggezza pratica, rivolta all’azione, che ci guida a comprendere una situazione complessa e a riconoscere ciò che si deve fare;
  • La temperanza: la moderazione degli impulsi dell’uomo e l’esercizio della nostra facoltà di scegliere il bene ed evitare il male;
  • La giustizia: è il saper distribuire oneri e onori, premi e punizioni in maniera equa;
  • Il coraggio: è la capacità di saper affrontare tutte le situazioni con integrità, fermezza e lucidità.

Lo stoicismo ci insegna che siamo noi i fautori della nostra felicità, e lo siamo anzitutto attraverso un’operazione razionale: è il significato che diamo alle nostre vite, a ciò che ci capita e alle nostre persone, a renderle buone o cattive. Se impariamo a dare un senso positivo a quello che stiamo affrontando, sapremo sempre trovare anche nell’ora più buia un raggio di luce.

 

 

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Il diritto alla felicità. Storia di un’idea

di Antonio Trampus, Edizioni Laterza, 2008.

Esiste un ‘diritto alla felicità’? Quale fondamento assume? E, soprattutto, quali concezioni di felicità e di uomo implica? In questo percorso attraverso la storia del diritto alla felicità, Antonio Trampus ci presenta le varie risposte elaborate dal pensiero occidentale al problema.

Diritto alla felicità, Trampus3

«C’è stato un tempo nel quale l’aspirazione alla felicità non rimase semplicemente un’idea, ma venne considerata un diritto e inserita addirittura in molte costituzioni moderne. Gli americani la elencarono tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo, e così i rivoluzionari francesi dopo il 1789. Ancora oggi la ritroviamo solennemente citata nell’articolo 13 della Costituzione giapponese. Come mai la felicità è diventata un diritto costituzionalmente garantito? Da Tommaso Moro a Giacomo Casanova, dal Robinson Crusoe al buon selvaggio di Rousseau, dall’hobbesiana concezione della vita come corsa per l’accaparramento delle condizioni materiali che possono rendere l’uomo felice al rapporto tra ricchezza e felicità nelle democrazie più avanzate della contemporaneità, passando per l’eterno confronto tra fede e ragione, anima e corpo, che ha animato il lungo dibattito sulla moralità dell’essere felici, Antonio Trampus ripercorre le tappe della riflessione occidentale sul diritto alla felicità» (dalla quarta di copertina).

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Hannah Arendt: per ricordarla o iniziare a conoscerla

Oggi 14 ottobre nel 1906 nasceva la filosofa Hannah Arendt. Abbiamo scelto alcune fra le sue frasi più celebri, un libro e un film per (iniziare a) conoscerne la storia e il pensiero.

La vita:

Nasce a Linden, in Germania. Studiò filosofia a Berlino con Heidegger e poi a Heidelberg con Jasper. A causa delle sue origini ebraiche sarà costretta a lasciare il Paese nel 1937 per fuggire in Francia e, poi nel 1940, negli Stati Uniti. Qui intraprende una prestigiosa carriera accademica e insegnerà presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e dal 1967 alla New School for Social Research di New York.

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Il suo pensiero in pillole, attraverso alcune delle sue frasi più celebri:

  • «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Le origini del totalitarismo, 1951)
  • «Senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà d’opinione diventa una beffa crudele» (Verità e politica, 1967).
  • «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale» (Lettera a Scholem, 1963)
  • «Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.» (La banalità del male, 1963)
  • «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti» (La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro. Sei esercizi sul pensiero politico, 1961)

Le sue opere:

Arendt scrisse molte opere divenute centrali nel dibattito filosofico politico e morale. Particolarmente rilevanti sono i suoi contributi all’analisi e problematizzazione di questioni come la natura del potere, l’autorità, il totalitarismo, l’origine e la natura del male, l’educazione, l’essenza politica dell’uomo.

Accanto a Le origini del totalitarismo (1951) e Vita Activa. La condizione umana (1958),  la sua opera forse più celebre, o quantomeno quella che sicuramente generò più scalpore anche fra il pubblico non accademico, è La banalità del male (1963), in cui Arendt raccoglie le proprie riflessioni maturate assistendo al celebre processo al generale delle SS Adolph Eichmann nel 1961.

banalità del male

Il processo fu il primo grande evento mediatico della storia, milioni di persone da tutto il mondo lo seguirono. Eichmann, latitante in Argentina dalla fine della guerra, venne processato a Gerusalemme; chiamato a rispondere della sua funzione di capo del Gabinetto dell’emigrazione ebraica del Reich, venne ritenuto uno dei principali esecutori materiali della Shoah e quindi condannato a morte nel 1962.

La tesi per molti sconcertante di Arendt fu che Eichmann non era un ‘mostro’, un ‘demonio’, una ‘belva’ (come lo aveva descritto il magistrato dell’accusa), ma un uomo normalissimo, nemmeno particolarmente intelligente o brillante. Non era un astuto criminale, ma una persona piatta, priva di autonomia di pensiero, incapace di riflettere e interrogare le proprie azioni, ma proprio per questo il più pericoloso degli uomini.

Un film e un documentario:

Proprio a questo periodo della vita di Arendt, in cui la filosofa segue la vicenda Eichmann e alle polemiche che seguirono la pubblicazione del suo lavoro, è dedicato il film di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, del 2012. Qui una recensione del film.

Hannah Arendt

Da vedere anche Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt (2015), un documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz.  «Un ritratto intimo e straordinariamente documentato della vita privata e intellettuale della Arendt, attraverso i luoghi dove ha vissuto, lavorato, amato e sofferto, mentre scriveva delle ferite ancora aperte del suo tempo».

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Per approfondire:

  • Boella, Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare praticamente, Feltrinelli 1995.
  • Flores d’Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma, 1995.
  • Guaraldo, Hannah Arendt, Milano, RCS MediaGroup, 2014.
  • Ettinger, Hannah Arendt e Martin Heidegger. Una storia d’amore, tr. Giovanna Bettini, Garzanti, Milano, 1996.
  • Young-Bruehl, Hannah Arendt : una biografia, tr. di David Mezzacapa, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

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