Fil(m)osofia

Dark, Tenet e il (nuovo) paradigma del viaggio nel tempo nell’immaginario cinematografico

È da poco uscito l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, Tenet. Il film, uno spy movie fantascientifico, sta facendo molto parlare di sé: il primo grande successo internazionale post lock down è una intricata storia di viaggi nel tempo – resa da spettacolari soluzioni cinematografiche e registiche.

La pellicola richiama inevitabilmente Dark, serie televisiva tedesca di grande successo, prodotta da Netflix in tre stagioni (2017-2020). Dark e Tenet sono entrambe storie di viaggi nel tempo. Senza entrare troppo nel dettaglio (ed evitando di fare spoiler), i loro protagonisti riescono a spostarsi nel passato e nel futuro, intervenendo di volta in volta negli eventi, incontrando i loro stessi di diverse età e (apparentemente) modificando la loro storia.

Nulla di nuovo dal tipico topos dei viaggi nel tempo già descritto negli anni ’80 dal film cult Ritorno al futuro (1985)? In realtà no. Siamo di fronte a una distinta concezione del tempo, con tutte le rispettive conseguenze metafisiche ed esistenziali che ne derivano.

In Ritorno al futuro si assume una concezione lineare del tempo – quella che probabilmente più risponde alla nostra intuizione comune –, pensato come progressione di prima e dopo che non si incontrano mai, succedendosi in una retta che si potenzialmente continua all’infinito. Ogni intervento su questa linea produce una variazione nella storia e quindi crea un universo parallelo di eventi, una nuova linea del tempo. Quando Marty agisce sul proprio passato, inevitabilmente lo modifica, e genera una nuova serie temporale di eventi che produrrà un futuro diverso da quello dal quale egli è venuto.

Dark e Tenet, invece, nella differenza delle loro rispettive storie e ambientazioni, assumono entrambi una concezione circolare del tempo, in cui passato e futuro si incontrano dando via all’eterna ripetizione dell’uguale.

Viene riproposta così una comprensione del tempo tipica del mondo antico. Per gli antichi greci tutto ciò che è chiuso, finito, è compiuto, e pertanto perfetto: il finito trova nel proprio limite la propria determinazione e quindi anche la propria specifica natura o essenza. Per il pensiero greco solo qualcosa di finito è ordinato, regolato da proporzioni e quindi è misurabile, comprensibile, intellegibile. Al contrario l’infinito, l’illimitato (anche temporale) era associato all’indeterminato, a qualcosa di non compiuto e quindi di inevitabilmente difettoso. L’infinito, sfuggendo a qualsiasi misura e ordine, si apre al caos, non lo si può dominare, nè comprendere. L’uomo non può nulla contro l’infinito.

Lo spettatore moderno, tuttavia, fatica ad apprezzare questa compiutezza. Siamo abituati a pensare all’infinitezza (di tempo, denaro, felicità, ecc.) come ad una risorsa desiderabile, nella sua impossibilità. Al nostro sguardo risultano sconvolgenti i mondi di Tenet o Dark, in cui passato e futuro si ripiegano l’uno sull’altro, influenzandosi a vicenda e rendendo impossibile capire cosa abbia originato cosa o se vi sia una causa prima del tutto.

Soprattuto, però, viene da chiedersi: se l’inizio è già predeterminato dalla sua fine, il passato dal futuro, che spazio resta al libero arbitrio dell’individuo? L’uomo è davvero libero di determinare il proprio destino o è una pedina che segue la necessità del suo destino, già inesorabilmente scritto?

In gioco vi è la questione della libertà o determinatezza dell’uomo di fronte al proprio destino. Forse è questa la ragione per la quale la visione ciclica del tempo si mostra così maledettamente asfissiante agli occhi moderni: la nostra intuizione comune sembra legata all’idea che l’uomo sia libero, almeno in parte, di scegliere chi essere e chi diventare.

Fra i due topos cinematografici di viaggi nel tempo, ci appare addirittura rassicurante nel confronto lo scenario descritto da Ritorno al futuro, dove tutto aveva una sua chiara logica lineare, di progressione tra causa ed effetto.

Ritorno al futuro – in linea con il sogno americano anni ’80 – ci proponeva un soggetto protagonista della propria storia, così capace e potente rispetto alla sua esistenza da poter intervenire con anche un solo gesto significativo (ribellarsi ad un bullo, il coraggio di baciare la ragazza dei propri sogni…) a cambiare per sempre la propria vita.

Gli universi chiusi e compiuti di Dark e Tenet suggeriscono tutt’altro. Qui l’individuo, per quanto perspicace, capace, o abile, non ha per nulla il controllo della propria esistenza, neppure quando giunge a comprendere il segreto che la governa. Nemmeno la conoscenza della legge (logos) che regge la realtà gli consente il potere di intervenire su di essa. In questo, Dark e Tenet si allontanano dal pensiero greco, rivelandosi in tutta la loro postmodernità: per i loro protagonisti non c’è nessuna funzione liberatoria della ragione, nella comprensione del logos, viaggiare nel tempo e comprenderne i segreti non li rendi più liberi nè felici.